Investimenti immobiliari nel Basso Salento: Analisi del mercato immobiliare locale per investimenti in proprietà storiche

Il Basso Salento, una subregione situata nella parte meridionale della Puglia, sta emergendo come un'area di grande interesse per gli investimenti immobiliari, soprattutto per quanto riguarda le proprietà storiche. Questa zona, caratterizzata da un ricco patrimonio culturale e naturale, offre opportunità uniche per chi desidera investire in immobili con un valore storico e architettonico. In questo articolo, analizzeremo il mercato immobiliare del Basso Salento, con un focus sui rendimenti e sui potenziali sviluppi futuri per gli investimenti in proprietà storiche.

 

Il contesto del mercato immobiliare nel Basso Salento

 

  • Attrattive del Basso Salento

Il Basso Salento è noto per le sue incantevoli città e borghi storici, tra cui Lecce, Otranto, Gallipoli e Santa Maria di Leuca. Questi centri urbani sono caratterizzati da edifici in pietra leccese, chiese barocche, castelli e palazzi d'epoca. Il fascino storico, unito a una posizione geografica privilegiata tra il Mar Ionio e il Mar Adriatico, rende il Basso Salento una meta turistica ambita, con un flusso costante di visitatori italiani e internazionali.

 

  • Il mercato immobiliare

Negli ultimi anni, il mercato immobiliare del Basso Salento ha visto una crescita significativa, trainata principalmente dalla domanda di seconde case e di proprietà destinate all'affitto turistico. Gli investitori sono attratti dai prezzi ancora relativamente accessibili rispetto ad altre regioni italiane, nonché dalle potenzialità di valorizzazione degli immobili storici.

 

Investimenti in proprietà storiche

 

  • Caratteristiche delle proprietà storiche

Le proprietà storiche nel Basso Salento includono masserie, palazzi, case a corte e torri di avvistamento, spesso circondate da uliveti e vigneti. Questi immobili non solo rappresentano un investimento in termini di valore immobiliare, ma offrono anche la possibilità di preservare e valorizzare il patrimonio culturale locale. Il restauro e la riqualificazione di queste proprietà richiedono competenze specialistiche e possono beneficiare di incentivi fiscali e finanziamenti pubblici.

 

  • Rendimenti degli investimenti

Gli investimenti in proprietà storiche nel Basso Salento possono generare rendimenti interessanti, soprattutto se gli immobili vengono destinati ad attività turistiche. L'affitto di case vacanze, bed & breakfast e agriturismi è una delle principali fonti di reddito per gli investitori. La crescente popolarità del Salento come destinazione turistica ha portato a un aumento delle tariffe di affitto, con rendimenti che possono variare dal 5% al 10% annuo, a seconda della posizione e delle condizioni dell'immobile.

 

  • Esempi di successo

Diversi progetti di restauro e riqualificazione nel Basso Salento hanno dimostrato il potenziale di successo degli investimenti in proprietà storiche. Un esempio è la ristrutturazione di masserie trasformate in resort di lusso, che hanno attirato una clientela internazionale e incrementato significativamente il valore delle proprietà. Anche i palazzi storici nei centri urbani, riadattati a strutture ricettive o residenziali di prestigio, hanno registrato apprezzamenti considerevoli.

 

Potenziali sviluppi futuri

 

  • Tendenze del mercato

Le tendenze future del mercato immobiliare nel Basso Salento indicano un ulteriore aumento della domanda di proprietà storiche, sostenuto da iniziative di valorizzazione del territorio e da politiche di incentivazione turistica. La crescente attenzione verso il turismo sostenibile e l'ecoturismo potrebbe favorire investimenti in strutture che integrano la conservazione del patrimonio con pratiche eco-friendly.

 

  • Opportunità di finanziamento e incentivi

Gli investitori possono beneficiare di vari strumenti di finanziamento e incentivi offerti a livello nazionale e regionale per la riqualificazione di immobili storici. Tra questi, vi sono contributi a fondo perduto, agevolazioni fiscali e prestiti a tasso agevolato, che possono ridurre significativamente i costi di restauro e aumentare i margini di profitto. (Vedi: https://www.immobilinelsalento.com/agevolazioni-a-fondo-perduto-per-investimenti-immobiliari-in-salento-pia-e-minipia/)

 

  • Sfide e considerazioni

Nonostante le promettenti opportunità, gli investimenti in proprietà storiche nel Basso Salento presentano alcune sfide. Il processo di restauro può essere articolato, richiedendo un'attenta pianificazione e competenze specializzate. Inoltre, è importante considerare l'impatto delle normative locali in materia di tutela del patrimonio e urbanistica, che possono influenzare i tempi e i costi dei progetti.

 

  • Conclusioni

Il Basso Salento rappresenta un mercato immobiliare promettente per gli investimenti in proprietà storiche, offrendo rendimenti interessanti e potenzialità di sviluppo a lungo termine. Il fascino delle sue città e dei suoi borghi, unito a un contesto turistico in crescita, rende questa zona particolarmente attrattiva per gli investitori che desiderano coniugare il profitto economico con la valorizzazione del patrimonio culturale. Con una strategia adeguata e una buona conoscenza del mercato locale, gli investimenti nel Basso Salento possono rivelarsi un'opportunità redditizia e sostenibile


La magia delle luci: la tradizione delle luminarie nel Salento

Il Salento è celebre per una delle sue tradizioni più luminose e affascinanti: le luminarie. Questi spettacolari allestimenti di luci decorano le città e i paesi durante le festività religiose e gli eventi speciali, trasformando le strade in veri e propri spettacoli di luce. In questo articolo, esploreremo le origini, l'evoluzione, la realizzazione, le installazioni all'estero e l'uso decorativo delle luminarie nelle nostre case.

 

Origini delle Luminarie

Le Luminarie sono un’importante tradizione culturale ammirata in tutto il mondo e rappresentano una forma d’arte popolare che unisce devozione religiosa e creatività artistica.
Il termine luminaria, dal latino lumen, significa letteralmente “oggetto che diffonde luce”. Le luminarie venivano realizzate in cartapesta e sfoggiate durante le feste nel Rinascimento, mentre nel periodo barocco si montavano sulle facciate di chiese e cattedrali in segno di devozione.
In origine le luminarie non erano altro che delle piccole lampade ad olio schermate da carta colorata. I primi prototipi li ritroviamo nel XVI secolo. Ispirandosi ai disegni per le decorazioni delle feste, di artisti del calibro di Bernini, Fontana, Pietro da Cortona e ancor prima Michelangelo, alcuni artigiani iniziarono a realizzare strutture illuminate con candele.
Le prime testimonianze delle luminarie in Puglia sono del 1600, per accompagnare le feste di paese. Semplici strutture formate da pali e archi in legno di abete, le cui forme richiamavano lo stile barocco che si stava affermando nella regione. Alle “parature” venivano appesi piccoli contenitori in vetro con olio per lampade e uno stoppino per l’accensione.

 

Evoluzione delle Luminarie

Con il passare degli anni, le luminarie hanno subito una notevole evoluzione. Dalle candele e fiaccole si è passati a utilizzare lampadine elettriche, permettendo una maggiore sicurezza e una spettacolarità maggiore. Negli anni '60 e '70, con l'avvento della tecnologia, le luminarie sono diventate sempre più elaborate, incorporando design geometrici, floreali e barocchi. Negli ultimi decenni, le innovazioni tecnologiche hanno portato all'uso di luci a LED, che offrono una gamma cromatica più ampia e una maggiore efficienza energetica, permettendo la creazione di installazioni ancora più impressionanti.

 

 

Come Sono Fatte le Luminarie

La realizzazione delle luminarie è un'arte che combina tradizione e innovazione. Il processo inizia con la progettazione dei disegni, che può includere motivi religiosi, floreali, geometrici o figurativi. Successivamente, questi disegni vengono trasferiti su strutture di legno o metallo, che vengono poi ricoperte di luci a LED o lampadine. La costruzione delle strutture richiede grande maestria artigianale e attenzione ai dettagli per garantire stabilità e sicurezza.
Le luminarie vengono solitamente montate su telai modulari, che possono essere facilmente assemblati e smontati. Questo permette una certa flessibilità nell'installazione, adattandosi a diverse strade e piazze. Il risultato finale è una serie di archi, gallerie e pannelli luminosi che trasformano l'ambiente in un'esperienza visiva mozzafiato.

 

Luminarie, Religione e Feste Pagane

Fin dall'antichità, la luce ha simboleggiato la presenza divina nei paesi cristiani, e le candele venivano accese per illuminare i luoghi di culto durante le più importanti celebrazioni liturgiche. Nel Rinascimento, le luminarie iniziarono a essere esposte all'esterno degli edifici religiosi, specialmente durante le feste dei nobili, desiderosi di mettere in risalto la loro ricchezza. Ogni anno, molte città e paesi del Salento organizzano spettacoli di luminarie, soprattutto durante le feste religiose o gli eventi culturali. Le luminarie vengono installate lungo le strade principali, nelle piazze e intorno alle chiese, creando atmosfere magiche e suggestive. Il Salento è la regione del Sud dove questa tradizione è più diffusa. Tra tutti i luoghi, Scorrano è sicuramente il più famoso, tanto da essere considerato la capitale mondiale delle luminarie.
Secondo una leggenda, durante un'epidemia di peste, Santa Domenica chiese agli abitanti guariti grazie alla sua intercessione di esporre una candela fuori dalla finestra. In breve tempo, tutta Scorrano fu illuminata dal calore delle piccole luci. Dal 5 luglio, in occasione della festa della santa patrona, il paese si riempie di strutture illuminate alte fino a 40 metri. L'evento inizia con uno spettacolo artistico suggestivo, in cui le luminarie, che danno vita a delle vere e proprie “architetture effimere” si accendono a ritmo di musica. Questo spettacolo di luci colorate è così famoso da richiamare visitatori da ogni parte del mondo.

 

Installazioni all’Estero delle Luminarie

Negli ultimi anni, le luminarie salentine hanno guadagnato fama internazionale, trovando spazio in installazioni artistiche e eventi in tutto il mondo. Città come New York, Tokyo, Londra e Parigi hanno ospitato le spettacolari creazioni di maestri luminari salentini. Queste installazioni non solo promuovono la tradizione e l'arte salentina, ma diventano anche un mezzo di scambio culturale, affascinando pubblici di diverse nazionalità e culture.
Un esempio significativo è l'installazione delle luminarie salentine durante il Festival of Lights a Lyon, in Francia, dove le strade della città sono state trasformate in un magico paesaggio di luce, attirando migliaia di visitatori e celebrando l'arte della luce italiana.

 

Luminarie d’arredo

Il fascino e la magia delle grandi architetture luminose del Salento possono oggi essere riportati all’interno delle nostre abitazioni, grazie alle luminarie d’arredo.
Si tratta di installazioni luminose di vario tipo, dimensione e design, progettate per decorare e illuminare gli spazi abitativi. Possono essere realizzate con diversi materiali, tra cui legno, metallo, vetro e plastica, e sono spesso caratterizzate da intricati motivi geometrici, floreali o astratti.
Le tipologie presentano una gamma di scelta è molto vasta, che comprende: lampade da tavolo, ghirlande luminose, lampade a sospensione, lanterne da esterno, decorazioni da parete, ecc.
Le luminarie d'arredo servono a diversi scopi, principalmente legati alla decorazione e all'illuminazione degli spazi abitativi. Ecco alcuni dei principali usi sono: creazione di atmosfere suggestive, valorizzazione degli spazi, decorazioni per eventi particolari, illuminazione funzionale, elementi di design, ecc.

 

 

Conclusione

La tradizione delle luminarie in Salento è una celebrazione di luce, arte e comunità. Dalle sue umili origini con candele e fiaccole, è diventata un'espressione spettacolare di creatività e innovazione. Che si tratti di grandi installazioni pubbliche o di decorazioni domestiche, le luminarie continuano a incantare e a portare gioia, rappresentando un legame luminoso tra il passato e il presente, e tra il Salento e il mondo.


Ecoturismo e Sostenibilità nel Settore Immobiliare

Introduzione

L'ecoturismo e la sostenibilità sono concetti sempre più rilevanti nel settore immobiliare. Questi principi mirano a ridurre l'impatto ambientale delle costruzioni e delle attività turistiche, promuovendo un uso responsabile delle risorse naturali e migliorando la qualità della vita.

 

Progetti Immobiliari Sostenibili nel Salento

Il Salento è un esempio eccellente di come l'architettura sostenibile possa essere integrata con il turismo ecologico. Alcuni esempi di progetti immobiliari sostenibili nella zona includono:

 

  1. Masseria Salentina Eco-Friendly:

Una masseria salentina eco-friendly è una tipica azienda agricola che si distingue per il suo approccio sostenibile e rispettoso dell'ambiente. Queste masserie spesso combinano la tradizionale architettura pugliese con moderne tecnologie ecologiche, offrendo un'esperienza autentica e sostenibile ai visitatori. Ecco alcuni aspetti che caratterizzano una masseria salentina eco-friendly:

  • Architettura Tradizionale:
    • Materiali locali: utilizzo di pietra leccese, tufo e altri materiali locali per la costruzione e la ristrutturazione.
    • Design: conservazione delle strutture originarie come cortili interni, muri spessi e soffitti a volta.
  • Sostenibilità:
    • Energia rinnovabile: installazione di pannelli solari per la produzione di energia elettrica e riscaldamento dell'acqua.
    • Efficienza energetica: uso di sistemi di isolamento termico per ridurre il consumo energetico.
    • Gestione delle risorse idriche: sistemi di raccolta dell'acqua piovana e utilizzo di tecnologie di irrigazione a basso consumo.
  • Produzione Agricola Biologica:
    • Orti e frutteti: coltivazione di ortaggi, frutta e erbe aromatiche senza l'uso di pesticidi e fertilizzanti chimici.
    • Prodotti locali: produzione di olio d'oliva, vino, formaggi e altri prodotti tipici del Salento seguendo pratiche sostenibili.
  • Cucina a Km 0:
    • Menu stagionale: utilizzo di ingredienti freschi e di stagione provenienti dall'azienda agricola stessa o da produttori locali.
    • Cucina tradizionale: preparazione di piatti tipici salentini con un'attenzione particolare alla qualità e alla sostenibilità.
  • Esperienze per gli Ospiti:
    • Attività ecoturistiche: passeggiate guidate, tour in bicicletta, corsi di cucina, laboratori di artigianato e degustazioni di prodotti locali.
    • Benessere: offerta di servizi come yoga, massaggi e trattamenti olistici in un contesto naturale.

 

2. Eco-Resort nel Parco Naturale:

Situato nel cuore della Puglia, il Parco Naturale Regionale del Salento è un'area protetta che si estende lungo la costa ionica e adriatica, caratterizzata da una ricca biodiversità, paesaggi mozzafiato e un patrimonio culturale unico. La creazione di un eco-resort in questa regione offre l'opportunità di promuovere un turismo sostenibile che valorizzi le risorse naturali e culturali del territorio.

Visione: diventare un punto di riferimento per il turismo sostenibile nel Salento, offrendo un'esperienza unica che combina comfort, sostenibilità e immersione nella natura.

Missione:

  • Promuovere la conservazione dell'ambiente naturale e della biodiversità locale.
  • Offrire alloggi e servizi di alta qualità in armonia con l'ambiente.
  • Educare gli ospiti sull'importanza della sostenibilità e della conservazione.
  • Sostenere l'economia locale attraverso l'impiego di risorse e manodopera del territorio.

 

Caratteristiche del Resort

Architettura Sostenibile:

  • Utilizzo di materiali locali e riciclati.
  • Design bioclimatico per ridurre l'impatto ambientale.
  • Sistemi di energia rinnovabile (pannelli solari, eolico).

Alloggi:

  • Bungalow ecologici costruiti con materiali sostenibili.
  • Camere con vista panoramica sul parco naturale.
  • Suite di lusso immerse nella natura.

Servizi:

  • Ristorante che utilizza prodotti biologici e a km 0.
  • Spa e centro benessere con trattamenti naturali.
  • Escursioni guidate nel parco naturale.
  • Attività di educazione ambientale e workshop sulla sostenibilità.

 

Attività e Esperienze

Escursioni e Trekking: Percorsi guidati per scoprire la flora e la fauna del parco, con possibilità di birdwatching e fotografia naturalistica.

Attività Acquatiche: Gite in kayak e snorkeling per esplorare le coste incontaminate e la vita marina.

Cultura e Tradizione: Visite a siti storici e culturali locali, degustazioni di prodotti tipici e partecipazione a eventi tradizionali.

 

Sostenibilità e Conservazione

Gestione delle Risorse:

  • Raccolta e utilizzo di acqua piovana.
  • Programmi di riduzione dei rifiuti e riciclaggio.
  • Uso di energie rinnovabili per ridurre le emissioni di CO2.

Conservazione della Biodiversità:

  • Collaborazione con enti locali e associazioni ambientaliste per la protezione degli habitat.
  • Progetti di ripristino delle aree degradate.
  • Monitoraggio e ricerca sulla fauna e flora locale.

 

Impatto Economico e Sociale

Sostegno all'Economia Locale:

  • Collaborazione con produttori e artigiani locali.
  • Creazione di posti di lavoro per la comunità locale.
  • Promozione di un turismo responsabile che rispetti le tradizioni e l'identità culturale del Salento.

Educazione e Sensibilizzazione:

  • Programmi educativi per le scuole e la comunità.
  • Workshop e seminari sulla sostenibilità e la conservazione.
  • Campagne di sensibilizzazione rivolte agli ospiti del resort.

 

3. Agriturismo Sostenibile:

L'agriturismo sostenibile nel Salento è un'opzione ideale per chi desidera una vacanza immersa nella natura, rispettosa dell'ambiente e delle tradizioni locali. Il Salento offre molte strutture che puntano sulla sostenibilità ambientale e sull'ospitalità autentica. Ecco alcune caratteristiche comuni e suggerimenti per trovare agriturismi sostenibili nel Salento:

Caratteristiche degli Agriturismi Sostenibili

  1. Uso di Energie Rinnovabili: Molti agriturismi utilizzano pannelli solari, sistemi geotermici o altre fonti di energia rinnovabile per ridurre l'impatto ambientale.
  2. Agricoltura Biologica: Gli agriturismi sostenibili spesso coltivano prodotti biologici, garantendo cibi sani e a km 0 per gli ospiti.
  3. Risparmio Idrico: Sistemi di recupero delle acque piovane e pratiche di irrigazione efficiente sono comuni per minimizzare lo spreco di acqua.
  4. Materiali Eco-Compatibili: La costruzione e la ristrutturazione degli edifici spesso utilizza materiali naturali e locali, riducendo l'impatto ambientale.
  5. Rispetto per la Biodiversità: Questi agriturismi proteggono e promuovono la biodiversità locale, creando habitat per la fauna selvatica e utilizzando piante autoctone nei giardini.
  6. Educazione Ambientale: Offrono attività didattiche e laboratori per sensibilizzare gli ospiti sull'importanza della sostenibilità e della conservazione della natura.

Come Trovare Agriturismi Sostenibili

  • Piattaforme Online: Siti web come Ecobnb, Agriturismo.it e Booking.com permettono di filtrare le strutture in base a criteri di sostenibilità.
  • Certificazioni: Cercare agriturismi con certificazioni di sostenibilità, come il marchio Bio o la certificazione Ecolabel.
  • Recensioni e Feedback: Leggere le recensioni degli ospiti precedenti può fornire informazioni utili sulle pratiche sostenibili delle strutture.

 

Consigli per Rendere una Casa Più Eco-Friendly

Per chi desidera rendere la propria abitazione più eco-friendly, ecco alcuni suggerimenti pratici:

  1. Isolamento Termico:
    • Migliorare l'isolamento di pareti, tetti e pavimenti per ridurre la dispersione di calore.
    • Utilizzare materiali isolanti ecologici come la lana di roccia o il sughero.
  2. Energia Rinnovabile:
    • Installare pannelli solari per la produzione di energia elettrica o per il riscaldamento dell'acqua.
    • Considerare l'uso di pompe di calore geotermiche.
  3. Gestione dell'Acqua:
    • Installare sistemi di raccolta delle acque piovane per l'irrigazione del giardino.
    • Utilizzare rubinetti e docce a basso flusso per ridurre il consumo di acqua.
  4. Materiali Sostenibili:
    • Scegliere materiali di costruzione riciclati o a basso impatto ambientale.
    • Utilizzare vernici e finiture non tossiche.
  5. Efficienza Energetica:
    • Sostituire le vecchie finestre con modelli a doppio vetro ad alta efficienza.
    • Installare elettrodomestici a basso consumo energetico.
  6. Design e Progettazione:
    • Progettare la casa in modo da massimizzare la luce naturale.
    • Considerare l'orientamento della casa per ottimizzare il riscaldamento e il raffreddamento naturale.

 

L'Importanza della Sostenibilità nell'Immobiliare Moderno

La sostenibilità nel settore immobiliare è fondamentale per diversi motivi:

  1. Riduzione dell'Impatto Ambientale:
    • Le costruzioni sostenibili riducono le emissioni di CO2, il consumo di risorse naturali e la produzione di rifiuti.
  2. Risparmio Economico:
    • Le abitazioni eco-friendly tendono a essere più efficienti dal punto di vista energetico, riducendo i costi delle bollette.
    • Le case sostenibili hanno spesso un valore di mercato più alto e tempi di vendita più rapidi.
  3. Salute e Benessere:
    • Gli edifici sostenibili migliorano la qualità dell'aria interna e riducono l'esposizione a sostanze chimiche nocive.
    • La progettazione che favorisce l'illuminazione naturale e l'uso di materiali naturali contribuisce al benessere degli occupanti.
  4. Responsabilità Sociale:
    • Adottare pratiche sostenibili dimostra un impegno verso la tutela dell'ambiente e delle generazioni future.
    • Le aziende immobiliari che investono nella sostenibilità spesso godono di una migliore reputazione e attraggono clienti più consapevoli.

 

Consigli per una Vacanza Sostenibile

  • Rispetto dell'Ambiente: Ridurre il consumo di plastica, riciclare e risparmiare risorse come acqua ed energia.
  • Supporto all'Economia Locale: Acquistare prodotti locali e partecipare ad attività offerte dalle comunità locali.
  • Mobilità Sostenibile: Usare mezzi di trasporto ecologici, come biciclette o trasporti pubblici, per esplorare la zona.

 

Conclusione

L'integrazione della sostenibilità nel settore immobiliare non è solo una scelta etica ma anche una necessità per garantire un futuro prospero e rispettoso dell'ambiente. Progetti come quelli nel Salento mostrano come sia possibile coniugare tradizione e innovazione per creare spazi abitativi e turistici che rispettano la natura e migliorano la qualità della vita.

 


Alla scoperta dei Castelli del Salento: tesori di storia e architettura

Tra i tanti gioielli disseminati sul territorio salentino, spiccano senza dubbio i castelli, testimonianze di un passato segnato da invasioni, battaglie e dominazioni straniere. In questo articolo esploreremo alcuni dei castelli più affascinanti del Salento, raccontandone la storia e l'importanza.

Un po’ di storia
Il Salento ha una storia ricca e complessa segnata da diverse dominazioni, tra cui quella bizantina (VI – XI secolo), normanna (XI-XII secolo) e aragonese (XV-XVI secolo). Ognuna di queste ha lasciato un'impronta significativa sulla cultura, l'architettura e le tradizioni della regione. In particolar modo la dominazione più “vicina” ai nostri tempi, ovvero quella aragonese, rafforzò le difese costiere contro le incursioni ottomane, costruendo torri di avvistamento e potenziando le fortificazioni esistenti. Le invasioni turche nel Salento sono un capitolo importante e drammatico della storia di questa regione. Questi attacchi, che si intensificarono tra il XV e il XVI secolo, ebbero un impatto devastante sulla popolazione locale e lasciarono cicatrici profonde nella memoria collettiva.
Tradizioni orientali, d’oltralpe e spagnole hanno imparato a convivere nei secoli, portando un'influenza nella cultura e nelle tradizioni locali, visibile anche nell'architettura e nell'arte.

 

Il Castello Aragonese di Otranto
Il Castello Aragonese di Otranto è uno dei monumenti più significativi della città, con una storia ricca che riflette le varie dominazioni e influenze che hanno caratterizzato il Salento nel corso dei secoli.
Le prime fortificazioni di Otranto risalgono al periodo bizantino, ma la struttura che conosciamo oggi ha subito numerosi ampliamenti e modifiche nel corso dei secoli. Durante la dominazione normanna, Otranto divenne un importante centro militare e commerciale, e le fortificazioni furono potenziate per proteggere la città dagli attacchi esterni.
Sotto il dominio svevo di Federico II, il castello fu ulteriormente rafforzato. Tuttavia, fu durante la dominazione angioina che si vide un significativo ampliamento delle strutture difensive, a causa delle crescenti minacce provenienti dall'Oriente.
Il castello subì la sua trasformazione più significativa durante la dominazione aragonese nel XV secolo. Ferdinando I d'Aragona, dopo il devastante assedio turco del 1480, ordinò la ricostruzione e l'ampliamento del castello per renderlo una fortezza inespugnabile.

Struttura e Difese
Il Castello Aragonese di Otranto presenta una pianta pentagonale irregolare, con bastioni angolari che ne rafforzano la difesa. La struttura è circondata da un profondo fossato, un elemento comune nelle fortificazioni aragonesi per impedire l'accesso diretto alle mura.
• Torrioni Circolari: I bastioni agli angoli sono sormontati da torrioni circolari che permettevano una migliore difesa contro gli attacchi di artiglieria. Questi torrioni sono dotati di feritoie e cannoniere.
• Porta di Accesso: L'ingresso principale è protetto da una massiccia porta con ponte levatoio, un elemento tipico delle fortificazioni medievali che garantiva un ulteriore livello di sicurezza.
• Cortile Interno: All'interno del castello, si trova un ampio cortile circondato da edifici che ospitavano le truppe, i magazzini e le altre strutture necessarie alla vita della guarnigione.

Elementi Architettonici
L'architettura del castello è caratterizzata da una combinazione di elementi difensivi e decorativi che riflettono le varie influenze culturali del periodo.
• Murature Possenti: Le mura sono costruite in pietra calcarea locale, con una struttura solida e resistente progettata per resistere agli attacchi di artiglieria.
• Decorazioni Scultoree: Nonostante la funzione prevalentemente difensiva, il castello presenta anche elementi decorativi, come stemmi araldici e motivi scultorei che celebrano la potenza della dinastia aragonese.
• Cammini di Ronda: Sulle mura perimetrali, i cammini di ronda permettevano ai soldati di pattugliare e difendere il castello dall'alto, offrendo una vista panoramica sulla città e sul mare.

 

Il Castello di Gallipoli
Il Castello di Gallipoli rappresenta uno dei simboli più significativi della città, posizionato strategicamente all'ingresso del centro storico. La sua storia ricca rispecchia le varie dominazioni che hanno caratterizzato il Salento nel corso dei secoli, evidenziando un'architettura che ha subito numerosi cambiamenti e espansioni nel corso della sua esistenza.
Le origini del castello risalgono al periodo bizantino (VI-VIII secolo), quando Gallipoli faceva parte dei territori dell'Impero Bizantino. Durante la dominazione normanna (XI-XII secolo), la struttura fu ampliata e rafforzata, trasformandosi in un importante punto difensivo contro gli attacchi saraceni.
Nel XIII secolo, sotto la dominazione sveva di Federico II, il castello fu ulteriormente fortificato. Successivamente, con l'avvento degli Angioini (XIII-XIV secolo), furono realizzati importanti lavori di ampliamento e ristrutturazione per adattare la struttura alle nuove tecniche belliche e alle esigenze difensive.
Il castello subì le sue trasformazioni più significative durante la dominazione aragonese (XV-XVI secolo). Ferdinando I d'Aragona ordinò la ricostruzione del castello dopo che Gallipoli fu coinvolta nelle guerre tra Angioini e Aragonesi. I lavori di ristrutturazione e ampliamento proseguirono sotto il regno di Carlo V, che adottò nuove tecniche militari per migliorare la difesa della città contro le incursioni turche.

Struttura e Difese
Il Castello di Gallipoli presenta una struttura quadrangolare con quattro torrioni angolari e una torre poligonale. La sua posizione strategica sull'acqua lo rendeva particolarmente difficile da attaccare.
• Torrioni Angolari: I quattro torrioni cilindrici agli angoli del castello erano dotati di feritoie e cannoniere per la difesa contro gli attacchi di artiglieria.
• Torre Poligonale: La torre poligonale, nota come Torre del Rivellino, fu aggiunta durante il periodo aragonese e rappresenta una delle principali caratteristiche architettoniche del castello.
• Fossato e Ponte Levatoio: Il castello era circondato da un fossato, che lo separava dalla terraferma, e l'ingresso principale era protetto da un ponte levatoio.

Elementi Architettonici
L'architettura del castello combina elementi difensivi con decorazioni che riflettono le varie epoche storiche.
• Murature Possenti: Le spesse mura in pietra calcarea locale erano progettate per resistere agli attacchi di artiglieria.
• Decorazioni Araldiche: Sulle mura e all'interno del castello si trovano stemmi e simboli araldici che celebrano la potenza delle famiglie nobiliari e dei sovrani che hanno governato Gallipoli.
• Cortile Interno: Il cortile centrale del castello era circondato da vari edifici che ospitavano le truppe, le cucine, i magazzini e le stalle.

 

Il Castello di Copertino
Il Castello di Copertino è uno dei più importanti e meglio conservati castelli del Salento, situato nella città di Copertino, in provincia di Lecce. La sua storia riflette le vicende politiche e militari della regione, mentre la sua architettura rappresenta un esempio significativo di fortificazione rinascimentale.
Le origini del castello risalgono al periodo normanno, tra il XI e il XII secolo. Inizialmente, esisteva una torre normanna, probabilmente costruita su preesistenze bizantine. Questa torre fu il nucleo attorno al quale si sviluppò successivamente il castello.
Durante la dominazione angioina (XIII-XIV secolo), il castello fu ampliato e fortificato ulteriormente. Con l'avvento degli Aragonesi nel XV secolo, il castello subì significative trasformazioni. Alfonso di Aragona, in particolare, ordinò importanti lavori di ampliamento per adattare la struttura alle nuove esigenze difensive imposte dall'introduzione delle armi da fuoco.
La configurazione attuale del castello si deve in gran parte al periodo rinascimentale. Nel XVI secolo, il castello fu ampliato e trasformato dalla famiglia Castriota-Scanderbeg, discendenti dell'eroe albanese Giorgio Castriota Scanderbeg. L'architetto Evangelista Menga fu incaricato di ristrutturare il castello, conferendogli l'aspetto imponente e fortificato che ancora oggi possiamo ammirare.

Struttura e Difese
Il Castello di Copertino ha una pianta quadrangolare, con bastioni agli angoli e un ampio fossato che lo circonda.
• Bastioni Angolari: I quattro bastioni angolari a forma di lancia (detti "a puntone") sono caratteristici delle fortificazioni rinascimentali e servivano a migliorare la difesa contro le armi da fuoco.
• Fossato e Ponte Levatoio: Il fossato circonda completamente il castello e, in origine, era riempito d'acqua. L'ingresso principale è accessibile tramite un ponte levatoio, che poteva essere sollevato in caso di attacco.
• Cortile Interno: All'interno del castello si trova un ampio cortile centrale, attorno al quale sono disposti vari edifici residenziali e militari.

Elementi Architettonici
L'architettura del castello combina elementi difensivi con caratteristiche estetiche tipiche del Rinascimento.
• Portale d'Ingresso: Il portale principale è decorato con motivi rinascimentali e presenta un arco a tutto sesto.
• Balconi e Logge: Alcuni balconi e logge interne sono ornati con eleganti decorazioni in pietra, riflettendo il gusto rinascimentale per l'estetica e la simmetria.
• Stanze e Saloni: All'interno, il castello ospita numerose stanze e saloni, alcuni dei quali affrescati e decorati con stemmi araldici e motivi floreali.

Torre Normanna
La torre normanna, risalente al periodo originario del castello, è ancora visibile e rappresenta il cuore antico della struttura. Questa torre fu integrata nelle successive modifiche architettoniche, diventando un simbolo della continuità storica del castello.

 

Il Castello di Acaya
Il Castello di Acaya è un notevole esempio di architettura militare rinascimentale situato nell'omonimo borgo di Acaya, nel Salento, in provincia di Lecce. La fortezza ha una lunga storia che riflette le trasformazioni politiche e militari della regione e rappresenta uno dei meglio conservati castelli del Salento.
Le origini del castello risalgono al XIII secolo, quando fu edificata una torre di avvistamento durante la dominazione normanno-sveva. Tuttavia, l'attuale configurazione del castello si deve principalmente ai lavori di ampliamento e fortificazione effettuati tra il XV e il XVI secolo.
Durante la dominazione aragonese, il castello subì importanti lavori di fortificazione. In particolare, l'architetto Gian Giacomo dell'Acaya, figlio di Alfonso dell'Acaya, fu incaricato di trasformare la torre in una fortezza rinascimentale moderna.
Nel XVI secolo, sotto Carlo V, il castello fu ulteriormente potenziato per difendere il territorio dagli attacchi ottomani. Gian Giacomo dell'Acaya progettò un sistema di bastioni e mura che rendessero la fortezza inespugnabile secondo i canoni dell'architettura militare rinascimentale.

Struttura e Difese
Il Castello di Acaya presenta una pianta quadrangolare con bastioni angolari e un ampio fossato che lo circonda, riflettendo le più avanzate tecniche di fortificazione del Rinascimento.
• Bastioni Angolari: I quattro bastioni angolari, con forma a punta di lancia, sono progettati per resistere agli attacchi delle armi da fuoco e per offrire un ampio campo di tiro ai difensori. Questi bastioni sono dotati di cannoniere e feritoie.
• Fossato e Ponte Levatoio: Il castello è circondato da un fossato, originariamente riempito d'acqua, che costituiva una prima linea di difesa contro gli assalti. L'accesso principale al castello avveniva tramite un ponte levatoio, che poteva essere sollevato per impedire l'ingresso ai nemici.
• Cortile Interno: Al centro del castello si trova un ampio cortile, attorno al quale sono disposti vari edifici residenziali e di servizio, tra cui le caserme, le cucine e i magazzini.

Elementi Architettonici
L'architettura del castello combina elementi difensivi con caratteristiche estetiche tipiche del Rinascimento.
• Portale d'Ingresso: Il portale principale è decorato con motivi rinascimentali e presenta un arco a tutto sesto con stemmi araldici e decorazioni scultoree.
• Balconi e Logge: Alcuni balconi e logge interne sono ornati con eleganti decorazioni in pietra, riflettendo il gusto rinascimentale per l'estetica e la simmetria.
• Stanze e Saloni: All'interno del castello, si trovano numerose stanze e saloni, alcuni dei quali affrescati e decorati con stemmi araldici e motivi floreali.

 

Il Castello di Carlo V
Il Castello di Carlo V a Lecce è una delle principali fortezze della città, simbolo del potere militare e politico nel Salento durante il periodo rinascimentale. Questo castello rappresenta un'importante testimonianza della storia e dell'architettura militare del XVI secolo.
Le origini del castello risalgono al Medioevo, con una prima struttura fortificata costruita dai Normanni nel XII secolo. Tuttavia, l'attuale configurazione del castello è frutto di una completa ristrutturazione e ampliamento voluti dall'imperatore Carlo V nel XVI secolo per migliorare le difese contro le incursioni turche.
Durante la dominazione aragonese, il castello subì vari interventi di fortificazione. La trasformazione più significativa avvenne sotto il regno di Carlo V e il suo viceré, Don Pedro da Toledo, nel 1539. L'architetto militare Gian Giacomo dell'Acaya fu incaricato di progettare il nuovo castello, che doveva essere una struttura imponente e moderna secondo i canoni dell'architettura militare rinascimentale.

Struttura e Difese
Il Castello di Carlo V ha una pianta trapezoidale con quattro bastioni angolari che conferiscono alla struttura un aspetto massiccio e imponente.
• Bastioni Angolari: I quattro bastioni angolari, chiamati San Giacomo, Santa Croce, Sant'Antonio e Sant'Antonio Abate, sono progettati per resistere agli attacchi delle armi da fuoco. I bastioni sono dotati di cannoniere e feritoie per il posizionamento dell'artiglieria.
• Fossato e Ponte Levatoio: Il castello era originariamente circondato da un fossato, che aumentava le difese contro gli assalti. Il ponte levatoio permetteva l'accesso al castello e poteva essere sollevato in caso di attacco.
• Cortile Interno: Il cortile interno è ampio e circondato da edifici che ospitavano le truppe, le cucine, i magazzini e altre strutture necessarie alla vita della guarnigione.

Elementi Architettonici
L'architettura del castello combina elementi difensivi con caratteristiche estetiche tipiche del Rinascimento.
• Portale d'Ingresso: Il portale principale, decorato con motivi rinascimentali e stemmi araldici, rappresenta l'ingresso monumentale al castello.
• Balconi e Logge: Alcuni balconi e logge interne sono ornati con eleganti decorazioni in pietra, riflettendo il gusto rinascimentale per l'estetica e la simmetria.
• Stanze e Saloni: All'interno del castello, si trovano numerose stanze e saloni, alcuni dei quali affrescati e decorati con stemmi araldici e motivi floreali.

Torre Quadrata
All'interno del castello si trova una torre quadrata che rappresenta una delle strutture originarie del castello medievale. Questa torre è stata integrata nelle successive modifiche architettoniche, diventando un simbolo della continuità storica del castello.

Uso contemporaneo dei castelli
I castelli ospitano frequentemente mostre d'arte temporanee, che spaziano dall'arte contemporanea a esposizioni storiche.
Vengono utilizzati anche come location per vari festival ed eventi culturali, come quelli dedicati alla promozione della lettura e della letteratura, con presentazioni di libri, incontri con autori e laboratori per bambini e adulti.
Durante l'estate ospitano concerti di musica classica, jazz e pop, oltre a rappresentazioni teatrali e spettacoli di danza.
I castelli sono sedi di conferenze e seminari su vari temi culturali, storici e scientifici, coadiuvati da varie attività didattiche, che li rendono importanti centri educativi, con iniziative rivolte a scuole e famiglie:
Non manca inoltre l’utilizzo di tecnologie multimediali per arricchire l'esperienza dei visitatori, mediante mostre interattive e visite virtuali.
Vengono organizzate collaborazioni culturali, ovvero scambi di mostre e progetti con musei e gallerie d'arte a livello nazionale e internazionale, e progetti comunitari, come Iniziative che coinvolgono la comunità locale, promuovendo la partecipazione attiva e la valorizzazione del patrimonio culturale.

Conclusioni
I castelli del Salento rappresentano un patrimonio di inestimabile valore, testimonianze vive di un passato ricco di storia e cultura. Ogni castello ha una storia unica da raccontare, fatta di conquiste, trasformazioni e adattamenti alle esigenze dei vari periodi storici. Visitare questi castelli significa non solo ammirare la loro bellezza architettonica, ma anche immergersi in un viaggio nel tempo che permette di riscoprire le radici profonde del Salento.
Se siete appassionati di storia e architettura, o semplicemente desiderate esplorare luoghi affascinanti e carichi di suggestione, i castelli del Salento sono una meta imperdibile. Preparatevi a vivere un'esperienza indimenticabile tra le mura di queste antiche fortezze.


Agevolazioni a fondo perduto per investimenti immobiliari in Salento (PIA e MiniPIA)

Gli Avvisi PIA Turismo e MiniPIA Turismo della Regione Puglia sono iniziative strategiche, recentemente promosse dalla programmazione regionale, con l'obiettivo di migliorare gli standard qualitativi del settore turistico.

Entrambe sono già attive, e lo rimarranno sino al 31/12/2027.

 

Beneficiari:

MiniPIA 

Il miniPIA è rivolto alle Micro e Piccole imprese del settore turistico, incluse le neo costituite, e alle Reti di imprese o Consorzi, nonché i liberi professionisti, equiparati alle piccole imprese come esercenti attività economica, secondo l’art. 12, legge 22 maggio 2017, n. 81. Alla data di presentazione della domanda, i liberi professionisti devono risultare in possesso di Partita Iva.

Le agevolazioni riguardano investimenti di importo compreso tra 30.000 e 5 milioni di euro (il tetto massimo del precedente finanziamento, ovvero il Titolo II, era di 2 milioni di euro).

 

PIA 

Il PIA è destinato a PMI (piccole e medie imprese), Reti di imprese (costituite da almeno 5 imprese), e imprese di Medie e Grandi dimensioni.

Gli investimenti devono essere compresi tra 5 e 40 milioni di euro. Le piccole imprese devono dimostrare un fatturato medio di almeno 1 milione di euro nell'ultimo triennio o accordi commerciali con brand di gestione strutture alberghiere 4 stelle.

 

 

Tipologie di Strutture Ammissibili

Il bando consente la richiesta di contributi fino al 60% dei costi ammissibili per investimenti in diverse strutture turistiche, tra cui:

- Alberghi

- Motel

- Villaggi-albergo

- Dimore storiche

- Alberghi con centri benessere

- Condhotel

- Restano escluse dall’elenco tutte le categorie extra-alberghiere come B&B, resort, case vacanza, ostelli, strutture ricettive all'aperto come i villaggi turistici e i parchi vacanza. Viene fatta un’eccezione, e quindi rientrano nel piano, le residenze turistico-alberghiere (residence) operative da almeno 6 mesi, e i B&B già esistenti realizzati all’interno di una masseria o di un palazzo storico precedentemente disabitato.

Gli immobili devono essere in ordine dal punto di vista catastale e urbanistico.

 

Finalità:

L’obiettivo di tale agevolazione è quello di valorizzare il territorio, anche attraverso lo sviluppo di servizi e prodotti indispensabili alla promozione culturale e naturale della Regione stessa. Le modalità attraverso cui si intende raggiungere tale traguardo sono molteplici:

 

  • ampliamento e miglioramento degli standard qualitativi dell’offerta turistica;
  • miglioramento dei servizi turistici in chiave green ed ecologica;
  • miglioramento dell’accessibilità e sicurezza ambientale;
  • digitalizzazione delle imprese turistiche;
  • evoluzione dell’impresa turistica 4.0;
  • formazione degli operatori per lo sviluppo delle competenze digitali e non;
  • qualificazione e sostegno dell’occupazione regionale ed in particolare di quella femminile in tale settore.

 

 

Iniziative Finanziabili e Spese Ammissibili

I finanziamenti di PIA e MiniPIA Turismo non prevedono la realizzazione di immobili ex novo, ma il recupero di immobili già esistenti da convertire in attività alberghiera, o il miglioramento di strutture alberghiere già operative. Il 90% del finanziamento riguarda i beni immobili, e un 10% le attività di innovazione di processo, coadiuvate da una relazione prodotta dalle Università o dagli enti autorizzati.

MiniPIA

Investimenti tra 30.000 e 5 milioni di euro possono riguardare:

  • Realizzazione di nuove strutture turistico alberghiere o extralberghiere (con almeno 5 camere) in stabili già esistenti
  • Manutenzione straordinaria, consolidamento, restauro e risanamento conservativo di immobili storici o abbandonati. In particolar modo, per quanto riguarda i palazzi storici, la normativa ha disposto che se il palazzo in questione è regolarmente abitato dovrà essere rilasciata una “certificazione di storicità” da parte della Sovrintendenza per i Beni Culturali, mentre se il palazzo è disabitato da almeno tre anni sarà sufficiente la certificazione di un tecnico
  • Recupero di edifici rurali, masserie, trulli, torri, fortificazioni, casine d’epoca e casali: possono essere ristrutturate per finalità alberghiere senza la necessità di “certificazione di storicità”, ma devono presentare minimo 5 camere
  • Ampliamento, ammodernamento e ristrutturazione di strutture alberghiere esistenti
  • Realizzazione o ammodernamento di stabilimenti balneari, campeggi e approdi turistici
  • Realizzazione, ampliamento o miglioramento di infrastrutture sportive e parchi tematici

 

PIA 

Investimenti tra 5 e 40 milioni di euro possono riguardare:

  • Nuove strutture turistico alberghiere ed extralberghiere con almeno 7 camere in stabili già esistenti
  • Ampliamento, ammodernamento e ristrutturazione di strutture alberghiere esistenti
  • Realizzazione di strutture alberghiere in immobili storici
  • Miglioramento dell'offerta turistica territoriale per favorire la destagionalizzazione dei flussi turistici

 

Le spese ammissibili includono:

  • Valore del suolo e sue sistemazioni
  • Opere murarie e assimilabili
  • Macchinari, impianti, arredi e attrezzature
  • Studi preliminari di fattibilità, progettazione e direzione lavori
  • Brevetti, licenze, know how e trasferimenti di tecnologie
  • Programmi informatici
  • Costi salariali per nuovi occupati

 

 

Tali piani di investimenti produttivi dovranno essere integrati da almeno un investimento di carattere energetico, digitale, tecnologico e di gestione dei rifiuti:

  • progetti di innovazione gestionale, organizzativa, tecnologica e strategica delle imprese turistiche;
  • progetti formativi per la qualificazione delle competenze inerenti la trasformazione digitale, il turismo sostenibile, la transizione ecologica, la riconversione green, correlati alla strategia regionale di specializzazione intelligente;
  • investimenti volti alla tutela ambientale;

 

Per le PMI (piccole e medie imprese) il piano di investimento per l’agevolazione potrà comprendere anche:

  • programmi di consulenza specialistica, inclusa l’internazionalizzazione;
  • spese per la partecipazione a fiere.

 

 

Agevolazioni Finanziarie

Per PIA e MiniPIA Il contributo a fondo perduto varia in base alla dimensione dell’impresa, ma in linea di massima si andrà a finanziare il 45% dell’investimento totale, con la possibilità di aggiungere un ulteriore 15% derivante dal credito d’imposta grazie alle disposizioni della ZES Unica (dal 1° gennaio 2024 è istituita la Zona economica speciale per il Mezzogiorno – ZES unica, che comprende, tra i vari territori, anche la Puglia).

 

Modalità di erogazione

L'iter burocratico per richiedere il PIA e il MiniPIA si suddivide in tre fasi:

  1. Fase di accesso: presentazione della domanda sulla piattaforma telematica della Regione Puglia. Si precisa che nel momento in cui si presenta la domanda è necessario essere già in possesso del bene immobile, oppure, per dare dimostrazione di avere disponibilità del bene, avere in corso un preliminare di vendita con caparra del 10% sul prezzo di acquisto già versata.
  2. Fase di istruttoria: valutazione della domanda da parte di Puglia Sviluppo.
  3. Fase di presentazione del progetto: presentazione del progetto definitivo entro 60 giorni dall'ammissione.

 

I fondi saranno erogati a Sportello. La procedura valutativa a sportello esamina le richieste di finanziamento secondo l’ordine cronologico di arrivo della domanda. All’esaurimento dei fondi stanziati per la misura, il processo di valutazione si arresta.

La procedura a sportello non implica automaticamente che l’ordine di arrivo sia l’unico fattore determinante. In alcuni bandi esistono criteri di precedenza (ad esempio per imprese giovanili o femminili), e in tutti è comunque necessario superare l’istruttoria di ammissibilità formale.

La forma dell’aiuto è quella del contributo a fondo perduto. I contributi a fondo perduto sono probabilmente la forma di finanza agevolata più conosciuta e apprezzata dalle imprese. Si tratta di un’erogazione monetaria non soggetta in alcun modo ad un obbligo di restituzione. I contributi a fondo perduto sono generalmente (ma non per forza) concessi a fronte della presentazione di un progetto specifico, sotto forma di contributo in percentuale rispetto al totale delle spese presentate nella domanda.

Un piccolo esempio: l’impresa partecipa ad un bando che eroga somme a fondo perduto per il 40% del totale dei progetti presentati. Se il progetto prevede un costo complessivo di 100.000 €, questo significa che verrà erogata una somma pari a 40.000 €, che non dovrà essere restituita.

Ci sono delle condizioni, in quanto ci si dovrà attenere al piano presentato, oppure anticipare le spese, che poi verranno rimborsate, e inoltre la destinazione d’uso turistico-alberghiera dell’immobile dovrà rimanere attiva per almeno 3 anni dal momento della sua apertura.

Nel caso in cui si volesse rinunciare al finanziamento dopo aver già inoltrato la richiesta, le casistiche sono due: se la pratica è già allo stato avanzato, ovvero è stata accettata e il finanziamento erogato, sarà necessario restituire la somma ricevuta più gli interessi, altrimenti se la domanda non ha ancora ricevuto risposta, sarà sufficiente effettuare una formale rinuncia.

Affinché le richieste per i PIA e i Mini PIA possano essere presentate in modo adeguato e completo, è consigliabile affidarsi a un esperto del settore, ovvero a qualcuno che in modo meticoloso e attento gestisca la richiesta di finanziamento.

Professionista rinomato, soprattutto per questo genere di operazioni, è il Dottore Commercialista Marco De Marco, con studio sito a Lecce in Via Giovanni Gentile n. 6, che negli anni passati con il finanziamento Titolo II, e ora con PIA e Mini Pia Turismo, sta aiutando numerosissimi imprenditori a districarsi nell’iter burocratico e a concretizzare i loro progetti.

 

Gli immobili finanziabili in Salento

Il mercato immobiliare Salentino è ricco di immobili storici e antichi da ristrutturare e recuperare, che potrebbero essere oggetto di finanziamenti Pia e Mini PIA Turismo, non solo da parte di imprese locali, ma anche di imprese fuori regione o estere, che vedono il Salento come un’area d’investimento in continua ascesa.

Uno degli scopi dei finanziamenti è quello di dare nuova vita a queste proprietà cariche di tradizioni, che con i loro elementi architettonici vanno a caratterizzare in modo profondo il territorio, e fanno sì che il Salento non sia apprezzato in tutto il mondo unicamente per le sue risorse naturali . Abbiamo di fronte un patrimonio con una grandissima potenzialità turistico-economica, e la finalità principale è quella di concretizzarla e portarla in linea con le richieste del mercato attuale, senza trascurare la sostenibilità ambientale.

 

Attualmente sul nostro portale www.immobilinelsalento.com proponiamo in vendita immobili che potrebbero essere oggetto dei finanziamenti Mini PIA Turismo. Proponiamo di seguito alcuni esempi:

 

  • “I Giardini di Marzo”, complesso rurale del ‘600 da ristrutturare, sito a Castrignano del Capo, dove è già presente un progetto di ristrutturazione e finanziamento con Mini PIA per la creazione di una struttura turistica

https://www.immobilinelsalento.com/immobile/complesso-rurale-del-600-a-pochi-passi-da-santa-maria-di-leuca/

 

 

 

  • “Casa Calce”, antica abitazione a Bagnolo del Salento, con 12 vani più giardino, perfetta per la realizzazione di un B&B/affittacamere

https://www.immobilinelsalento.com/immobile/antica-abitazione-con-giardino-e-cortile-in-vendita/

 

 

 

  • “La Dimora del Falconiere”, antica residenza ducale in vendita, risalente alla fine dell’800, situata nel cuore della vivace cittadina di Ruffano, con giardino e 16 vani

https://www.immobilinelsalento.com/immobile/antica-dimora-con-ampio-giardino-in-vendita-nel-salento/

 

 

 

 

Conclusioni

 

Chi si occupa di turismo nel Salento ad oggi ha un’ulteriore fonte a cui poter attingere per far sì che il patrimonio storico-artistico-architettonico di questo territorio venga recuperato e portato a nuova vita, incentivando anche l’economia locale. Negli ultimi anni è in corso un trend, soprattutto nei visitatori stranieri e di fuori regione, che consiste nella ricerca del Salento originario, e la prima tappa del loro viaggio è rappresentata dalla ricerca di un alloggio che rispecchi appieno la storicità e l’originalità del luogo.

C’è ancora tanto lavoro da fare, ma il percorso di recupero si sta incanalando sulla strada giusta, con una ristrutturazione attenta ai dettagli e alle richieste della clientela, volto alla riscoperta del Salento più autentico.


Le Case a Corte del Salento: tradizione, architettura e socialità

Nel Salento, la casa a corte si distingue come una tipica abitazione contadina, contraddistinta da uno spazio scoperto, sia comune che privato, con accesso diretto dalla strada e circondato da una o più unità abitative. Questo modello abitativo ricorrente nel territorio salentino si origina da un modulo base, solitamente un singolo vano rettangolare, posizionato centralmente all'interno di un lotto e adiacente su un lato, creando un corridoio che collega la corte antistante alla parte posteriore destinata all'orto.

Gli spazi esterni hanno un'importanza predominante rispetto a quelli interni. Sebbene l'orto fosse essenziale per la coltivazione dei prodotti necessari alla famiglia, è il cortile a costituire il fulcro della casa, concepito come un ambiente polifunzionale utilizzato per lavoro, deposito, ricovero degli animali da lavoro e soprattutto come luogo di socializzazione, intrattenimento e svago.

 

L’origine

Questo modello abitativo rappresenta un'evoluzione della capanna con cortile antistante, inizialmente costruzioni povere a singola cellula che in seguito si svilupparono diventando "pluricellulari".

Le origini di questa particolare tipologia edilizia, comunemente conosciuta come casa a corte, sono determinate da diversi fattori. È un sistema abitativo che deriva sia da fattori climatici e fisici legati allo sfruttamento del suolo, sia dalle vicende storiche che hanno lasciato segni profondi in questa regione. Tuttavia, è difficile stabilire quale dei due fattori abbia giocato un ruolo predominante nella sua nascita. È probabile che entrambi abbiano contribuito, insieme all'organizzazione familiare, a determinare lo sviluppo di questa particolare forma abitativa.

 

Evoluzione

Nei grossi centri, dove le condizioni economiche erano meno precarie, alla tipologia elementare della casa a corte con recinto antistante si è affiancata una tipologia più articolata con distribuzioni di spazi più evolute.

Nell'evoluzione di questo modello abitativo, i vani abitativi sono sempre rialzati rispetto al terreno e coperti da volte a botte, mentre i piani bassi sono adibiti a cantine, stalle, ripostigli e legnaie.

L'ingresso allo spazio scoperto del cortile è preceduto da un vano carraio coperto chiamato ‘sappuertu’ o ‘simportu’, sufficientemente grande da contenere il carro agricolo, la mangiatoia per il cavallo, la pila per il bucato, il pozzo e la cisterna per attingere l'acqua. Questo vano consentiva agli abitanti della corte, soprattutto alle donne, di riunirsi per conversare, cucire, socializzare, fare il bucato o trasformare i prodotti della campagna.

Rispetto al modello originario, le corti si sono arricchite di un elemento nuovo: la scala. Realizzata in pietra e incorporata nelle costruzioni, la scala era presente solo nella parte superiore, quindi si rendeva necessario aggiungere una scala a pioli da appoggiare alle pareti. Questo impediva agli estranei l'accesso alle terrazze, spesso utilizzate per essiccare il cibo.

La scala diventava un elemento qualificante, con massicci archi a tutto sesto e diverse rampe che creavano effetti sorprendenti, rappresentando un elemento architettonico di connessione tra la riservatezza della corte e la pubblica strada. Inoltre, oltre ad accedere alle terrazze o alle abitazioni, la scala conduceva anche a un elemento architettonico tipico del Salento: il mignano.

Questo elemento, un palco sospeso sopra il vano carraio della casa a corte, era affacciato sia sulla pubblica strada che sulla corte stessa. Il mignano, posto a breve distanza dall'arco del portone d'ingresso, consisteva di balconate sostenute da mensole robuste decorate, occupando spesso l'intero prospetto sulla strada.

Il mignano, eredità di antichi palchi sospesi o logge, trovava la sua applicazione naturale soprattutto nell'area salentina, dove il processo di bizantinizzazione ha influito sulla cultura e sull'arte. Consentiva alle donne di partecipare discretamente alla vita della città, offrendo un punto di osservazione senza essere viste.

 

Tecniche costruttive e materiali

I materiali di scarsa qualità e le tecniche costruttive rudimentali hanno accelerato il deterioramento fisico della casa a corte, rendendo complicato il suo restauro e la sua manutenzione.

La facciata dell'abitazione è estremamente semplice, con un timpano che segue l'inclinazione del tetto a due spioventi, dove si trovano i canali per il drenaggio delle acque piovane, solitamente realizzati con blocchi di pietra calcarea disposti in parallelo per adattarsi ai diversi livelli dei tetti. L'acqua piovana veniva poi raccolta in enormi cisterne.

Le facciate di tutte le unità abitative, di solito dipinte di bianco, si affacciano sull'ampio spazio aperto della corte in modo uniforme, senza evidenziare i confini delle diverse famiglie. I muri bianchi, trattati con calce, accentuano i contrasti e riflettono la luce.

Le varie strutture murarie e le coperture dei vani rivelano anche le diverse epoche in cui le varie cellule sono state costruite. Le stanze realizzate più recentemente presentano volte poggianti su robusti pilastri, mentre le cellule originarie mostrano le classiche coperture con embrici.

Il tetto era composto da un sottofondo di canne sorrette da travi di legno e coperto da tegole a due falde. Le canne costituivano un'antica tecnica per la realizzazione di soffitti e tetti dotati di proprietà fonoassorbenti, strutturalmente robusti e flessibili allo stesso tempo.

Per quanto riguarda i pavimenti interni, erano realizzati con lastre di pietra calcarea molto compatta, conosciute come "chianche" (pietra di Cursi).

 

Struttura e arredi

Nella semplice casa a corte, costituita da una singola stanza, risiedeva il nucleo familiare. Un elemento cruciale, situato nella cucina, era il focolare con il suo fumaiolo, che non solo rappresentava il fuoco abitativo, ma anche un simbolo dell'unità familiare. Solitamente posizionato accanto alla porta d'ingresso, il focolare era di dimensioni considerevoli, con un basamento ampio e un architrave decorato con motivi floreali a bassorilievo, diventando l'elemento decorativo principale della casa.

La cucina fungeva anche da soggiorno e stanza di lavoro, oltre che per accogliere le visite. I letti, talvolta sovrapposti durante il giorno per risparmiare spazio, potevano essere collocati dietro un rincasso della parete. Il tavolato del letto veniva mantenuto sollevato dal pavimento per consentire lo stoccaggio di provviste agricole sotto di esso.

La porta che dava sulla corte era dotata di un infisso in legno e di un foro circolare in basso per il passaggio del gatto, mentre una finestra permetteva l'illuminazione naturale e la ventilazione. Nel giardinetto esterno, si svolgevano varie attività domestiche, come la macinazione del grano, il lavaggio dei panni, l'approvvigionamento d'acqua dal pozzo e l'essiccazione di prodotti agricoli.

Nello spazio aperto della corte, trovavano posto accessori comuni a tutte le famiglie, come la cisterna per l'acqua, il lavatoio chiamato "pila" e i sedili in pietra per le serate estive. Coperchi circolari di pietra indicavano la presenza di pozzi asciutti chiamati "fogge", utilizzati per conservare grano e cereali. Un altro elemento, seppur in disuso, era lo stompo, un mortaio di pietra cilindrico per pestare il grano duro. Infine, il forno per la panificazione era raramente presente nella corte, poiché il pane veniva generalmente cotto nei forni rustici di uso pubblico.

 

Tipologie di case a corte nel Salento

Le diverse tipologie di corti nel Salento riflettono la varietà e la complessità delle abitazioni rurali presenti nella regione. La più diffusa è la "corte chiusa", contraddistinta da un unico ingresso principale, un portone ad arco a tutto sesto, spesso munito di infisso in legno a due battenti, che separa completamente lo spazio cortile dalla strada. Altre configurazioni includono:

- Le "case a corte aperte", che formano veri e propri complessi urbanistici.

- Le "corti private", abitate da una sola famiglia, spesso più agiata.

Esaminando più da vicino le corti chiuse, si distinguono due varianti principali. Il primo tipo, più arcaico, si trova principalmente a sud di Lecce, in zone dove l'agricoltura cerealicola dominava l'economia e la vita quotidiana. Il secondo tipo è più articolato ed è tipico dei centri più grandi, dove le condizioni di vita erano migliori. Qui, i vani erano più elevati e coperti da volte, mentre i piani inferiori erano utilizzati come scantinati, cantine o stalle. In queste corti compaiono spesso scale a varie rampe e i caratteristici "mignani".

Nella Grecìa Salentina, soprattutto a Martano, si trovano esempi di case a corte simili a quelle greche, con il cortile al centro e le abitazioni, le stalle e i magazzini che vi si affacciano. In alcune vie di Martano, così come nei centri di Castignano dei Greci e Martignano, si osserva la presenza di due cellule abitative di dimensioni diverse, affiancate nello stesso cortile, seguendo lo schema comune delle case "plurifamiliari". Un esempio notevole è la "Corte Grande" a Martano, con due cellule primarie disposte una accanto all'altra, che chiudono due passaggi scoperti originari

A Vernole, un intero quartiere è formato da cellule abitative affiancate, con recinto antistante e giardino retrostante. Questo insieme rappresenta uno dei più significativi esempi di edilizia salentina, con 51 nuclei familiari che vanno dalle famiglie più numerose a quelle più piccole.

 

Il ruolo della casa a corte

La casa a corte svolge principalmente la funzione di essere un punto di incontro e di socializzazione per la famiglia. È un esempio chiaro di come un elemento di aggregazione venga utilizzato in modo collettivo per garantire risorse di sopravvivenza, ed è pertanto rispettato e protetto.

Oltre a soddisfare le esigenze materiali, fornendo accesso a risorse come il pozzo, la pila e il granaio, la corte risponde anche a bisogni affettivi. Dopo una giornata di duro lavoro nei campi, i membri della famiglia si riuniscono nel cortile per raccontare storie, ascoltare e socializzare, cercando così di sfuggire all'isolamento che caratterizza la vita rurale. Diventava così un punto di riferimento per famiglie dello stesso ceto sociale, spesso unite da legami di parentela, riunendosi intorno al pozzo e condividendo attività quotidiane, discussioni e momenti di ritrovo. Inoltre, la necessità di riunione tra famiglie nasce dalla volontà di proteggersi dai pericoli delle campagne e della malaria, e di stabilire relazioni sociali importanti per l'ingaggio di manodopera nei mercati locali.

La casa a corte contemporanea

La casa a corte è stata recentemente reinterpretata, evidenziando un rinnovato interesse per lo spazio domestico racchiuso. La corte, simbolo di isolamento individuale, rappresenta una porzione del territorio delimitata, con il suo prospetto principale rivolto all'interno e le murature esterne che assumono un ruolo secondario. La corte non è uno spazio completamente aperto, ma piuttosto una zona di rappresentanza con un'ampia apertura nella copertura per aerazione e illuminazione.

L'architettura di queste abitazioni sembra rispondere alla necessità di sopravvivere all'anonimato e alla frenesia delle moderne metropoli. Negli ultimi anni, la struttura della casa a corte è stata adottata anche nei grandi agglomerati urbani. La disposizione tipica prevede un cortile centrale con balconi che si affacciano sulle pareti interne, facilitando l'accesso alle unità abitative. Tuttavia, la caratteristica umana fondamentale è la socializzazione, e in un'epoca in cui la tecnologia può portare alla distanza emotiva, le case a corte offrono un'opportunità di incontro e dialogo. Gli spazi comuni consentono agli abitanti di interagire, iniziando con un semplice saluto che può evolversi in una conversazione e una conoscenza reciproca.


La Via Francigena nel Salento: scopriamo gli itinerari tra storia, natura e architettura

Storicamente per Via Francigena, o meglio Vie Francigene, si intende un fascio di Vie che collegavano i territori dominati dai Franchi (le attuali Francia e Germania) a Roma in epoca medievale. Oggi si parla di Vie Francigene anche per indicare quegli itinerari culturali verso Roma, destinati al pellegrinaggio moderno e al turismo sostenibile.

Il detto “tutte le strade portano a Roma” può ironicamente dare un’idea di quante siano le Vie Francigene a livello teorico. La storia di questo cammino trae le sue origini dal Medioevo, quando i pellegrini dovevano raggiungere una delle peregrinationes majores, per arrivare a Gerusalemme, Santiago o Compostela. Il viaggio dei pellegrini, infatti, partiva dal Sud Italia per guadagnare il nord Europa o al contrario, iniziava a Roma per giungere in Puglia, dove si imbarcavano per la Terra Santa. In effetti i pellegrini nel medioevo partivano dalla propria casa e percorrevano non solo la rete ‘stradale’ dell’epoca, ma anche tutti quei sentieri e selciati che meno li esponessero al rischio di assalto o incidenti ma che nel contempo passassero per luoghi dove era possibile ricevere ospitalità e cibo.

La Via Francigena in Salento si estende lungo il tacco dello stivale per circa 120 km: un viaggio nella cultura di questo lembo di terra che vanta innumerevoli tappe imperdibili, tra le città principali come Lecce e Otranto, la città millenaria che guarda ad Oriente, ammirando affascinanti opere architettoniche, passando per borghi e campagne, dove non mancano antichissime testimonianze delle tappe di pellegrinaggio.

 

Alto Salento, le origini del percorso

Il percorso inizia dalla città, o meglio dal porto di Brindisi, e uno degli elementi simbolo sono le Due Colonne dell’Appia, arrivo per chi doveva partire per la Terra Santa, o partenza per chi doveva andare a Roma. Per lungo tempo le colonne sono state ritenute terminali della Via Appia, ma la collocazione delle colonne nel rialzo prospiciente il porto di Brindisi, e la relazione con la visuale con l'imboccatura dello stesso, dimostrano che furono innalzate con un intento celebrativo, forse a supporto di due statue bronzee.

Altra tappa obbligatoria per chi passava da Brindisi, è la Chiesa di San Giovanni al Sepolcro, antichissima, di età normanna (XI secolo), costruita su più strati di storia della città. Si tratta di una piccola rievocazione del Santo Sepolcro a Gerusalemme, con pianta circolare a indicare la circolarità della vita e della spiritualità che si eleva verso l’alto, accompagnata da cicli di affreschi e capitelli intagliati.

Continuando il cammino, a ridosso di Torchiarolo, troviamo Valesio, un’antica città prima Messapica, poi Romana, poi Bizantina, rimasta in vita sino all’anno 1000 d.C. circa come villaggio medievale, poi disabitato, letteralmente attraversato dalla via Traiana-Calabra. Si tratta di una città importantissima nell’antichità, dove devono ancora essere effettuati molti scavi, ma nella quale sono state trovate sinora moltissime monete provenienti da svariate parti del Mediterraeo, e questo ci fa capire che questo luogo era fulcro di scambi, commerci e passaggio di genti provenienti da molte località diverse, che ha ancora moltissimo da raccontare.

Nel tratto di strada che da Valesio ci conduce verso Surbo, ci imbattiamo in un bene storico-architettonico di grande pregio, che dal 2012 viene gestito in modo diretto dal FAI (Fondo Ambiente Italiano), ovvero l’Abbazia di Santa Maria a Cerrate. Risalente all'XI secolo, anche se in base agli scavi archeologici vi furono degli insediamenti precedenti, durante il XII secolo era anche centro di produzione (soprattutto di cereali), ed era abitata dai monaci bizantini che scappavano dalle persecuzioni turche a Bisanzio. La località fu un importante polo religioso e culturale. l’Abbazia viene ampliata fino a divenire uno dei più importanti centri monastici dell’Italia meridionale: nel 1531, quando passa sotto il controllo dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli, il complesso comprende, oltre alla chiesa, stalle, alloggi per i contadini, un pozzo, un mulino, due frantoi ipogei. Il saccheggio dei pirati turchi nel 1711 fa precipitare l’intero centro in uno stato di completo abbandono che prosegue nel corso del XIX secolo. Oggi, dopo un complesso intervento di restauro, l'Abbazia è nuovamente visitabile e rappresenta uno splendido esempio di architettura romanica pugliese impreziosita da importanti affreschi che ne fanno un unicum nel mondo bizantino.

Nelle campagne di Lecce, al confine con il comune di Surbo, è presente un’altra importantissima tappa della via Francigena Salentina, ovvero la Chiesa di Santa Maria d’Aurìo. Risalente al XII secolo, è la testimonianza architettonica più antica del casale medievale di Aurìo, scomparso tra il XV e il XVI secolo. La chiesa era un altro luogo che si attraversava prima di arrivare a Lecce, e oltre ad essere piena di croci, segno distintivo e caratterizzante del passaggio dei pellegrini, ha anche una serie di imbarcazioni incise sulla sua facciata, e questo è segno che i pellegrini si preparavano al viaggio per andare in terra santa e dovevano attraversare l’Adriatico. La stragrande maggioranza di questi viandanti, soprattutto quelli che venivano dal nord Europa, non aveva mai visto il mare, e l’esperienza della navigazione per loro era terrorizzante, perché capitava che a causa del mare mosso e delle tempeste le navi naufragassero e i pellegrini morissero annegati. Il disegno della nave veniva inciso quasi come un ex-voto, per assicurarsi che la chiesa proteggesse il loro viaggio. Nel caso in cui fossero riusciti ad arrivare dall’oriente in Salento, dopo aver attraversato il mare in tempesta, l’incisione diventava un ex-voto per grazia ricevuta.

 

Da Lecce verso il basso Salento

All’ingresso di Lecce ci accoglie l’ex Monastero degli Olivetani, e l’antico monastero, più che un luogo appartato, era un sito strategico, scelto nel secolo XII da Tancredi d'Altavilla, ultimo conte normanno di Lecce, per edificare un sontuoso complesso religioso, destinandolo all’Ordine dei Benedettini. L’abbazia suscitò sin dall’inizio stupore per la sua magnificenza e la chiesa, dedicata ai SS.Niccolò e Cataldo, raggiunse ”il più alto livello” tra le architetture medioevali in Terra d’Otranto. Nel 1494 sopraggiunsero gli Olivetani (Benedettini di Monte Oliveto), che sostituirono la preesistente comunità, ormai in estinzione. Mentre la chiesa fu conservata ed arricchita, il convento fu ricostruito in forme maestose.

La via Francigena attraversa Lecce, dove in pieno centro storico si trova la Chiesa di San Nicolò dei Greci. Si tratta di una chiesa salentina realizzata al di sopra di un’antica chiesetta risalente al IX secolo, della quale è ancora esistente l’antica cripta e la parte absidale. Nella cripta sono ancora presenti i dipinti antichi. La chiesetta era chiamata “Chiesa di San Giovanni del malato” e a un certo punto era stata abbandonata. Nella parte posteriore della chiesa c’è una cisterna, che raccoglieva le acque di una falda del fiume Idume, il fiume di Lecce.

Procedendo per la città fortificata di Acaya, e attraversando la campagna di Melendugno, si arriva nella zona della Grecìa Salentina, e una delle località più frequentate dai viaggiatori era quella di Carpignano Salentino, dove spicca la barocca Chiesa Parrocchiale del '500, la quale custodisce la Cripta di Santa Cristina scavata nel tufo tra l'VIII e il IX secolo. La Cripta è l’unico luogo di quest’epoca di cui si conoscono il committente e l’affrescatore, in quanto i loro nomi sono citati nelle numerose scritte in lingua greca che ricoprono le mura della cripta. Gli affreschi alle pareti, che hanno più di mille anni, si sono conservati molto bene e la cripta è l’unico caso in tutto il mediterraneo in cui abbiamo una così grande ricchezza di dati. Questo tipo di affreschi continua a ricordarci come al tempo, per chi attraversava la via francigena, il punto di riferimento principale fosse Costantinopoli, dove si parlava greco.

 

Si prosegue tra antiche masserie e una lussureggiante pineta fino ad attraversare il borgo di Cànnole, dove troviamo il Villaggio di Torcìto, che è stato inzialmente un villaggio, poi nel XII secolo è diventato una Masseria, alla quale nel corso degli anni sono state aggiunte ulteriori strutture, come la torre colombaia e la Chiesa dedicata a San Vito. La Masseria di Torcìto è circondata da una vegetazione lussureggiante, che la accompagna nei secoli, e che oggi ha dato vita al Parco Naturale di Torcìto, molto apprezzato dai cultori del trekking.

Arriviamo poi al settecentesco Santuario di Monte Vergine a Palmariggi, il quale custodisce una preziosa cripta del periodo bizantino, nel cui lato orientale si ergeva un altare contenente un affresco della Madonna a mezzo busto con in braccio il Bambino Gesù.

Segue Giurdignano con il suo "Giardino Megalitico", una zona ricchissima di dolmen e di menhir, e ricordiamo in particolare il Menhir San Paolo, altra tappa del percorso francigeno, dove all’interno dello sperone roccioso è stata scavata una cripta, probabilmente di epoca bizantina, all’interno della quale è visibile un affresco che rappresenta la taranta, un ragno velenoso che mordeva le donne, le cosiddette tarantate, di cui San Paolo è protettore.

Nel comune più piccolo di tutto il Salento, Giuggianello, sempre tra dolmen e menhir, si trova l’antichissima Masseria Quattro Macine, insediamento bizantino risalente al VII secolo, negli anni attaccato dai turchi, riedificato, utilizzato come stazione di posta, tabacchificio, masseria.

 

Ci inoltriamo successivamente nel canalone della Valle dell’Idro, e passiamo per la Grotta di Sant’Angelo, chiesa-cripta in parte distrutta, dove sono ancora evidenti, alcune tracce degli affreschi che decoravano le pareti della grotta, rappresentanti figure sacre, persone in tuniche, i visi di due donne, e santi. Nonostante gli affreschi oggi siano poco identificabili, la grotta di Sant’Angelo è indubbiamente una delle più suggestive ed interessanti di tutta la valle dell’Idro.

Ci dirigiamo poi al centro di Otranto con la splendida Cattedrale di S.Maria Annunziata, edificata sui resti di un villaggio messapico, di una domus romana e di un tempio paleocristiano, fu fondata nel 1068. È una sintesi di diversi stili architettonici comprendendo elementi bizantini, paleocristiani e romanici. Gli affreschi del XIII secolo vennero quasi tutti distrutti dall’invasione turca del 1480. Rimane intatto invece il preziosissimo pavimento a mosaico, eseguito tra il 1163 e il 1165, di grande impatto scenico per l'ampia decorazione che rappresenta scene dall'Antico Testamento, cicli cavallereschi, bestiari medievali. Le immagini, disposte lungo lo sviluppo dell'Albero della vita, ripercorrono l'esperienza umana dal peccato originale alla salvezza. Molto particolare dal punto di vista architettonico la cripta, che risale all'XI secolo ed è una miniatura della celebre Cisterna di Teodosio o della Moschea di Cordova. Possiede tre absidi semicircolari e si caratterizza per le quarantotto campate intervallate da oltre settanta tra colonne, semicolonne e pilastri. La singolarità è nella diversità degli elementi di sostegno, provenienti da edifici antichi e altomedievali, dal vario repertorio figurativo. Di grande pregio gli affreschi superstiti che abbracciano un arco cronologico dal Medioevo al Cinquecento.

Non meno importante è la Chiesa di San Pietro, sempre a Otranto, è uno degli edifici medievali del Mezzogiorno più rappresentativi della tradizione costruttiva bizantina e rimane la più alta e viva espressione dell'arte bizantina in Puglia. L'edificio sacro rappresentò, probabilmente, la prima basilica della città, eletta metropoli nel 968 e alle dirette dipendenze della sede patriarcale di Costantinopoli. La sua datazione è stata per lungo tempo oggetto di dibattito tra gli studiosi, ma dall'analisi della struttura, degli affreschi e delle iscrizioni in lingua greca, sembra riconducibile al IX-X secolo. Nelle tre absidi sul fondo si dispongono gli splendidi affreschi in stile bizantino databili al X-XI secolo

 

Oltrepassata Cocumola, dove svetta il Menhir della Croce in Via Savoia 26, si cammina tra pinete e uliveti fino a Vignacastrisi.

E’ la volta poi di Andrano, nelle cui campagne troviamo la Cripta dell’Attàrico; si ritine che dal secolo VIII al X la grotta abbia ospitato monaci basiliani, e sono ancora presenti due affreschi. Inizialmente come rifugio, e successivamente come eremo spirituale, i monaci nel frattempo si spostarono nella vicina abbazia di Santa Maria del Mito, centro di cultura e Masseria totalmente autosufficiente, situata tra il feudo di Tricase e quello di Andrano.

 

La meta finale

Il percorso della via Francigena Salentina si è quasi concluso, e a circa 1 Km da Santa Maria di Leuca, nei pressi dell’odierna Masseria Coppola, sulla SS 275, l’ultima sosta era rappresentata dall’antica Cappella dei Lazzari, ove venivano curate malattie. Costruita nel XIV sec. dai Granduchi di Toscana per i naviganti fiorentini, che frequentavano numerosi lo scalo di Leuca, purtroppo non esiste più.

L’ultima tappa, e senza dubbio la più significativa, è a Santa Maria di Leuca, presso la Basilica – Santuario S. Maria de Finibus Terrae, che affonda le sue radici ai primordi del cristianesimo. Esso sorge là dove c’era stato il tempio dedicato alla dea Minerva del quale, entrando in Chiesa, sulla destra, si conserva un cimelio: l’ara o una parte di essa, su cui venivano offerti i sacrifici alla dea. La tradizione narra che l’apostolo Pietro nel 43 d.C. sbarcò in Puglia per fare ritorno a Roma dopo il suo viaggio in Oriente. In questa occasione, il tempio fu dedicato al Salvatore e convertito in un santuario cristiano. Fu proprio qui, infatti, che San Pietro cominciò la sua opera di conversione, partendo proprio dalla popolazione salentina per poi proseguire per tutto l’Occidente. La testimonianza del passaggio dell’apostolo è la Croce Pietrina collocata di fronte al Santuario. Solo in un secondo momento fu consacrato a Santa Maria di Leuca. Proprio a causa della sua ambitissima posizione, il santuario fu purtroppo preso di mira numerose volte nel corso del tempo, in particolare dai Turchi e dai Saraceni, come attacco indiretto alla religione cristiana. Fu distrutto ben cinque volte, l’ultima delle quali nel 1720. Le numerose ricostruzioni conferirono ovviamente al Santuario un aspetto differente da quello originale, ma i fedeli vollero mantenere la struttura delle mura perimetrali.

 

Conclusioni

Il percorso che abbiamo seguito ci porta indietro nel tempo di migliaia di anni, e ci permette di comprendere e scoprire le origini più antiche delle bellezze architettoniche che costellano il percorso della via Francigena Salentina, a partire da piccoli scrigni, come le cripte, sino ad arrivare a immensi tesori, come le abbazie e le masserie.

Sono luoghi che ancora oggi fanno parte del nostro presente, e che arricchiranno il nostro futuro.


Rinascita degli ex Tabacchifici nel Salento: una storia di riuso e rinnovamento

Introduzione e diffusione del tabacco in Italia

La coltivazione del tabacco nel tacco d’Italia ha origini piuttosto remote e ha caratterizzato per lungo tempo la vita di tante famiglie e di tanti contadini del Salento. Secondo le fonti, si coltivava il tabacco già nel Settecento. Esistevano, ai tempi, due tipologie di tabacco: il Cattaro (coltivato a secco e irrigato) e il Brasile (irrigato costantemente). Entrambi si usavano come tabacco da fiuto (la maggior parte) e da fumo (per la produzione di Sigari), ed erano molto apprezzati dall’alta società e dal clero del tempo.

I primissimi coltivatori di tabacco furono i frati mendicanti, ma furono i mercanti veneziani e gli spagnoli ad introdurlo in Terra d’Otranto. Quando i volumi prodotti divennero davvero ingenti, la coltivazione passò nelle mani del Regno d’Italia. Questo accadde all’inizio dell’Ottocento, quando il tabacco era ampiamente diffuso nell’Agro di Lecce, in qualche paesino giù verso il Capo di Leuca, ma anche verso Mesagne, Oria, Francavilla.

Con l’avvento del monopolio governativo del tabacco, le cose cambiarono. I contadini del Salento smisero di vedere il tabacco come fonte di guadagno: il vero guadagno andava ai proprietari terrieri e allo stato. E le ore di lavoro investite nella produzione del tabacco erano così tante da non ricevere un’adeguata ricompensa economica. Tra le varietà di cattaro in Salento spiccava quello leccese. Era una pianta più bassa delle altre, con 22 foglie, il mercato ne amava particolarmente la fragranza e l’aroma. Anche il cattaro riccio paesano era molto apprezzato: le sue foglie erano più lunghe. Oltre a queste due tipologie, se ne aggiunsero ben presto altre, provenienti dall’America, ma anche dall’Erzegovina.

La storia sarebbe ancora lunga e articolata. Ma per essere sintetici, giungiamo al Novecento. In questo periodo storico, erano poche le famiglie della provincia di Lecce ad avere le concessioni per la coltivazione e lavorazione del tabacco. Durante la Prima Guerra Mondiale, la lavorazione del tabacco fu affidata alle donne, le famose “tabacchine”, che venivano impiegate occasionalmente e senza troppe garanzie. Non a caso, non mancarono le agitazioni, per chiedere che l’importo del salario a cottimo fosse rivisto.

 

La vita delle tabacchine e dei contadini del Salento

Con l’andare del tempo, e anche come conseguenza della crisi dell’olivo e della vite di quel periodo, l’industria del tabacco continuò ad espandersi. Da un lato era un vantaggio: soprattutto nei mesi estivi, la coltivazione del tabacco consentiva di arginare notevolmente il problema della disoccupazione. Dall’altro, le tabacchine continuavano a percepire una paga esigua, con la quale contribuivano minimamente al reddito familiare. E non solo: si lavorava quasi sempre in condizioni igienico sanitarie precarie. La vita in tabacchificio era pesante e la maestra (un supervisore donna) controllava che nessuno parlasse o perdesse tempo in alcun modo. La minaccia era sempre quella del licenziamento.

 

Dalla semina alla raccolta, fino all’infilatura delle foglie

Il ciclo di coltivazione del tabacco ad opera delle tabacchine nel Salento iniziava con il processo di semina, che richiedeva mani esperte, e avveniva nelle cosiddette “ruddhre”, ovvero una porzione di terreno adibita alla coltivazione. Questo rettangolo di terra veniva lavorata per essere appianata, con il rastrello, al cui interno si depositava una distesa di concime organico. Successivamente si gettavano i semi di tabacco, miscelati con la cenere, sulla terra per poi essere annaffiati. Una volta pronte per la coltivazione del tabacco, si estirpavano dalla radice e poi raccolte nelle “cascette”, piccole casse in legno, coperte da un telo juta e poi trapiantate su un nuovo suolo.

La raccolta avveniva alle prime luci dell’alba: un lavoro che coinvolgeva famiglie intere, persino i bambini. In particolare, si effettuavano dai 4 ai 5 cicli per la raccolta delle foglie di tabacco, in modo da pulire perfettamente tutta la pianta. Il tutto, all’incirca, in una settimana.

Una volta raccolte e arrivati a casa ci si disponeva seduti in cerchio ed iniziava la fase fondamentale dell’infilatura, la “’nfilatura”. Questo processo consisteva nell’infilare le foglie lungo un grosso ago di acciaio (la “cuceddhra”) e nella cruna si passava poi lo spago. Una volta che si riempivano tutti i fili con le foglie di tabacco, venivano appesi ai telai e finalmente poteva iniziare la fase di essiccazione al sole. Il telaio prende il nome di “tiralettu” e, una volta tramontato il sole, venivano portati in casa.

Il tabacco, una volta pronto, si consegnava alla “Manifattura te lu tabbaccu” in casse di legno coperte da teli in juta.

 

La lavorazione nel tabacchificio

Le tabacchine iniziavano, solitamente, il loro compito verso la fine del mese di novembre quando le foglie di tabacco erano ormai secche. Si occupavano della loro cernita, dividendole all’interno di particolari casse in legno per colore e in base alle qualità.

Le foglie di tabacco venivano messe insieme e divise in piccoli mazzetti per poi essere pressate, mentre le altre tabacchine formavano le cosiddette “ballette”, sistemate secondo il peso e il tipo della qualità del tabacco. Una volta terminata questa fase si passava alla pressatura, dopo di che le foglie venivano messe in una stufa a legna per far maturare il tabacco con il calore.

Vi era un’operaia che supervisionava tutte queste operazioni, ovvero “la mescia” per controllare che non ci fossero intoppi e imperfezioni nei processi di lavorazione. Le ballette venivano messe in una stanza a contatto con lo zolfo, per evitare la corrosione e dopo qualche giorno posizionate nel deposito per un’altra ispezione da parte della mescia. Le foglie di tabacco ottenute si sbriciolavano per creare sigarette e, il tabacco ottenuto, veniva condotto nelle fabbriche del Monopolio al fine di valutare il gusto e il sapore.

 

Il settore comincia a dare segni di sofferenza

Dal 1935 in poi, tuttavia, il settore cominciò a dare segni di sofferenza. L’intero settore diede segno di decadimento per una vasta gamma di ragioni: l’introduzione di varietà qualitativamente scarse, la scarsa capacità commerciale, la scelta di terreni inadatti, le condizioni meteo sfavorevoli, la scarsa preparazione sul fronte agricolo, il mancato uso di concimi e via dicendo. Senza contare che la vite e l’ulivo stavano guadagnando terreno. Verso la fine degli anni Trenta del Novecento si cominciò a riorganizzare il lavoro: dai metodi di imballaggio alla lavorazione stessa delle foglie, si cambiarono metodi e talvolta si cominciò anche ad introdurre un minimo di meccanizzazione. Queste scelte portarono ad una riduzione della manodopera e delle ore di lavoro necessarie, il che sfociò in una serie di rivolte operaie e di attività sindacali.

Seguì una ripresa del settore, grazie anche ad una serie di provvedimenti emessi specificatamente a favore dei tabacchicoltori. Si giunse quindi agli anni Sessanta del Novecento, quando fece capolino la peronospora del tabacco, una malattia delle piante che danneggiò gravemente il settore.

Nel 1970 cadde il regime di Monopolio: i tabacchicoltori furono liberati ma, di fatto, lasciati allo sbando. Fu, di fatto, il colpo di grazia al settore, che nel giro di breve tempo terminò la sua storia.

 

I Tabacchifici e la loro rinascita

Una storia recente piuttosto dimenticata, nonostante le ricadute socio-economiche e culturali, che ha lasciato un incredibile patrimonio architettonico dismesso, oggi per lo più in rovina sul territorio Salentino. Molti sono edifici che passano quasi inosservati, dalla struttura regolare e semplice, realizzati in tufo, spesso anche voltati ma di piccola dimensione, a volte di nuova costruzione, e a volte realizzati sulla base di edifici preesistenti, come casolari o masserie. Tuttavia, vi sono anche magazzini superiori ai 1.000 mq dove si concentrava la lavorazione e l’immagazzinamento del tabacco che confluiva da estese coltivazioni. Opifici che sono dei veri landmark nella prima periferia dei comuni del Salento, fino ad arrivare alle grandi opere realizzate a Lecce, le “Reali manifatture tabacchi”. Cosa ne è oggi di questa archeologia agro-industriale? Di seguito alcuni approcci per il riuso e la riconversione di un patrimonio architettonico diffuso sul territorio, che cerca risposte specifiche secondo i casi nei finanziamenti regionali con fondi europei legati al turismo, nel Piano paesaggistico territoriale regionale che lo cataloga nel “Sistema degli opifici agro-alimentari”, nella legge regionale del 2015 sulla “Valorizzazione del patrimonio di archeologia industriale”, in accordi di programma in variante del PRG. Ma, soprattutto, trattasi di un patrimonio che vorrebbe trovare un diverso futuro con l’aiuto dei privati e, ancor più, delle istituzioni, perché da problema si possa trasformare in una grande opportunità territoriale, come lo sono già stati per la Puglia masserie e manufatti rurali.

Nei pressi del comune di Veglie, tra il 1926 e il 1928, nell’ambito delle bonifiche dell’agro salentino volute dal regime fascista, è stato fondato appositamente “Monteruga”, un vero e proprio borgo, ampliando una masseria pre-esistente, il cui scopo era quello di creare un florido centro di produzione del tabacco, nonché dell’olio e del vino. La sua architettura rispecchia quella tradizionale dei villaggi della zona nei primi decenni del Novecento. Ad attrarre è il fatto che l’intero villaggio pare essersi improvvisamente fermato al secolo scorso e, pur colpito dall’inevitabile degrado del tempo, risulta nel suo complesso abbastanza intatto e ben preservato. Troviamo ancora il Magazzino Tabacchi, l’oleificio, i silos, le Chiesa di Sant’Antonio e le case coloniche. Verso la fine degli anni Settanta del Novecento arrivò a contare fino a 800 abitanti, per poi subire un rapido e drastico declino nel corso del decennio successivo, a causa della privatizzazione dell’azienda e della spartizione dei terreni. Il Ministero della Cultura lo ha sottoposto a vincolo quale “sito di interesse particolarmente importante”, e la speranza è che questo luogo venga recuperato al più presto.

Alcuni recenti esempi di ex tabacchifici che hanno trovato nuovo impiego, a seguito di un’attenta e rispettosa ristrutturazione, sono: “La Masseria Diso – Il Tabacchificio”, uno dei più rinomati esempi di ospitalità di lusso in questo tipo di preesistenza; “L’ex Tabacchificio di Taurisano”, ora adibito a luogo d’esposizione per opere di artisti contemporanei; “Il Tabacchificio – Hotel” sito a Gagliano del Capo.

Altri ex Tabacchifici, invece, sono in attesa di essere riportati a nuova vita, ed è il caso, attualissimo, di un ex Tabacchificio sito nel sud Salento, a Castrignano del Capo. Si tratta di una struttura risalente al 1800, il cui nucleo originario è quello di una masseria risalente al 1600, interamente realizzata con volte a botte e a stella, distribuita su due piani. E’ in corso la realizzazione del progetto per il recupero e la conversione in una struttura ricettiva di lusso, con annesso ristorante, nel rispetto dell’architettura locale e delle tradizioni del luogo.

 

Il Futuro:

Il recupero degli ex tabacchifici non è solo una questione di restauro architettonico, ma anche di preservazione della memoria collettiva e di promozione dello sviluppo sostenibile. Con il sostegno delle istituzioni e degli investitori privati, questi edifici possono diventare motori di crescita per il Salento, trasformando una pagina di storia industriale in un nuovo capitolo di prosperità e innovazione.


L'affascinante viaggio storico del Palmento: dalle origini ai giorni nostri

L’origine della vite

Si dice che la vite compaia per la prima volta oltre 200 milioni di anni fa in varie zone del pianeta. Vari fossili testimoniano la presenza della vite nelle zone europee dov’è attualmente coltivata da almeno un milione di anni, soprattutto in regioni dell’Asia minore (Caucaso, Mesopotamia), dove sembra nasca anche la vinificazione, databile al 4100 a.C. Furono i Fenici a portare la vite e il vino in Grecia. Successivamente gli antichi Greci colonizzarono l’Italia meridionale (Magna Grecia), facendo arrivare la coltivazione della vite nella Penisola. La vitivinicoltura venne poi ripresa prima dagli Etruschi, poi dagli antichi Romani. L’origine del vino come bevanda deriva sicuramente dalla fermentazione spontanea dei succhi d’uva, in seguito elaborati e codificati in procedure che si sono affinate di generazione in generazione.

 

Il vino nell’epoca Romana

È ai Romani che si deve la diffusione della vite in quasi tutti i territori dell’Impero. Inoltre proprio ai Romani possiamo far risalire le origini della moderna enologia. Un aneddoto peculiare è quello riferito a due termini dell’epoca romana. La parola “vinum” che stava ad indicare un vino miscelato con altri prodotti, come il miele, le resine e acqua, un vino quindi non puro. Il secondo termine invece era “merum” che si utilizzava per indicare il vino puro, senza nessuna miscelazione. Questa parola a differenza della prima è utilizzata ancora oggi solo nel dialetto pugliese. Infatti, il buon vino viene chiamato “mieru”.

 

Il vino dal medioevo in poi

La decadenza della civiltà Romana, culminata nel 500 d.C. con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente ci porta nel Medioevo. In questi anni non ci sono state o perlomeno non ci sono pervenute sostanziali prove di progressi tecnici dal punto di vista agronomico ed enologico. L’impiego del vino nei riti cristiani, e l’opera di riscrittura degli antichi trattati da parte dei monaci, ha fatto sì che i principi dell’enologia e della coltivazione della vite venissero tramandati fino al Rinascimento. Se ne parla nel Mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto (del 1163-1165), nel riquadro del mese di Agosto, dove si raffigura un contadino, che impugna con la mano destra uno strumento munito di lama e che pigia con il piede sinistro in un recipiente i grappoli già tagliati da una vite. Con i mesi di Settembre e di Ottobre viene completata la raffigurazione del ciclo della coltivazione dell’uva e della produzione del vino.

Durante il Rinascimento la selezione naturale e la mano dell’uomo porta alla definizione dei territori maggiormente vocati per la viticoltura.

Il 1800 segna la nascita dell’agricoltura industrializzata e porta notevoli progressi anche in campo enologico.

La prima trasformazione colturale di una certa portata si verificò intorno al 1870 e si protrasse con straordinaria intensità sino ai primi anni del ‘900: l’area vitata in Puglia passò da 90 a circa 300 mila ettari.

 

Il palmento e la produzione del vino

I palmenti sono antichi impianti di produzione del vino costituiti da vasche scavate nella roccia, di forma rettangolare o circolare, comunicanti attraverso un foro, utilizzate sia per la pigiatura dell’uva sia per la fermentazione dei mosti. Il nome deriva dal latino palmes palmitis, tralcio di vite, o da paumentum, l’atto di battere, pigiare.

I palmenti salentini di epoca bizantina erano scavati nella roccia, e li venivano schiacciate le uve. Uno degli esempi più importanti di questa tipologia lo ritroviamo a Carpignano Salentino, in località Stigliano.

Dove non c’era roccia friabile, il palmento veniva costruito in muratura, impermeabilizzando le vasche. L’uva versata nella prima vasca, il cui foro veniva otturato con argilla,  veniva pigiata con i piedi e lasciata riposare lì per un giorno ed una notte; quindi, eliminato il tappo, si lasciava defluire il mosto nella seconda vasca. Infine il mosto veniva riposto nelle anfore vinarie.

Su qualche palmento è incisa una croce di sicura derivazione bizantina, riconoscibile dalla semifera con cui termina il braccio verticale.

Le croci potrebbero essere state incise dai Bizantini su palmenti precedentemente scavati da altri che essi intesero utilizzare per la loro redditizia attività vitivinicola, come attestano i resti di anfore vinarie magnogreche, presenti sulle coste del mediterraneo fino a tutto il periodo della dominazione bizantina.

Nel corso dei secoli i progressi della lavorazione dell’uva e della produzione del vino sono andati di pari passo con l’evoluzione delle caratteristiche strutturali del palmento, e così come l’uva ha iniziato ad essere lavorata tramite l’uso dei torchi, contemporaneamente il palmento ha iniziato a ingrandirsi e arendersi strutturalmente più complesso.

 

L’evoluzione dei palmenti nel tempo

I palmenti sono nati come semplici strumenti per la produzione del vino, ovvero due piccole vasche in aperta campagna, e nel corso dei secoli la loro forma e struttura è andata affinandosi e ampliandosi. Troviamo palmenti scavati nella roccia, come il palmento sito in agro di Uggiano, costituito da un ambiente interamente scavato nella roccia, formato da un unico grande vano con sedili in pietra, una vasca e un punto apposito per la localizzazione dei torchi, accompagnati da numerose croci incise nella roccia, e dal palmento sito ad Alessano sito in località Macurano, che accompagna le altre strutture rupestri presenti sul luogo.

Con l’evoluzione della pajara (trullo troncoconico) e l’avvento della liama o lamia, si presentano attività agricole più complesse rispetto alla raccolta delle olive, legate alla viticoltura, al ficheto al vigneto e come tale si presta anche come dimora stagionale del contadino, che la utilizza durante il periodo dei raccolti e ne trasferisce tutta la famiglia. Alla liama, infatti, si accosta comunemente un piccolo forno per la panificazione e per la torrefazione dei fichi mentre all’interno, non di rado, si trova anche la cisterna per la raccolta delle acque piovane e un palmento per pigiare l’uva. Liame con forno e palmento le troviamo presenti soprattutto in prossimità di terreni più fertili, tra Acquarica, Presicce e il feudo di Ceddhe, dove, in prossimità della liama, si possono pure trovare grossi blocchi di pietra calcarea utilizzati come base dei torchi per la spremitura della pasta dell’uva. Il Palmento Baroni, nei pressi della Cappella della Madonna di Pompiniano, proprio sul tracciato della Via Sallentina, rappresenta una testimonianza significativa della presenza del vigneto su terreni attualmente occupati dall’olivo. A pianta quadrata o rettangolare, con i muri perimetrali realizzati con pietrame disposto a secco, le liame sono coperte da volta a botte e quindi più rispondenti alle esigenze abitative. Proprio per questa loro ultima caratteristica le liame e i loro palmenti, negli ultimi anni, sono state oggetto di ristrutturazioni e interventi di recupero, che hanno dato vita ad abitazioni ricche di charme, che impreziosiscono la campagna salentina.

 

Successivamente, con l’evoluzione agricola e architettonica, è la volta di palmenti annessi a Masserie o Casini, e questo tipo di soluzione è diffusissima nella campagna di Presicce. Gli esempi più significativi sono il Casino Stefanelli, Casino Cazzato, Casino Sant’Angelo, Casina dei Cari,  e quest’ultima oggi, come nel caso di altre numerose strutture, è stata recuperata e trasformata in relais di lusso, luogo dove il palmento annesso trova nuova vita e utilizzo. Spostandoci nelle campagne di Carpignano Salentino, in località Stigliano, incontriamo il Palmento Casina Villani, ristrutturato nel 1939, ma costruito fine 1800, dove gran parte della struttura era occupata dal palmento di grandi dimensioni, voltato a stella.

In epoche più recenti i palmenti hanno iniziato a essere presenti anche nei centri abitati, sia ad esclusivo uso di abitazioni private, dove sono diventati parti integranti dell’abitazione con eventuali successive ristrutturazioni, e sia di uso comune alla popolazione. Quest’ultima ipotesi è rappresentata soprattutto quando troviamo strutture di grandi dimensioni, dei veri e propri stabili adibiti alla lavorazione del vino, realizzati in mattoni di tufo e con tipiche volte a stella e a botte. Gli esempi più significativi li troviamo uno in prossimità di Collepasso, dove c’è grande palmento costruito in elevato, che reca la data 1749, e all’esterno conserva ancora le “caviglie” dove i lavoratori legavano asini e cavalli coi quali giungevano qui a lavorare; mentre l’altro è presente a Morciano di Leuca, dove ha sede la struttura pubblica denominata “palmenti”, unica nel suo genere, appartenente a un patrimonio rurale, storico e culturale di notevole valore. La struttura è di proprietà pubblica dal 2005, e l’amministrazione comunale ha praticato una radicale ristrutturazione del locale, preservando così un importantissimo esempio di archeologia proto-industriale del territorio. La struttura dei Palmenti e dell'annesso Vano del Torchio è ubicata all'interno del centro storico, e apparteneva all’adiacente Palazzo Bitonti.

Questo ha permesso, in tempi moderni, che le tipologia di palmenti appena descritte possano essere recuperate, ristrutturate e convertite in vere e proprie unità abitative.

I palmenti, anche se oggigiorno non vengono più utilizzati per il loro scopo originario, sono ancora una parte viva e attiva all’interno dell’architettura del Salento, sono testimonianze di un’epoca antichissima, ma ancora oggi viva nel presente.


"Armonia Sospesa: Le Volte nell'Architettura del Salento”

La pietra Leccese e il Carparo

Ricchezza, bellezza, solidità, tre attributi che definiscono al meglio un materiale che ha fatto, e continua a fare, la storia di un luogo. La pietra leccese, di formazione calcarea risalente a circa 21 milioni di anni fa, è una delle principali pietre che costituiscono l’architettura salentina, con una struttura, colore e compattezza uniche.

Tra le particolarità di questa pietra c’è senza dubbio il contenere, nella formazione stessa, frammenti di conchiglie, piccoli fossili che arricchiscono geologicamente la struttura, ma anche argille, quarzi che si aggiungono a una serie di minerali che la fortificano e la rendono ancora più affascinante.

Una pietra fortemente utilizzata soprattutto per via della sua ampia diffusione e per la facilità con cui può essere lavorata, in quanto affiora dal terreno in modo naturale e viene rinvenuta in tutto il territorio salentino, in immense cave profonde anche cinquanta metri.

Tra i comuni in cui è più diffusa spiccano Melpignano, Cursi, Maglie e Corigliano d’Otranto, in cui poter rinvenire pietre delle principali colorazioni che vanno dal bianco al giallo paglierino. L’estrazione sino alla metà del XX secolo avveniva totalmente a mano, sino a mutare completamente negli ultimi sessant’anni, con l’introduzione di moderni macchinari.

C’è un altro tipo di roccia che spesso viene associato, se non proprio addirittura confuso, con la pietra leccese. Parliamo del carparo, pietra calcarenitica molto diffusa nelle zone del sud Salento soprattutto, e derivante dalla cementazione di sedimenti di roccia calcarea in ambiente marino per lo più.

Gergalmente detta “tufo“,ha la capacità di assumere diversi aspetti all’esterno, ed è un materiale molto utilizzato nell’edilizia salentina, dalla consistenza tenace e lavorabile solo con scalpello e ascia. La sua resistenza, comunque, la rende un rivestimento perfetto soprattutto delle facciate esterne degli edifici, maggiormente per quelli esposti a intemperie e all’azione corrosiva della salsedine, se di fronte al mare.

 

Le Volte e la loro origine

Nell’abito delle strutture murarie la volta ha rappresentato non solo la manifestazione più alta delle capacità tecniche realizzative, ma anche e soprattutto il coronamento dell’impegno delle facoltà creative ed il punto di arrivo della ricerca primordiale del sistema più efficace per la chiusura orizzontale dello spazio. Ha costituito un sistema perfezionato con il concorso sia delle capacità operative individuali che del materiale disponibile. La tradizionale mancanza di legname necessario nella realizzazione di coperture piane e di tetti ha imposto la costruzione della volta muraria, peraltro favorita dalla presenza di maestranze dotate di notevole abilità e dalla disponibilità di una pietra particolarmente facile da lavorare e abbastanza resistente.

La costruzione della volta più semplice, la volta a botte, non era altro che la ripetizione di un’altra struttura elementare: quella dell’arco a tutto sesto, che sua volta rappresentava il punto di arrivo di esperienze plurisecolari iniziate con il superamento del sistema architravato (due piedritti e un architrave) condizionato dal peso del blocco monolitico. Con l’esperienza maturata attraverso i secoli, si comprese che il carico sull’architrave monolitico portato dalla muratura soprastante poteva essere attenuato, se non eliminato, con il posizionamento di conci a sbalzo (v. porta dei Leoni di Micene) praticato, per esempio, nelle coperture dei trulli locali (furnieddhi, pajare), senza l’uso di impalcature (detti anche “finti archi”).

L’arco a tutto sesto ebbe la sua massima espansione e diffusione nel periodo dell’impero romano e diede luogo successivamente a numerose variazioni ed applicazioni, dai ponti agli acquedotti, alle gallerie, con delle sagome via via modificate fino a comprendere nel ‘700 anche l’arco trilobato molto diffuso e tipico di Nardò. I Romani hanno talmente amato la volta a botte da non costruire nulla senza di essa, lo stesso Colosseo, gigantesca ed ineguagliabile costruzione per quei tempi avveniristica, si poggiava interamente sopra una lunga concatenazione di volte a botte che, su più piani, hanno innalzato una delle meraviglie del mondo antico. A Lecce, si può osservare, attraverso i resti dell’anfiteatro romano, come attraverso la volta si distribuissero gli ambienti, i corridoi da una zona all’altra dell’arena ed ogni settore del monumento.

Nel Salento non sono molti gli altri esempi di costruzione a volta rimasti in piedi, che risalgono a quei tempi. Nel V secolo d.C. troviamo la Chiesa di Casaranello (Casarano), le cui volte sono pur giunta decorate con dei preziosissimi mosaici bizantini, che in Italia hanno paragone solo con quelli di Ravenna.

Col passare dei secoli la volta fu utilizzata non solo per le chiese ma anche per i castelli e le residenze nobiliari dei potenti proprietari terrieri. E’ il caso della torre di Celsorizzo, ad Acquarica del Capo, al cui interno si conserva una cappella voltata a botte interamente affrescata.

Il castello di Gallipoli presenta all’interno di uno dei suoi bastioni, una delle volte più gigantesche e maestose di tutto il Salento, talmente grande da non poter essere fotografata per intero in un obiettivo.

Anche il castello di Otranto, ricostruito nel 1481, presenta un ambiente realizzato con una volta spericolata, frutto di grande perizia architettonica: anche in questo caso, per poterla apprezzare in foto, bisogna osservarne due, scattate da diversa angolazione. Un autentico capolavoro tecnico.

 

Come l’arco a tutto sesto rappresenta l’elemento originario della volta a botte, analogamente, la volta a botte rappresenta l’elemento di base di tutte le variazioni sul tema che hanno prodotto le numerose tipologie di volte in muratura.

Dall’elaborazione della volta a botte, seguono infatti la volta a padiglione e la volta a crociera.

La volta a padiglione nasce dall’unione di alcune porzioni della volta a botte, è usata in genere per stanze e saloni dato che si presta bene ad essere affrescata in maniera pressoché continua. La volta a padiglione, o con testate di padiglione, può essere ribassata e la sua superficie centrale resa orizzontale con un piano che la interseca. Questo tipo di copertura, utilizzata frequentemente perché più adatta alla decorazione con affreschi, è chiamata volta a schifo, che nel Salento hanno preso la denominazione di volta a maltrotta.

La volta a crociera, conosciuta già in età romana, appare come l’intersezione di due volte a botte uguali. Si vengono a creare nell’intradosso due spigoli semicircolari che vanno da un angolo a quello opposto. Questi spigoli possono essere percorsi da una nervatura di rinforzo detta costolone, elementi strutturali fondamentali di questa copertura e non semplici decorazioni.

I signorotti locali che nel XV secolo si ritiravano a vivere in campagna assoldavano i migliori maestri per la costruzione della loro masseria, tipologia architettonica presente in tutta la provincia leccese, che in alcuni casi rappresenta l’apice dell’utilizzo delle volte conosciute all’epoca, come ad esempio Masseria Barba ai Monti (Lecce), Masseria Barone Vecchio (Surbo), Masseria Monacelli (Squinzano), Masseria Papa (Lecce), ecc.

 

La volta a stella

Conosciuta soprattutto come volta a spigolo, è rispetto alle altre coperture a volta, piuttosto recente: non se ne attestano esemplari anteriori al XVII secolo. Questo tipo di copertura è tipico del Salento, tanto che spesso e volentieri la si identifica come volta leccese; essa ha origine dalla necessità di adattare i materiali disponibili in loco alla costruzione di edifici solidi, ampi e funzionali, ma anche esteticamente gradevoli. Per queste sue caratteristiche, la volta a stella è riscontrabile molto spesso in chiese e edifici del barocco leccese. A differenza della volta a crociera, della quale rappresenta l’evoluzione, il peso della copertura non viene scaricato sulle mura perimetrali, ma su quattro pilastri, e la volta si fa più complessa, con l’aggiunta di costoloni più evidenti, che le daranno la tipica forma di una stella stilizzata a quattro punte. Questo tipo di volta è indicata per gli ambienti di dimensioni medio piccole in quanto l'arco laterale, essendo a tutto sesto farebbe diventare la struttura troppo alta.

La Chiesa era il committente più ricco, così possiamo ammirare stupende volte, completamente affrescate, come all’interno della incomparabile Santa Caterina, a Galatina. Oppure trovate sempre più ingegnose e ad effetto, come nella chiesa Maria Santissima dell’Incoronata, ad Acquarica di Lecce.

 

La volta a squadro, l’apoteosi della volta

Mentre per la volta a spigolo i pilastri erano costituiti da un quadrato, nelle volte a squadro il pilastro d'angolo ha una forma ad "L", questo perché i punti di scarico della v

olta, che funziona allo stesso modo della precedente, sono due per ogni pilastro. In questo caso nella calotta si evidenzierà una stella a otto punte (due punte per braccio). Per questo viene anche chiamata anche “volta a doppia stella”. Si capisce, da questo che queste volte erano destinate per ambienti di vaste dimensioni, dove i carichi erano molto maggiori della volta a spigolo. Oltre questo la "decoratività" di questa volta portata in spazi piccoli perdeva il suo effetto. Infatti la misura minima dei vani per il suo utilizzo era di almeno m.6.00 x 6.00.

 

Caratteristica curiosa che si riscontra nella chiave centrale della calotta è la "firma" del suo costruttore, di solito rappresentata da una croce (dato l'analfabetismo esistente) che per forma, dimensioni e posizionamento poteva far risalire al creatore del manufatto. Per molti, invece, rappresenta solo il segno di augurio per il termine del lavoro e di simbolo per il proprietario che era ora di offrire il "capicanale" (banchetto finale da offrire alle maestranze, ancora in uso, in molti posti, anche con altri tipi di costruzioni), e quindi di saldare i pagamenti. La protezione della costruzione, invece, era affidata ad un santino portato dal proprietario e sepolto o nelle fondazioni o alla base dell'appesa.

Poi arrivarono i palazzi signorili, come quello dei baroni Castromediano, a Cavallino, il cui visitatore che capita ad osservarne la volta della sua grande sala a galleria non può che restare sbigottito, dalla sua imponenza, altezza, e bellezza artistica! Un viaggio, quello nelle volte artistiche del Salento, che sfida ancora oggi il mondo passato e contemporaneo!

Conclusioni

Le volte popolano i borghi di questa terra soleggiata, i quartieri contadini, le umili dimore di campagna, fino ad arrivare alle chiese e ai palazzi. Da una parte l’architettura semplice, dall’altra quella monumentale, di tipo ecclesiastico e signorile. Mondi lontani, legati dalla stessa creatività che è parte fondamentale di queste pregevoli opere geometriche. Non c’è solo tecnica nella costruzione delle volte: c’è talento manuale, c’è organizzazione ed anche intelletto. Dietro a una tradizione edile che ha segnato gli insediamenti abitativi della provincia di Lecce, si celano quindi numerosi significati che, per certi versi, richiamano l’arte e l’antropologia.  Un tipico manufatto edile entra a pieno titolo nel mondo dell’arte quando la sua riproduzione nel tempo è caratterizzata dall’apporto di regole nel processo produttivo.

Regole di armonia, di misura, di intreccio e specializzazione e non di semplice ripetitività. Il meccanismo non è quello delle copie in serie, bensì di un modello di riferimento del passato, tramandato di generazione in generazione. Regole quindi che donano alla costruzione delle volte bellezza e staticità, decoro formale e durata, occupazione creativa dello spazio e un’immagine suggestiva che rimanga intatta nel tempo.

Un’arte che, però, non può essere definita d’autore: è impossibile, infatti rintracciare l’origine delle volte, risalire alla loro genesi. Non esiste il nome del primo inventore, né la sua data di nascita, perché le volte a stella sono frutto dell’esperienza di un soggetto collettivo, del popolo, di maestri che, con il passare degli anni, hanno perfezionato la tecnica, proteggendola da qualsivoglia degenerazione.

L’arte che si evolve nel tempo, migliorando, porta con sé anche le tracce dei cambiamenti dell’uomo del Salento, che ha mutato il suo rapporto con la terra, con l’ambiente circostante: da qui il legame con l’antropologia, quella scienza che si addentra nella dimensione spirituale e comportamentale dell’uomo. In epoche lontane si costruiva per diversi motivi: per ripararsi, innanzitutto, ma anche per innalzare monumenti alle divinità, per dar vita a riti e liturgie che hanno fatto la storia del Salento. Questo avviene tuttora.

Due modi, dunque, per “leggere” le volte: come bellezze da ammirare e come segni di un linguaggio da interpretare.