Le sentinelle del Salento: la storia delle torri costiere

La costa del Salento offre sempre uno spettacolo panoramico notevole, che la si percorra salendo, verso il Nord della regione dalla parte orientale o verso la città di Taranto dalla parte ionica occidentale, oppure che la si discenda verso il Capo di Leuca, la bellezza degli scorci è sempre meritevole ed è difficile resistere alla voglia di sostare per godersi la vista del mare, le albe dorate o i tramonti infuocati.

Chi ha famigliarità con questi splendidi paesaggi avrà notato che vi sono spesso delle torrette in pietra, oppure i resti di queste, a puntellare questi scorci, come se fossero state messe lì per ragioni estetiche, quasi per fare da contrappunto verticale sulla terraferma all’ orizzonte fisso del mare. Rappresentano quasi delle pietre miliari nell’ economia del paesaggio, costituiscono anche un patrimonio affettivo per la popolazione locale che vi associa le Marine circostanti, tanto che alcune di queste torrette nel tempo sono diventate parte della toponomastica salentina, anche se ufficialmente come “località”, spesso queste torrette indicano dei luoghi a sé, per un abitante della zona recarsi a Porto Miggiano è diverso che recarsi a Santa Cesarea Terme, nonostante Porto Miggiano sia appunto una “località” del Comune di Santa Cesarea Terme.

Ma cosa sappiamo di queste torri? Quando furono costruite e per quale motivo? È interessante rispondere a queste domande perché le risposte ci raccontano molto della storia del Salento e più in generale di tutto il Sud Italia. La costruzione di torri costiere ha una ragione essenzialmente militare, sono sempre state in primis degli avamposti di avvistamento e difesa dalle incursioni di eserciti nemici o “pirati”, quelle di cui restano tracce sul territorio o nei documenti storici risalgono tutte all’ epoca medievale, anche se è probabile che ne fossero state costruite alcune anche in epoche precedenti, di queste però non è rimasta alcuna traccia, quelle che restano visibili ai nostri giorni risalgono o agli anni del XI secolo oppure, nella maggior parte dei casi, agli anni tra il XVI ed il XVII secolo, gli anni in cui su tutto il Sud Italia regnava Don Pedro Álvarez de Toledo y Zúñiga in qualità di Vicerè del Regno di Napoli, per conto di Carlo V d’ Asburgo.

Le prime torri costiere nel Sud Italia furono costruite dunque nel XI secolo per difendere i territori dalle scorribande piratesche, ma a causa dei continui cambiamenti politici che non consentivano mai un’ amministrazione stabile del territorio, un vero e proprio sistema di difesa integrato e funzionante su tutta la costa non fu mai terminato e le poche torri costruite finirono per diventare proprietà delle famiglie locali, che le usavano per difendere e sorvegliare esclusivamente i loro possedimenti. Le cose cambiarono a metà del XV secolo, quando le scorribande sul territorio italiano dei pirati e soprattutto degli invasori ottomani divennero sempre più frequenti, risale infatti all’ anno 1480 la presa di Otranto da parte degli invasori ottomani, che nel raggiungere la cittadina salentina non trovarono praticamente nessuna resistenza, soprattutto poterono sbarcare sul territorio salentino senza venire avvistati e dunque senza che nessuno avvertisse i cittadini di Otranto.

Proprio in seguito al tragico evento, Don Pedro de Toledo, diventato Vicerè del Regno di Napoli nel 1532, decise di implementare e far funzionare il sistema delle torrette di controllo, che dovevano essere abbastanza da poter sorvegliare tutta la costa del Sud Italia e poiché il principale pericolo era il sempre più potente Impero Ottomano e dunque proveniva da Est, fu proprio il Salento, per la sua posizione geografica esposta, ad essere al centro di questo sistema di sorveglianza. Questo tipo d’ impresa, ovvero la costruzione di oltre 300 torri costiere, per i canoni del tempo non fu affatto banale, anche per una questione di costi, perciò spesso le torri vennero costruite con un sistema di “appalto” piuttosto innovativo per il tempo, ovvero la costruzione era affidata ad un privato che in cambio dell’ opera poteva fregiarsi del titolo militare di “Capitano di torre”. Non mancarono gli imprevisti, ad esempio in alcuni casi questi privati, nonostante l’ indicazione precisa del Vicerè di utilizzare acqua dolce per la lavorazione e la posa dei materiali, utilizzavano l’ acqua salata del mare per risparmiare sui costi, ma le torri costruite con l’ acqua salata soffrivano l’ erosione e crollavano in pochissimo tempo. Nonostante tali imprevisti il lavoro fu lentamente portato a termine ed il Regno di Napoli soffrì l’ avanzata ottomana con sempre meno danni, finché la decisiva battaglia di Lepanto del 1571 non scongiurò per sempre il pericolo ottomano per le nostre coste.


Il Parco naturale regionale di Porto Selvaggio

A dieci chilometri di distanza dal Comune Nardò ed a poco meno di venti dal Comune di Gallipoli c’ è una tappa obbligatoria per chi si trova a visitare il Salento: un’ oasi naturale che comprende la cala di Porto Selvaggio, la Palude del Capitano e la Torre dall’ Alto, un'area naturale protetta per legge regionale dal 2006 ed inserita nel 2007 nell'elenco dei "100 luoghi da salvare" del Fondo Ambiente Italiano (FAI).

Un appuntamento obbligatorio dicevamo, per gli amanti delle località balneari, dello sport e della natura in generale. Vi si arriva guidando pochi minuti dal Comune di Nardò e dopo aver parcheggiato in una delle soste adibite, si percorrono poche centinaia di metri a piedi e ci si trova di fronte ad uno spettacolo naturale da stropicciarsi gli occhi, una lunga discesa immersa nella natura conduce infatti ad una piccola spiaggia di ghiaia e ciottoli con un mare cristallino, le cui acque sono particolarmente rinfrescanti e tonificanti, anche per via di una corrente di acqua dolce e fredda che arriva direttamente nella baia. La spiaggia è circondata da una larga pineta, i cui alberi furono piantati negli anni ‘50 per bonificare il terreno circostante in larga parte paludoso.

All’ interno di questo parco naturale, che non si limita all’ area della spiaggia, ma comprende oltre quattrocento ettari di terreno, di cui oltre duecentosessanta di pineta, ci sono vari itinerari e diverse possibilità di rilassarsi o fare sport; vi sono infatti le scogliere circostanti, un po’ più impervie della “zona pineta”, ma che comunque consentono la balneazione, vi sono poi anche i numerosi sentieri all’ interno della pineta, fruibili per passeggiate o picnic e che sono anche un appuntamento imperdibile per gli amanti del trekking e della mountain bike. A proposito di trekking, tra gli scorci più notevoli del parco, tornando verso Gallipoli, potrete risalire lungo la pineta ed ammirare la Torre di Santa Maria dall’Alto, un’antica torre d’avvistamento, posta a 50 metri sul livello del mare, su uno sperone roccioso a strapiombo sulla spiaggia, da cui si gode di una vista mozzafiato sull’intero parco naturale. La torre venne eretta nella seconda metà del XVI  e faceva parte di un elaborato sistema di torrette difensive dislocate su tutta la costa salentina, comunicava verso Nord con Torre Uluzzo e verso Sud con Torre Santa Caterina. Questo sistema di torrette rappresenta un patrimonio storico del territorio salentino, ma in un certo senso è anche un patrimonio affettivo per la popolazione locale, in quanto ognuna di queste torrette scandisce il paesaggio della costa salentina in maniera unica, ne parleremo in maniera più approfondita con un altro articolo su questo blog.

A proposito di storia, il Parco Naturale di Porto Selvaggio, oltre al tesoro paesaggistico ed alle possibilità di attività sportive di vario genere, offre anche opportunità imperdibili per gli appassionati di archeologia: all’interno del parco sono stati individuati otto diversi siti archeologici in grotta, segno di presenze  prima da parte di gruppi di Neandertal e successivamente di Sapiens, ed il territorio del Comune di Nardò è il centro di uno straordinario “distretto della preistoria” , con una stratificazione storica che va dalle frequentazioni neandertaliane e sapiens a quelle lasciate da Messapi e poi in seguito dai Romani, fino all’ architettura barocca del Centro storico dello stesso Comune. Il Museo della Preistoria di Nardò, situato nell’ex convento di Sant’Antonio da Padova, conserva gran parte dei reperti provenienti dalle ricerche archeologiche condotte nella zona.

Questa meravigliosa oasi naturale è situata sul lato della costa salentina che si affaccia verso occidente e dunque chi vi si trova all’ ora del tramonto vedrà il sole affondare lentamente nel mare, vi consigliamo dunque di concludere la vostra giornata a Porto Selvaggio con un aperitivo in uno dei numerosi bar o chioschi tra l’ oasi naturale e Gallipoli, concluderete così una giornata di mare semplicemente perfetta.


La Pietra leccese

“A Lecce anche le abitazioni più povere sono di gusto. In nessun’altra città ho visto tante porte, finestre, logge, pilastri, balaustre tutte di pietra. La pietra qui si lavora con facilità.”
(George Berkeley)

George Berkeley, celebre teologo e filosofo considerato, assieme a John Locke e David Hume, il padre dell’ empirismo, scrisse delle splendide parole sulla Puglia ed in particolare su Lecce che egli, nel suo “Diario di viaggio in Italia” (1717), definì senza mezzi termini “la città più bella d’ Italia”. Il filosofo ne apprezzò le architetture di chiese, conventi e palazzi nobiliari, come anche il paesaggio circostante ed inoltre espresse lodi convinte sul popolo che abitava la città, di cui scrisse “persone civili ed educate, sembra che abbiano ereditato l’amabilità degli antichi greci che in passato hanno abitato queste parti dell’Italia”, ma come mostra la citazione in apertura di questo articolo, al suo sguardo da empirista sensibile non sfuggì che parte della bellezza delle architetture locali, al di là della maestria degli artigiani che le costruivano, era dovuta anche alla qualità della pietra impiegata nella costruzione, la famosa “pietra leccese”.

La pietra leccese, chiamata in dialetto “leccisu”, è di origine calcarea, fa parte del gruppo delle calcareniti marnose e la sua formazione è stata individuata dai tecnici nel Periodo Miocenico, ovvero circa 20 milioni di anni fa. Tra le sue proprietà c’è la presenza, nella formazione stessa, di frammenti di conchiglie, piccoli fossili che ne arricchiscono geologicamente la struttura, ma anche di argille, quarzi e minerali che la fortificano e la rendono ancora più unica. È di colore giallo paglierino, ma le particolarità della sua composizione la arricchiscono di infinite sfumature che la rendono ancora più intrigante e spettacolare.

Oltre a caratterizzarla a livello visivo, la natura stessa della pietra la rende assai sensibile all'azione degli agenti atmosferici naturali, quali l'umidità o la stagnazione di acqua ed anche agli agenti di origine umana quali lo smog. Per renderla più resistente, i maestri scultori dell'epoca barocca usavano trattare la roccia con del latte, il lattosio infatti, penetrando all'interno della pietra grazie alla porosità di questa, la dotava di uno strato protettivo impermeabile, senza alterarne le qualità estetiche. Questo trattamento ne rendeva anche più semplice la lavorazione. Oggi il trattamento a base di lattosio non è del tutto scomparso, ma è affiancato da altri trattamenti più tecnologici e moderni. Va detto che l’ usura del tempo a volte arricchisce la pietra leccese, aggiungendo alla sua bellezza naturale una ulteriore gamma cromatica molto affascinante e calda, con colori che vanno dal beige all’ambrato e perfino, in certi casi, a profonde sfumature rosate. La facilità di lavorazione della pietra leccese, nota da tempo come evidenzia sempre la citazione con cui si apre questo articolo, è una caratteristica che ha sicuramente contribuito al successo locale ed in seguito mondiale di questo materiale pregiato.

La pietra leccese viene estratta per lo più nelle cave a cielo aperto presenti soprattutto nei comuni di Lecce, Corigliano, Melpignano, Cursi e Maglie, a una profondità che può arrivare fino a 50 metri; la durezza della pietra varia a seconda della profondità del punto di estrazione e mentre quella estratta a livelli più superficiali viene utilizzata soprattutto per realizzare sculture e decorazioni, dai banchi profondi, più duri, si estrae il materiale da impiegare nell'edilizia, per farne piani di calpestio e viene utilizzata anche come pietra refrattaria per i caminetti.

La pietra leccese fa parte dell’ anima del Barocco Leccese, lo stile architettonico nato nel capoluogo salentino tra la fine del XVI secolo e la prima metà del XVIII secolo, riconoscibile per le sue splendide decorazioni che caratterizzano i rivestimenti degli edifici. Lo stile, influenzato dal plateresco spagnolo, deve la propria nascita all'opera di architetti locali come Giuseppe Zimbalo (1617-1710) e Giuseppe Cino (1644-1722). I frutti di questo stile peculiare da conoscere assolutamente sono il Palazzo dei Celestini, la chiesa di Santa Croce, la Chiesa di Santa Chiara, la Chiesa di Santa Irene e il Duomo, ne riparleremo più approfonditamente su questo blog. La pietra leccese ha conosciuto una grande fortuna durante l’epoca barocca, ma essa veniva apprezzata già in epoca classica e pre-classica.

Fra gli scultori che hanno usato ed usano tutt’ oggi la pietra leccese, segnaliamo il lavoro di Stefano Garrisi, Renzo Buttazzo, Antonio Margarito ed Andrea Serra.


Archeologia del Salento: l’entroterra

Basta individuare il Salento su una qualsiasi mappa per osservarne la centralità geografica all’ interno del Mare Mediterraneo, universalmente riconosciuto come la culla di tutta la civiltà Occidentale; osservando la posizione della penisola salentina si coglie immediatamente come questa sia stata, nel corso dei secoli, un passaggio quasi obbligato per il movimento da est ad ovest che ha caratterizzato la storia dei popoli antichi già nelle fasi precedenti alle epoche greca e romana. Partendo da questa considerazione è facile capire come il territorio salentino sia stato nel corso dei tempi prima un approdo e poi una casa per numerosi popoli nel corso della loro avventura storica, ma cosa hanno lasciato i nostri avventurosi predecessori a testimonianza della loro vita e della lotta per la conquista della propria identità? C’ è ancora tanto da vedere e per comodità e facilità di lettura ve lo racconteremo in due post diversi su questo blog: questo, dedicato all’ archeologia salentina dell’ entroterra ed il prossimo che sarà dedicato all’ archeologia della costa salentina.

Il primo appuntamento è su quella che viene definita geograficamente la “soglia messapica”, ovvero  la splendida cittadina di Ostuni, considerata il limite a Nord della penisola salentina. Il locale Museo di Civiltà Preclassiche ospita i resti di Delia, anche detta “la Donna di Ostuni”, una ominide i cui resti furono scoperti nell'ottobre del 1991 dal paletnologo Donato Coppola, in una grotta presso il locale parco archeologico. I resti risalgono a circa 24.000 anni fa, ma l 'importanza di Delia è data dal fatto che insieme ad essa, o meglio nel suo grembo, sono stati rinvenuti anche i resti di un feto in fase terminale, e quindi Delia risulta ancora oggi la più antica madre di cui la storia ha conoscenza diretta.

Il viaggio continua ancora “al femminile” con le Veneri di Parabita, due statuette di epoca preistorica, rinvenute nel 1965 dal team del prof. Giuseppe Piscopo presso la locale Grotta delle Veneri, che rappresentano due donne in gravidanza che si abbracciano il ventre: questo tipo di opere d'arte vengono chiamate veneri paleolitiche. Le statuette sono scolpite in osso di cavallo e hanno un'età di 12.000-14.000 anni. Sono conservate presso il MARTA (Museo Archeologico Nazionale di Taranto).

Risalendo il filo della storia salentina è necessario affrontare il periodo messapico. I Messapi furono una popolazione che nell’ epoca classica occupò buona parte della penisola salentina dal loro arrivo, datato intorno al 700 a.C. fino alla conquista romana di tutto il territorio salentino che avvenne intorno al 260 a.C. La loro origine è incerta, ma le ipotesi più plausibili li considerano un’ unione tra il popolo degli illiri e quello cretese, incontratisi sul territorio salentino nel corso delle loro esplorazioni verso l’ Ovest. A proposito dei Messapi, se si vuole conoscere di più della loro storia, è indispensabile una passeggiata presso il “Parco dei Guerrieri”, sito riportato alla luce nel 1981 dopo i lavori a cura dell’Università del Salento, in collaborazione con l’Ecole Francaise di Roma. Il parco oggi si presenta come un area archeologica all'aperto di circa 20 ettari, distribuita su un'area ancora più estesa che va dall'abitato di Vaste fino alle Serre di Poggiardo, delle alture naturali su cui nacquero i primi insediamenti dei Messapi in Salento. I recenti scavi hanno riportato alla luce i resti di quella che doveva essere una delle città più importanti della Messapia; si è recuperato il percorso delle antiche mura, le fondamenta della città e quindi delle capanne che ivi sorgevano e di cui si può osservare una fedele riproduzione proprio presso il Parco. Sono anche state riportate alla luce innumerevoli tombe ancora intatte, con tutto il corredo funerario ed i resti di un tempio pagano.

I Romani arrivano nel 260 a.C. come abbiamo visto, ed a fiorire questa volta è la città di Lecce, con il nome latino di Lupiae, passando da semplice stazione militare a vero e proprio “municipium” conoscendo un periodo di assoluto splendore che coincide con quello dell 'Imperatore Marco Aurelio, periodo in cui venne arricchita con la costruzione di un teatro e di un anfiteatro e collegata al Porto Adriano (oggi San Cataldo).

Nel Medioevo il centro nevralgico del territorio salentino si sposta ad Otranto, che rimane tale fino alla breve conquista ottomana avvenuta nel 1480 e subito finita l’ anno seguente. Nonostante la brevità dell’ occupazione turca, l’ evento rimane centrale nell’ identità della cittadina idruntina, a dimostrarlo restano le impressionanti reliquie dei Martiri Otrantini, che si possono ancora oggi vedere presso la locale Basilica dell’ Annunziata.


Le imposte da pagare quando si compra casa in Italia

Quali sono le tasse da pagare?

Quando si acquista una casa si è sottoposti al pagamento di alcune imposte, come l’IVA, l’imposta di registro, l’imposta ipotecaria e l’imposta catastale. Le tasse possono variare in base alla destinazione dell’immobile, cioè se si tratta di prima casa, e dal soggetto venditore, ad esempio se si tratta di un privato, un’impresa costruttrice o un’altra impresa propensa alla compravendita immobiliare.
Analizziamo meglio le ipotesi possibili.

• ACQUISTO DELLA PRIMA CASA

Se a comprare casa è un privato le imposte da pagare sono:

– Imposta di registro al 2%
– Imposta ipotecaria fissa di € 50.00,00
– Imposta catastale fissa di € 50.00,00

Se il venditore è un’impresa costruttrice e i lavori sono stati terminati da massimo 4 anni, si pagheranno:

– Iva del 4%
– Imposta di registro fissa di € 200.00,00
– Imposta catastale fissa di € 200.00,00

Se invece si acquista da un’impresa costruttrice che ha completato i lavori da più di 4 anni, o se si compra da un’impresa non costruttrice che si dedica unicamente della compravendita dell’immobile, le tasse da pagare sono:

– Imposta di registro al 2%
– Imposta ipotecaria fissa di € 200.00,00
– Imposta catastale fissa di € 200.00,00

• ACQUISTO DI UNA SECONDA CASA

In questo caso le imposte da pagare cambiano, se un acquirente compra un bene immobile sempre per uso abitativo ma non si tratta di prima casa, le possibilità sono due:

1) Si compra da un privato, da un’impresa non costruttrice, da un’impresa costruttrice dopo i 4 anni dalla fine ai lavori;

2) Oppure si acquista da un’impresa costruttrice entro i 4 anni.

Nella prima ipotesi si devono pagare:

– Imposta di registro al 9%
– Imposta ipotecaria fissa di € 50.00,00
– Imposta catastale fissa di € 50.00,00

Per la seconda ipotesi invece:

– IVA del 10 % (del 20% se è un immobile di lusso)
– Imposta di registro fissa di € 200.00,00
– Imposta ipotecaria fissa di € 200.00,00
– Imposta catastale fissa di € 200.00,00

Ma come vengono stabiliti i valori su cui si calcolano le imposte?

Di ovvio interesse è sapere come le sopraccitate imposte vengano effettivamente versate e calcolate. Esse si possono accreditare direttamente nel momento della registrazione dell’atto di compravendita. Se ad acquistare è un privato le tasse vengono calcolate sul valore catastale dell’immobile. Se il compratore non è un privato oppure la vendita concerne terreni, negozi e uffici, il calcolo farà riferimento al prezzo notificato nell’atto d’acquisto e non al valore catastale. Dal prezzo d’acquisto si calcola anche l’IVA nel momento in cui debba essere pagata l’imposta sul valore aggiunto. Se invece nell’atto viene riportato esplicitamente il prezzo dell’acquisto, chi compra può chiedere chiaramente al notaio che le tasse siano conteggiate sul valore catastale e non sul prezzo pagato. Così anche sulla parcella notarile si esegue uno sconto del 30%.


Le fasi e le modalità di acquisto in Italia

Quali sono le procedure da seguire quando si acquista in Italia?

È bene informarsi ed arrivare preparati prima di compiere un azione molto delicata come comprare casa. Proprio per questo vi consigliamo di affidarvi sempre ad un esperto del settore, gli agenti immobiliari o alle agenzie immobiliari che offrono attività di consulenza nella ricerca dell’immobile, dirigono i primi contratti e possano assicurarvi l’assistenza nelle varie fasi della compravendita che sono:

• la trattativa o fase precontrattuale;
• la proposta irrevocabile d’acquisto;
• l’accettazione della proposta d’acquisto;
• il contratto preliminare;
• l’atto di compravendita immobiliare o rogito notarile.

Il cliente o la società proveniente dall’estero deve necessariamente seguire le normative della legge Italiana che impone alcuni requisiti fondamentali come il possesso di un codice fiscale rilasciato dall’ufficio delle imposte, oppure può essere richiesto presso il Consolato Italiano (presso qualsivoglia città di provenienza) mentre per le società dev'essere richiesto direttamente presso l’Agenzia delle Entrate competente sul territorio italiano. L’acquirente, nel caso in cui non possa essere esso stesso presente nel periodo della transizione, affida ad un Procuratore il compito di seguire le operazioni necessarie fino al termine, che avverrà dopo la registrazione.

Definiamo meglio i punti da seguire:

– Una delle fasi più importanti è senza dubbio la trattativa, necessaria per definire i termini e i particolari di un trasferimento, tali da poter soddisfare sia il compratore che il venditore. Da qui si stabiliscono le modalità di pagamento, i limiti rispetto la consegna dell’immobile e della stipula dell’atto di vendita, l’avviso da parte dell’acquirente della eventuale necessità di accedere ad un mutuo e dalle comunicazioni di eventuali vincoli esistenti sulla proprietà da parte del venditore.

– La seconda fase riguarda la proposta d’acquisto che vincola dopo la sottoscrizione, la parte proponente all’acquisto. Essa non è però vincolante per il venditore finché non la sottoscrive. Se allo scadere del termine di validità il venditore non accetta, la proposta sarà inutile. Per cui per ambo le parti, conviene inserire nella proposta delle iscrizioni ipotecarie o oneri di qualsiasi natura. Durante la proposta è giusto prendere visione della documentazione principale relativa all’immobile, così come importante è indicare se si intende avvalersi di un mutuo o di qualsiasi altra procedura di pagamento.

– Segue l’accettazione della proposta, accompagnata da un assegno infruttifero che nel caso di non accettazione del venditore verrà restituito, al contrario se il contratto si conclude, con l’approvazione del venditore, detta somma diverrà caparra confirmatoria. ( art.1385 del Codice Civile). Tutti i pagamenti dovranno essere obbligatoriamente effettuati attraverso assegni o bonifici e dovranno essere conservati fino alla stipula dell’atto notarile. Con il contratto concluso, l’Agente immobiliare ha diritto a percepire la provvigione.

– Il preliminare di compravendita è un documento che vede l’impegno tra le due parti di vendere ed acquistare, con una precisa identificazione delle parti stesse (nel caso siano più d’uno) e l’oggetto in vendita. Questo può essere redatto con l’assistenza di un professionista, che in Italia si identifica spesso con la figura del Notaio, il quale curerà la redazione dell’atto definitivo e provvederà a fare un’accurata valutazione in ambito fiscale, effettuerà accertamenti di visure ipotecarie e catastali, verificherà la validità di ogni clausola, farà il controllo dei dati anagrafici, dell’esatta individuazione delle parti e del bene, del prezzo concordato, delle modalità di pagamento, della data nella quale le parti intendono stipulare l’atto notarile indicando il notaio prescelto, dell’esistenza o meno di vincoli ipotecari o di altra natura. Segue la registrazione della proposta d’acquisto e del preliminare presso l’Ufficio delle Entrate e la trascrizione del preliminare presso l’Agenzia del Territorio Servizio di Pubblicità Immobiliare.

– Infine la stipula del contratto definitivo di compravendita, o rogito notarile che è il contratto principale di vendita, sottoscritto dal compratore e dal venditore dinanzi al Notaio, scelto e pagato dall’acquirente. Il notaio ha il compito di verificare che la proprietà sia piena, non sia gravata da formalità pregiudizievoli e di controllare l’identità dei proprietari e l’individuazione del bene da acquistare. Da quel momento il bene sarà trasferito a tutti gli effetti dal venditore al acquirente.