Street art e rigenerazione urbana: il Salento dipinge il futuro
Tra le pieghe del paesaggio salentino, in luoghi spesso distanti dai riflettori del turismo convenzionale, si sta affermando un fenomeno che unisce creatività urbana, memoria collettiva e rigenerazione architettonica: la street art. Non solo a Lecce, ma anche nei piccoli centri come Presicce, Tricase, Galatina, Parabita e Nardò, i muri raccontano storie nuove, dialogano con l’identità dei luoghi e ne reinterpretano le forme con linguaggi contemporanei.
Arte urbana e architettura: un dialogo nel tessuto dei luoghi
La street art nel Salento non si impone, ma si innesta nel tessuto urbano esistente. Le superfici murarie — siano esse le facciate di vecchie abitazioni, i muri perimetrali di scuole o i silos agricoli in disuso — diventano supporti di una narrazione visiva che non cancella, ma trasforma. Questo dialogo tra segno pittorico e materia architettonica è particolarmente evidente nei borghi dove la pietra leccese, i muretti a secco e le case a corte definiscono l’immaginario collettivo.
Lecce: il 167 B Street Art Project
Uno degli esempi più emblematici del legame tra arte pubblica e rigenerazione urbana è il 167 B Street Art Project di Lecce. Nato per iniziativa dell’associazione 36° parallelo, il progetto ha trasformato il quartiere periferico della 167 B in una galleria a cielo aperto. Artisti internazionali come Millo, Zed1, Manu Invisible e Chekos’art hanno realizzato murales monumentali sulle facciate dei palazzi, affrontando temi come la convivenza, l’ambiente, la crescita interiore.
In questo contesto, l’arte urbana assume un ruolo quasi architettonico: ridefinisce la percezione dello spazio, valorizzando ciò che prima era marginale. Non è solo decorazione, ma strumento di trasformazione urbana.
Galatina, Tricase, Parabita: piccoli centri, grandi visioni
Se Lecce rappresenta il volto metropolitano della street art salentina, i borghi dell’entroterra e della costa offrono un laboratorio diffuso, dove arte, architettura e memoria locale si intrecciano con originalità.
A Galatina, diversi artisti hanno reinterpretato muri e spazi residuali con interventi ispirati alla tradizione religiosa e alla cultura popolare. A Tricase, il collettivo Libera Compagnia ha attivato laboratori urbani coinvolgendo cittadini, studenti e architetti in progetti di riqualificazione creativa: molti interventi sono stati temporanei, realizzati nell’ambito di festival estivi, ma hanno avuto un forte impatto simbolico.
A Parabita, il progetto "RigenerAzioni Visive" ha trasformato muri abbandonati in spazi narrativi. In questo contesto, la street art diventa educazione civica e progettazione condivisa, rafforzando il legame tra paesaggio urbano e comunità.
Presicce: arte che rispetta la pietra
Nel borgo di Presicce, inserito tra i Borghi più belli d’Italia, la street art assume toni delicati e coerenti con l’ambiente costruito. I murales si sviluppano sui muri in pietra, sulle case a corte e lungo i vicoli, richiamando temi agricoli, memorie collettive, simboli locali. Il progetto "Presicce Street Art Experience", in parte site-specific e temporaneo, ha coinvolto giovani artisti salentini in un percorso che pone l’accento sulla compatibilità tra linguaggio artistico e architettura storica.
Ma c’è anche chi, come Marina Mancuso, artista salentina tornata nel suo paese dopo anni vissuti a L’Aquila, ha scelto di agire in modo autonomo per trasformare angoli di degrado e brutture urbane in opere d’arte. Porte in legno o in ferro, cabine telefoniche o elettriche diventano le sue tele: soggetti ricorrenti sono angeli, icone sacre, scene rurali ispirate ai monumenti cimiteriali.
«Lavoro su questo mio progetto da ormai qualche mese e la mia volontà è quella di riqualificare gli spazi abbandonati all’incuria».
Quella di Marina è una vera e propria missione. «Agisco in punti soggetti a degrado o vandalismo. Cerco di coprire con la bellezza le pareti che contengono parolacce, imprecazioni, imbratti». Ma tende a precisare: «Non tocco le belle porte antiche, le croste naturali dei muri. Vorrei solo che tutto ciò che appartiene alla comunità fosse custodito come un bene prezioso, non rovinato».
Nardò: la voce dei muri
Anche Nardò, tra le città più dinamiche del Salento, si distingue per la vivacità della sua scena di street art, particolarmente visibile nei quartieri periferici. Qui l’arte urbana diventa incontro casuale, che sorprende e invita alla riflessione: muri che parlano di giustizia, uguaglianza, ascolto, rispetto, dignità.
Tra le opere più significative, spicca il murale di Stefano Bergamo sulla scuola Gabelli: una bambina di spalle, un cane e un gatto per sensibilizzare contro il randagismo. Nei pressi delle case popolari, un’opera rende omaggio a Salvatore Napoli Leone, imprenditore neretino e inventore della moderna cialda del cono gelato.
Nel quartiere 167, il progetto di rigenerazione ha portato murales d’autore sulle facciate degli edifici. Il murale "Brocche di ceramica" dello spagnolo Manolo Mesa richiama l’antica tradizione ceramica di Nardò, attiva tra il Cinquecento e il Settecento.
Accanto, spicca un grande fiore ispirato alla flora del Parco Naturale di Porto Selvaggio, opera della portoricana Natalia Rodriguez 2Bleene. Tommaso Chiffi, con "Rinascita", rappresenta la rivincita della natura sull’uomo; mentre l’artista romano Hitnes racconta la lotta tra animali viventi ed estinti, per riflettere sull’eredità storica del territorio.
Infine, colpisce il murale di Marta Lagna nella piazza del mercato, che riporta una poesia di Franco Arminio:
"Arrotolate le strade, le macchine, le case Chiudete in un sacco tutta questa architettura Rimettiamo al loro posto gli alberi, gli amori, la poesia"
Un patrimonio in divenire
Non tutti gli interventi sono permanenti. Alcuni, nati nell’ambito di festival o residenze d’artista, sono esperienze effimere, pensate per durare il tempo di una stagione. Eppure, anche queste testimonianze temporanee contribuiscono a ridefinire il rapporto tra comunità e spazio urbano, offrendo nuove narrazioni e possibilità di futuro.
La street art nel Salento non è un semplice ornamento. È un gesto politico, sociale, architettonico, che restituisce centralità ai margini, visibilità ai piccoli centri, dignità ai luoghi dimenticati. È, a tutti gli effetti, una forma di architettura contemporanea diffusa, capace di parlare con la pietra e con le persone.
Architetture di passaggio: porte e simboli del Salento
Nel Salento, varcare una soglia non è mai stato un atto neutro. La porta – che sia in legno, ferro battuto, bronzo o vetro – rappresenta da sempre molto più di un passaggio fisico: è confine e protezione, esibizione di status e spiritualità, gesto architettonico e traccia antropologica. In questo lembo di Puglia ricco di stratificazioni culturali, le porte e i portoni parlano un linguaggio antico e attuale, fatto di simboli, materiali nobili e sapienze artigiane che ancora oggi si tramandano.
Oltre al loro valore simbolico e funzionale, i portoni hanno un'importanza centrale come elementi architettonici. Essi rappresentano il primo segno dell'identità di un edificio, ne raccontano lo stile, l'epoca, la funzione. In un'architettura spesso dominata dalla pietra e dalla severità delle volumetrie, il portone introduce un elemento di movimento, dettaglio e dialogo visivo. Esso collega esterno e interno, urbano e privato, antico e moderno. In particolare nei palazzi storici, il disegno del portale è un manifesto: incornicia l'accesso con archi, cornici, timpani, capitelli, e spesso è sormontato da stemmi o iscrizioni che narrano la storia della famiglia o dell'istituzione che lo abita.
Il portone non è solo un ingresso, ma un dispositivo architettonico di mediazione: protegge, isola, ma allo stesso tempo invita, accoglie, racconta. Il suo disegno, i materiali impiegati, le proporzioni rispetto alla facciata sono elementi studiati con cura, capaci di segnare l'equilibrio compositivo dell'intero edificio.
Dalla quercia medievale al culto delle reliquie
Nel Medioevo, i portoni salentini si fanno massicci e severi: enormi tavole di quercia vallonea, chiuse da
chiodi forgiati a mano, feritoie per osservare senza essere visti, serrature pesanti e inferriate. Le pievi rurali custodivano reliquie e simboli religiosi dietro ante lignee scolpite con motivi a croce greca, mentre le mura delle città si aprivano in porte difensive come Porta Alfonsina a Otranto o le soglie romaniche dell’Abbazia di Cerrate. In questo contesto, la soglia aveva un valore sacro e apotropaico: proteggeva l’anima quanto il corpo.
Il barocco leccese e la teatralità della soglia
Nel Cinquecento e Seicento, il legno lascia spazio alla pietra leccese e alle grandi scenografie d’ingresso:
archi monumentali, colonne scanalate, stemmi nobiliari. Il portone, ora incastonato in un portale sontuoso, si fa elemento teatrale. Nel pieno barocco leccese, le ante si impreziosiscono di intagli, il ferro battuto si arriccia in motivi vegetali e animali. Sopra molti di questi ingressi compare la raggiera: una struttura semicircolare in ferro o vetro, simile a un ventaglio o a un sole, che non solo lascia filtrare la luce nell’atrio, ma simboleggia la protezione solare, la sacralità della casa, la ciclicità della vita. In alcuni casi, le raggiere erano vere opere d’arte, con vetri policromi o motivi ispirati ai rosoni delle chiese.
Lo stile Liberty e l’eleganza domestica delle bussole
Lo stile Liberty, detto anche floreale, si afferma nel Salento negli anni tra il 1890 e il 1920, in parallelo alla crescita della borghesia agraria e commerciale. Se la pietra leccese continua a disegnare i portali esterni, è nei portoni in legno e vetro che si esprime il gusto della modernità: grandi battenti a pannelli, vetri molati, decori in ferro battuto che richiamano tralci d’edera, iris e curve volute. Le falegnamerie artigiane di allora – molte delle quali hanno lasciato eredi attivi ancora oggi – contribuivano a questo nuovo linguaggio estetico.
Nascono anche le bussole interne: strutture in legno e vetro che creano una seconda soglia dentro l’abitazione. Più leggere, eleganti, luminose, le bussole hanno una funzione sia pratica (isolare dal freddo o dalla polvere) sia sociale: accolgono l’ospite in modo riservato e raffinato, filtrando la vista verso l’interno e giocando con i chiaroscuri. La bussola Liberty è oggi uno degli elementi più ricercati nel recupero delle case storiche: un oggetto di design ante litteram.
Il bronzo contemporaneo: memoria e arte sacra
Nel secondo Novecento e oltre, il bronzo torna protagonista, soprattutto nei portali religiosi. È il caso
delle opere di Armando Marrocco, che ha fuso portoni monumentali per il Duomo di Lecce e il Santuario di Leuca. Il bronzo, con la sua patina dorata e i rilievi scultorei, racconta la fede in chiave contemporanea, proseguendo un filone iniziato già con le grandi porte medievali in rame o ottone dell’Italia centro-settentrionale. Anche nel Salento, nuove chiese si dotano di portoni bronzei con formelle simboliche, mentre fonderie e scultori locali collaborano con architetti per reinterpretare la soglia sacra nel linguaggio moderno.
Artigianato vivo: mani che plasmano materia
Dietro ogni porta storica c’è il lavoro paziente di artigiani, che ancora oggi tengono viva una tradizione antichissima. A Parabita si lavora il legno con tecniche tradizionali e rifiniture contemporanee; a Ruffano si creano inferriate e portoni che uniscono estetica liberty a innovazioni moderne come l’acciaio Cor-Ten. Le bussole vengono restaurate o ricostruite con materiali d’epoca, mentre alcune officine specializzate realizzano nuove raggiere in vetro artistico, ispirate a modelli primi Novecento o a motivi sacri.
La soglia come luogo simbolico
In Salento, la porta non è solo un oggetto architettonico: è simbolo. Simbolo di protezione e passaggio, di accoglienza e filtro, di chiusura e rivelazione. Lo si capisce anche dal linguaggio: qui la porta d’ingresso interna è detta “bussola”, come se fosse un piccolo timone domestico, uno strumento per orientarsi nel passaggio tra fuori e dentro. La bussola, la raggiera, il battente in ferro a forma di mano o le formelle bronzee con scene sacre: tutto concorre a trasformare la porta in narrazione di identità, spirituale e concreta, in cui ogni dettaglio ha senso.
Conclusione
Attraversare una soglia in Salento è ancora oggi un’esperienza carica di significati: si sente il calore del legno stagionato, si ammira la grazia del ferro battuto, si percepisce il riflesso dorato del bronzo scolpito. Il passato e il presente convivono su quelle ante che si aprono e si chiudono ogni giorno, raccontando una storia che non smette mai di mutare. È lì, in quella piccola architettura quotidiana, che si concentra tutta la cultura salentina dell’abitare: un equilibrio sapiente tra bellezza e funzione, protezione e ospitalità.
Il Carnevale in Salento: Storia, Maschere e Tradizioni tra Sacro e Profano
Il Carnevale è una delle feste più sentite in Salento, una celebrazione ricca di storia, tradizioni e personaggi simbolici che raccontano il legame profondo tra cultura popolare e territorio. Dalle sfilate allegoriche ai riti di passaggio legati alla Quaresima, il Carnevale salentino è un mix di allegria, satira e tradizione, con maschere uniche. Ma non solo: questa festa si intreccia anche con l’architettura e il paesaggio salentino, creando un connubio affascinante tra la teatralità barocca e l’anima della comunità locale.
Le Origini del Carnevale Salentino
Le radici del Carnevale in Salento affondano nelle antiche celebrazioni pagane legate ai cicli della natura e alla fertilità. Durante l’epoca romana, i Saturnali concedevano ai cittadini giorni di festa e sovvertimento delle regole sociali, una tradizione che, con l’avvento del Cristianesimo, si è trasformata nel Carnevale, periodo di abbondanza prima della penitenza quaresimale.
Nel corso del tempo, il Carnevale ha assunto sfumature uniche nel territorio salentino, sviluppando personaggi iconici e rituali che ancora oggi sopravvivono nelle feste popolari di numerosi borghi e città.
Le Maschere Tipiche del Carnevale Salentino
Il Purgianella: La Maschera di Castrignano del Capo
Il Purgianella è la maschera, figlia del personaggio classico di Pulcinella, che rappresenta il Carnevale di Castrignano del Capo (LE), nonché l’identità storica degli abitanti locali.
Indossa dei calzoni lunghi e un ampio camicione bianco stretto alla vita per trattenere al di sotto dei coriandoli, un tempo sostituiti dalla crusca, simbolo di fertilità e abbondanza. Della stessa valenza semiotica sono i limoni che i purgianelli portano gelosamente con sé.
La vera caratteristica della maschera è il suo incantevole copricapo a cono, costruito con le canne e addobbato con pennacchi e centinaia di nastrini di carta colorata, creando una variopinta criniera al vento che ricorda l’apertura alare dei pavoni, gesto tipico di corteggiamento. Alla sua estremità, il copricapo ha tre pumi portafortuna, richiamo ancora dell’amore.
A completare l’abito sono gli scialli sulle spalle, di diversa fantasia ma sempre molto curati, e una mascherina nera in volto. Talvolta presentano bandane al collo o fazzoletti alla vita.
Il Purgianella va a “caccia” delle dolci fanciulle, attirandole con l’agrume e inondandole di coriandoli o, in passato, di crusca. Più che corteggiate, le ragazze venivano spaventate, da qui il detto locale: «ci vide lu Purgianella cu sse chiude e cu sse ’nserra» ("Chi vede il Purgianella si chiude e si barrica dentro").
Lu Paolinu: La Morte de lu Paulinu
A Martignano e nella Grecìa Salentina, il Carnevale si chiude con "La Morte de lu Paulinu" (La Morte di Paolino), un rito che rappresenta il passaggio dalla baldoria alla penitenza
quaresimale. Lu Paulinu "Cazzasassi" (Paolino Schiacciasassi) è il fantoccio che impersona il Carnevale stesso, celebrato con un corteo funebre teatrale in cui attori locali inscenano una tragicomica commedia. Il corteo attraversa le strade del paese accompagnato da una banda musicale sconquassata e si ferma davanti alle case più in vista e nei negozi, che offrono cibo e vino.
A mezzogiorno si svolge il tradizionale "consulu", un banchetto pubblico gratuito in Piazza della Repubblica, a base di trippa, patate e vino, in onore della vedova inconsolabile Nina Sconza e di tutti coloro che partecipano al lutto di Paulinu. La serata si conclude con il rogo del fantoccio e la collocazione della "Quaremma", simbolo dell’inizio del periodo di penitenza.
La Caremma: Il Simbolo della Quaresima

Caremma è uno dei personaggi più simbolici e affascinanti del Carnevale salentino, incarnando un legame profondo con le tradizioni religiose e popolari della regione. Questa figura, una vecchia vestita di nero con un fuso in mano, rappresenta la Quaresima, quel periodo di digiuno e penitenza che segue il Carnevale, segnando il passaggio dall'esuberanza delle feste alla sobrietà dei 40 giorni di preparazione alla Pasqua.
Il suo aspetto è volutamente austero e severo, per rispecchiare il significato di sacrificio e rinuncia che la Quaresima porta con sé. Caremma non è solo una figura di transizione, ma anche un simbolo di una ritualità antica, che segna la fine di un ciclo di abbondanza e libertà, per dare spazio a un tempo di riflessione e austerità. Nella tradizione popolare salentina, Caremma fungeva anche da "calendario vivente" per il periodo quaresimale. Con un fuso in mano, strappava una penna o una parte di un simbolo ogni settimana che passava, un gesto che segnava il tempo e ricordava a chi la osservava il percorso di purificazione e attesa che stava per affrontare. Ogni settimana di privazione veniva "archiviata" in questo modo, conferendo a Caremma una funzione quasi educativa, che insegnava la pazienza e la disciplina.
La figura di Caremma, dunque, è più di una semplice maschera carnevalesca: essa incarna un equilibrio tra il profano e il sacro, tra la festa e il momento di riflessione, un simbolo della dualità che attraversa il Carnevale salentino, dove il divertimento e la gioia lasciano spazio alla serenità del digiuno e della penitenza, segnando un passaggio imprescindibile verso la Pasqua. La sua presenza nelle celebrazioni carnascialesche diventa un monito di come, anche nei momenti di festa, ci sia un ciclo da rispettare, una tradizione da onorare, che porta con sé un significato profondo e di grande valore simbolico per la comunità.
Le Tradizioni e i Riti del Carnevale Salentino
Oltre alle maschere, il Carnevale salentino è caratterizzato da riti e usanze che riflettono l'identità culturale del territorio:
- I Carri Allegorici: Città come Gallipoli, Galatina e Corsano ospitano sfilate di carri realizzati artigianalmente, spesso con figure satiriche ispirate all’attualità.
- Le Serenate Carnevalesche: In alcuni paesi, il Carnevale è accompagnato da canti popolari e danze tradizionali, in particolare la pizzica.
- Il Rogo del Fantoccio: In molte località salentine, il Carnevale si conclude con il rogo di un pupazzo di paglia, che simboleggia l’addio alla festa e l’ingresso nella Quaresima.
Il Legame tra il Carnevale e l’Architettura Salentina
L’architettura del Salento è strettamente connessa allo spirito carnevalesco, soprattutto nelle città barocche come Lecce e Nardò. Il Barocco leccese, con le sue decorazioni elaborate, gli eccessi scenografici e la teatralità delle sue facciate, rispecchia lo spirito esuberante del Carnevale, in cui tutto diventa spettacolo e messa in scena.
Le piazze storiche, cuore della vita comunitaria, si trasformano in palcoscenici a cielo aperto durante il Carnevale, dove maschere, attori e spettatori si mescolano in un gioco collettivo di festa e riflessione.
Le masserie salentine, un tempo centri della vita contadina, hanno ospitato per secoli festeggiamenti più intimi e rituali legati ai cicli agricoli, facendo del Carnevale un momento di passaggio tra l’inverno e la primavera.
Conclusione
Il Carnevale in Salento non è solo una festa, ma un rituale collettivo che racconta la storia, la cultura e le trasformazioni del territorio. Attraverso figure come Caremma, Paolinu e Purgianella, questa tradizione continua a vivere, intrecciando satira, spiritualità e divertimento. Se vuoi immergerti nell’autentica atmosfera del Salento, il Carnevale è il momento perfetto per scoprire le sue maschere, le sue usanze e il fascino della sua architettura senza tempo.
Frutti d’Oro e Pietra Bianca: Gli Agrumi nell’Estetica e nella Storia del Salento
Un dono divino: il mito greco degli agrumi
Secondo la mitologia greca, quando Giunone si unì in matrimonio con Giove, gli donò in dote alcuni alberelli che producevano splendidi frutti d’oro, arance e limoni, simboli eterni di amore e fertilità. Questo significato simbolico perdura ancora oggi, come dimostra la tradizione di utilizzare i fiori di zagara nei bouquet nuziali.
Giove considerò quei doni così preziosi da custodirli gelosamente in un magnifico giardino, situato in una regione remota del mondo conosciuto all'epoca, ai piedi del Monte Atlante. Per proteggere queste piante leggendarie, incaricò le Esperidi, giovani fanciulle dal canto melodioso, assistite nella loro missione dal drago Ladone.
Nonostante queste precauzioni, Giove non riuscì a impedirne il furto. Durante la sua undicesima fatica, Ercole riuscì a impossessarsi degli alberi dopo un’estenuante lotta che vide soccombere Ladone. Da quel momento, gli agrumi divennero accessibili anche agli esseri umani, mantenendo comunque il loro legame con la divinità attraverso il termine greco esperidio, utilizzato in botanica per indicare il frutto degli agrumi.
Dall'Asia al Mediterraneo: il lungo viaggio degli agrumi
La coltivazione degli agrumi iniziò nella loro regione di origine, l’Asia orientale, intorno al 2400 a.C. Il loro percorso verso il Mediterraneo fu lento e progressivo, passando attraverso l’India e il Medio Oriente. Tuttavia, sembra che i Romani conoscessero solo il cedro e il limone, come testimoniato da affreschi e mosaici dell’epoca. Fu solo intorno al VII secolo che gli Arabi introdussero in Sicilia l’arancio amaro, conosciuto anche come melangolo.
Sebbene molte fonti autorevoli attribuiscano agli Arabi anche l’introduzione dell’arancio dolce, non esistono prove storiche o letterarie a sostegno di questa tesi. Di conseguenza, diversi studiosi ritengono che i Portoghesi siano stati responsabili della sua diffusione, coincidente con l’inizio della loro espansione coloniale nel 1415. Una testimonianza a sostegno di questa ipotesi si trova nel diario della prima missione orientale di Vasco de Gama, in cui viene descritto l’incontro con arance dolci: "sonvi melancie assai, ma tutte dolci...". È probabile che i Portoghesi abbiano scoperto questi frutti in Oriente e li abbiano introdotti in Europa. Ulteriore conferma è il fatto che l’arancio dolce sia stato chiamato Portogallo, un nome che persiste in diversi dialetti meridionali, come quelli calabresi e salentini (portagallu).
Gli agrumi nel Salento: diffusione e importanza 
Gli agrumi, come arance, limoni e cedri, non sono originari del Salento. Furono introdotti nell'area mediterranea grazie agli scambi commerciali con l'Oriente, probabilmente dai Fenici e successivamente dagli Arabi. Durante il Medioevo e il Rinascimento, queste colture si diffusero nel Salento, grazie al clima mite e al terreno fertile che favoriscono la loro crescita rigogliosa.
I giardini di agrumi divennero parte integrante della cultura agricola locale, e ancora oggi è possibile trovare aranceti e limoneti che adornano le campagne salentine, specie nelle zone più umide e riparate dai venti.
Il simbolismo degli agrumi: tra religione e leggende
Nel corso dei secoli, gli agrumi hanno acquisito un ruolo importante non solo dal punto di vista economico, ma anche simbolico.
Anticamente, e soprattutto nel periodo Medievale, l’arancia è simbolo d’amore: da donare, ricevere, scambiare. In ambito cristiano, insieme al cedro e al limone, l’arancia simboleggiava la santissima Trinità: i tre agrumi, distinti nella forma, sono unici nella sostanza. Limoni e aranci venivano piantati nel giardino di casa come nei portici delle chiese, simboleggiando gli antenati e le anime nei corpi mortali. Secondo una diffusa leggenda, che si ricollega al passaggio di San Francesco in Salento, anche a Lecce, nell’oratorio accanto alla chiesa e convento francescano, il serafico padre piantò un albero d’arancio. Accadde pure che un giorno san Francesco, non riuscendo a sfamare i suoi compagni, chiese la carità a un devoto il quale, profondamente mortificato per non aver nulla da offrirgli, chiuse la porta. Per nulla turbato, san Francesco bussò una seconda volta, ma ottenne la stessa risposta. Riprovò una terza volta e l’uomo, a disagio per non poter accontentare il questuante, gli disse che in casa non aveva neppure un briciolo di pane. Anzi, proprio in quell’anno, pure l’unico albero di arancio che possedeva in giardino non aveva dato frutto. San Francesco chiese di essere accompagnato vicino a quell’albero e fu immenso lo stupore del padrone di casa quando vide che la sterile pianta era cresciuta rigogliosamente e aveva un grande carico di frutti meravigliosi.
Agrumi e arte nel Barocco Salentino
Durante il periodo barocco, il Salento visse un'epoca di grande fermento artistico e culturale, e gli agrumi venivano considerati simboli di purezza, abbondanza e prosperità. Spesso venivano scambiati come doni preziosi o utilizzati in eventi religiosi e cerimonie.
Gli agrumi venivano anche impiegati in ambito medico e cosmetico, grazie alle loro proprietà benefiche. I commercianti locali esportavano questi frutti verso altri territori, contribuendo a consolidare l'immagine del Salento come terra ricca di risorse naturali.
La cultura degli agrumi è visibile anche nell'arte e nell'architettura del Salento. Durante il periodo barocco, gli artisti e gli architetti locali iniziarono a utilizzare decorazioni ispirate agli agrumi nelle loro opere. Facciate di chiese e palazzi, affreschi e dettagli scultorei spesso includono motivi che richiamano i frutti d'oro, simbolo di luce divina e perfezione.
Un esempio significativo è la Chiesa di Santa Croce a Lecce, capolavoro del barocco leccese. Le intricate decorazioni della facciata includono motivi floreali e naturali che richiamano la fertilità della terra salentina, tra cui spiccano dettagli che potrebbero essere ispirati agli agrumi.
Anche nei giardini storici delle ville nobiliari, gli agrumi giocano un ruolo estetico e simbolico. Gli "agrumeti recintati", chiamati "giardini segreti", erano spazi protetti dove gli aristocratici coltivavano agrumi non solo per il loro valore alimentare, ma anche per il piacere estetico e olfattivo.
Agrumi e magia popolare: le macàre e le fatture
Ancora oggi in Salento si può sentire parlare di macàre e macarìe, e specialmente nella zona della Grecìa salentina, da Soleto a Sternatia a Zollino. Storie, saghe, canti, filastrocche: sulle macàre (o “figlie della notte” come le chiamò poeticamente Petronio) c’è un’ampia letteratura, che parla di streghe e delle loro scorribande. La loro specializzazione sono le macarìe, le fatture.
La più semplice e diffusa è quella per ritrovare l’amore perduto, e la protagonista principale è proprio un’arancia. Era necessario procurarsi una ciocca di capelli dell’amato (o dell’amata) e un’arancia (simbolo del mondo). Con la cera di una candela accesa, bisognava praticare un foro al centro del frutto e inserirvi la ciocca di capelli. A questo punto, si doveva avvolgere l’arancia con uno spago e, dopo avervi fatto un nodo ben stretto, appenderla a un bastone di legno. Infine, bisognava conficcare aghi o spilli nella buccia, pronunciando a ogni puntura gli opportuni scongiuri e le rituali formule magiche. Dopodiché, l’arancia andava custodita sotto il materasso: sarebbe diventata un potente talismano, capace di far tornare in poco tempo l’amato (o l’amata), legandolo a chi aveva eseguito il rito… proprio come lo spago stretto attorno all’arancia.
Il gioco dei "puni": quando le arance diventavano passatempo
Una buca al centro, altre cinque intorno. Ci si posizionava a 4-5 metri di distanza e si lanciava un’arancia “rizza” (amara, il melangolo). Se l’arancia si fermava in una delle buche laterali, si vinceva la propria puntata; invece, chi riusciva a farla entrare in quella centrale prendeva l’intero montepremi.
Questo è l’antichissimo gioco dei “puni”, il cui nome, nelle isole linguistiche dei vecchi di Terra d’Otranto, significa “buco” o “buca”.
A Montesardo, nel Leccese, si è giocato ai puni fino a pochi anni fa, finché i vecchi giocatori non sono venuti meno. Le partite si svolgevano nei pomeriggi primaverili ed estivi, nelle belle giornate, e il campo da gioco improvvisato si trovava all’ombra della Cappella della Madonna Immacolata. Partecipavano giocatori provenienti da tutti i paesi vicini.
Oggi, nella vicina Corsano, l’Associazione “Idee a Sud-Est” organizza da nove anni il Campionato dei Puni, che quest’anno è stato aperto anche alle donne. Un gioco antico, recuperato e destinato a essere tramandato alle nuove generazioni.
Gli agrumi oggi: un'eredità ancora viva
Oggi, il legame tra il Salento e gli agrumi continua a essere forte. Molte aziende agricole locali hanno riscoperto le varietà antiche di agrumi, coltivandole con metodi biologici e sostenibili. Prodotti come marmellate, liquori (come il limoncello) e oli essenziali vengono esportati in tutto il mondo, portando un pezzo di Salento sulle tavole internazionali. In Salento, il clima mite rende questa terra ideale per la coltivazione degli agrumi. Questi alberi sono tra i più comuni nei giardini urbani e nelle aree rurali, ma è soprattutto ad Alezio e nell’interland gallipolino che la loro coltura ha raggiunto un alto livello di specializzazione. Qui, si coltivano diverse varietà di arancio dolce con maturazioni scalari, in modo da soddisfare le esigenze provinciali per un lungo periodo dell’anno. Oltre alle varietà più comuni, come l’Arancio Biondo Comune, il Sanguinello e il Tarocco, si trovano cultivar meno conosciute e numerose varietà di mandarini, limoni e agrumi rari.
Conclusione: un legame tra natura, storia e cultura
Il Salento e gli agrumi condividono una storia ricca e affascinante, che unisce natura, tradizione e arte. Questo legame non è solo una testimonianza del passato, ma anche una fonte di ispirazione per il presente e il futuro. Passeggiare tra gli agrumeti salentini o ammirare i dettagli artistici che celebrano questi frutti è un modo per scoprire l'anima profonda di questa terra unica e generosa






