Investimenti immobiliari nel Basso Salento: Analisi del mercato immobiliare locale per investimenti in proprietà storiche

Il Basso Salento, una subregione situata nella parte meridionale della Puglia, sta emergendo come un'area di grande interesse per gli investimenti immobiliari, soprattutto per quanto riguarda le proprietà storiche. Questa zona, caratterizzata da un ricco patrimonio culturale e naturale, offre opportunità uniche per chi desidera investire in immobili con un valore storico e architettonico. In questo articolo, analizzeremo il mercato immobiliare del Basso Salento, con un focus sui rendimenti e sui potenziali sviluppi futuri per gli investimenti in proprietà storiche.

 

Il contesto del mercato immobiliare nel Basso Salento

 

  • Attrattive del Basso Salento

Il Basso Salento è noto per le sue incantevoli città e borghi storici, tra cui Lecce, Otranto, Gallipoli e Santa Maria di Leuca. Questi centri urbani sono caratterizzati da edifici in pietra leccese, chiese barocche, castelli e palazzi d'epoca. Il fascino storico, unito a una posizione geografica privilegiata tra il Mar Ionio e il Mar Adriatico, rende il Basso Salento una meta turistica ambita, con un flusso costante di visitatori italiani e internazionali.

 

  • Il mercato immobiliare

Negli ultimi anni, il mercato immobiliare del Basso Salento ha visto una crescita significativa, trainata principalmente dalla domanda di seconde case e di proprietà destinate all'affitto turistico. Gli investitori sono attratti dai prezzi ancora relativamente accessibili rispetto ad altre regioni italiane, nonché dalle potenzialità di valorizzazione degli immobili storici.

 

Investimenti in proprietà storiche

 

  • Caratteristiche delle proprietà storiche

Le proprietà storiche nel Basso Salento includono masserie, palazzi, case a corte e torri di avvistamento, spesso circondate da uliveti e vigneti. Questi immobili non solo rappresentano un investimento in termini di valore immobiliare, ma offrono anche la possibilità di preservare e valorizzare il patrimonio culturale locale. Il restauro e la riqualificazione di queste proprietà richiedono competenze specialistiche e possono beneficiare di incentivi fiscali e finanziamenti pubblici.

 

  • Rendimenti degli investimenti

Gli investimenti in proprietà storiche nel Basso Salento possono generare rendimenti interessanti, soprattutto se gli immobili vengono destinati ad attività turistiche. L'affitto di case vacanze, bed & breakfast e agriturismi è una delle principali fonti di reddito per gli investitori. La crescente popolarità del Salento come destinazione turistica ha portato a un aumento delle tariffe di affitto, con rendimenti che possono variare dal 5% al 10% annuo, a seconda della posizione e delle condizioni dell'immobile.

 

  • Esempi di successo

Diversi progetti di restauro e riqualificazione nel Basso Salento hanno dimostrato il potenziale di successo degli investimenti in proprietà storiche. Un esempio è la ristrutturazione di masserie trasformate in resort di lusso, che hanno attirato una clientela internazionale e incrementato significativamente il valore delle proprietà. Anche i palazzi storici nei centri urbani, riadattati a strutture ricettive o residenziali di prestigio, hanno registrato apprezzamenti considerevoli.

 

Potenziali sviluppi futuri

 

  • Tendenze del mercato

Le tendenze future del mercato immobiliare nel Basso Salento indicano un ulteriore aumento della domanda di proprietà storiche, sostenuto da iniziative di valorizzazione del territorio e da politiche di incentivazione turistica. La crescente attenzione verso il turismo sostenibile e l'ecoturismo potrebbe favorire investimenti in strutture che integrano la conservazione del patrimonio con pratiche eco-friendly.

 

  • Opportunità di finanziamento e incentivi

Gli investitori possono beneficiare di vari strumenti di finanziamento e incentivi offerti a livello nazionale e regionale per la riqualificazione di immobili storici. Tra questi, vi sono contributi a fondo perduto, agevolazioni fiscali e prestiti a tasso agevolato, che possono ridurre significativamente i costi di restauro e aumentare i margini di profitto. (Vedi: https://www.immobilinelsalento.com/agevolazioni-a-fondo-perduto-per-investimenti-immobiliari-in-salento-pia-e-minipia/)

 

  • Sfide e considerazioni

Nonostante le promettenti opportunità, gli investimenti in proprietà storiche nel Basso Salento presentano alcune sfide. Il processo di restauro può essere articolato, richiedendo un'attenta pianificazione e competenze specializzate. Inoltre, è importante considerare l'impatto delle normative locali in materia di tutela del patrimonio e urbanistica, che possono influenzare i tempi e i costi dei progetti.

 

  • Conclusioni

Il Basso Salento rappresenta un mercato immobiliare promettente per gli investimenti in proprietà storiche, offrendo rendimenti interessanti e potenzialità di sviluppo a lungo termine. Il fascino delle sue città e dei suoi borghi, unito a un contesto turistico in crescita, rende questa zona particolarmente attrattiva per gli investitori che desiderano coniugare il profitto economico con la valorizzazione del patrimonio culturale. Con una strategia adeguata e una buona conoscenza del mercato locale, gli investimenti nel Basso Salento possono rivelarsi un'opportunità redditizia e sostenibile


Alla scoperta dei Castelli del Salento: tesori di storia e architettura

Tra i tanti gioielli disseminati sul territorio salentino, spiccano senza dubbio i castelli, testimonianze di un passato segnato da invasioni, battaglie e dominazioni straniere. In questo articolo esploreremo alcuni dei castelli più affascinanti del Salento, raccontandone la storia e l'importanza.

Un po’ di storia
Il Salento ha una storia ricca e complessa segnata da diverse dominazioni, tra cui quella bizantina (VI – XI secolo), normanna (XI-XII secolo) e aragonese (XV-XVI secolo). Ognuna di queste ha lasciato un'impronta significativa sulla cultura, l'architettura e le tradizioni della regione. In particolar modo la dominazione più “vicina” ai nostri tempi, ovvero quella aragonese, rafforzò le difese costiere contro le incursioni ottomane, costruendo torri di avvistamento e potenziando le fortificazioni esistenti. Le invasioni turche nel Salento sono un capitolo importante e drammatico della storia di questa regione. Questi attacchi, che si intensificarono tra il XV e il XVI secolo, ebbero un impatto devastante sulla popolazione locale e lasciarono cicatrici profonde nella memoria collettiva.
Tradizioni orientali, d’oltralpe e spagnole hanno imparato a convivere nei secoli, portando un'influenza nella cultura e nelle tradizioni locali, visibile anche nell'architettura e nell'arte.

 

Il Castello Aragonese di Otranto
Il Castello Aragonese di Otranto è uno dei monumenti più significativi della città, con una storia ricca che riflette le varie dominazioni e influenze che hanno caratterizzato il Salento nel corso dei secoli.
Le prime fortificazioni di Otranto risalgono al periodo bizantino, ma la struttura che conosciamo oggi ha subito numerosi ampliamenti e modifiche nel corso dei secoli. Durante la dominazione normanna, Otranto divenne un importante centro militare e commerciale, e le fortificazioni furono potenziate per proteggere la città dagli attacchi esterni.
Sotto il dominio svevo di Federico II, il castello fu ulteriormente rafforzato. Tuttavia, fu durante la dominazione angioina che si vide un significativo ampliamento delle strutture difensive, a causa delle crescenti minacce provenienti dall'Oriente.
Il castello subì la sua trasformazione più significativa durante la dominazione aragonese nel XV secolo. Ferdinando I d'Aragona, dopo il devastante assedio turco del 1480, ordinò la ricostruzione e l'ampliamento del castello per renderlo una fortezza inespugnabile.

Struttura e Difese
Il Castello Aragonese di Otranto presenta una pianta pentagonale irregolare, con bastioni angolari che ne rafforzano la difesa. La struttura è circondata da un profondo fossato, un elemento comune nelle fortificazioni aragonesi per impedire l'accesso diretto alle mura.
• Torrioni Circolari: I bastioni agli angoli sono sormontati da torrioni circolari che permettevano una migliore difesa contro gli attacchi di artiglieria. Questi torrioni sono dotati di feritoie e cannoniere.
• Porta di Accesso: L'ingresso principale è protetto da una massiccia porta con ponte levatoio, un elemento tipico delle fortificazioni medievali che garantiva un ulteriore livello di sicurezza.
• Cortile Interno: All'interno del castello, si trova un ampio cortile circondato da edifici che ospitavano le truppe, i magazzini e le altre strutture necessarie alla vita della guarnigione.

Elementi Architettonici
L'architettura del castello è caratterizzata da una combinazione di elementi difensivi e decorativi che riflettono le varie influenze culturali del periodo.
• Murature Possenti: Le mura sono costruite in pietra calcarea locale, con una struttura solida e resistente progettata per resistere agli attacchi di artiglieria.
• Decorazioni Scultoree: Nonostante la funzione prevalentemente difensiva, il castello presenta anche elementi decorativi, come stemmi araldici e motivi scultorei che celebrano la potenza della dinastia aragonese.
• Cammini di Ronda: Sulle mura perimetrali, i cammini di ronda permettevano ai soldati di pattugliare e difendere il castello dall'alto, offrendo una vista panoramica sulla città e sul mare.

 

Il Castello di Gallipoli
Il Castello di Gallipoli rappresenta uno dei simboli più significativi della città, posizionato strategicamente all'ingresso del centro storico. La sua storia ricca rispecchia le varie dominazioni che hanno caratterizzato il Salento nel corso dei secoli, evidenziando un'architettura che ha subito numerosi cambiamenti e espansioni nel corso della sua esistenza.
Le origini del castello risalgono al periodo bizantino (VI-VIII secolo), quando Gallipoli faceva parte dei territori dell'Impero Bizantino. Durante la dominazione normanna (XI-XII secolo), la struttura fu ampliata e rafforzata, trasformandosi in un importante punto difensivo contro gli attacchi saraceni.
Nel XIII secolo, sotto la dominazione sveva di Federico II, il castello fu ulteriormente fortificato. Successivamente, con l'avvento degli Angioini (XIII-XIV secolo), furono realizzati importanti lavori di ampliamento e ristrutturazione per adattare la struttura alle nuove tecniche belliche e alle esigenze difensive.
Il castello subì le sue trasformazioni più significative durante la dominazione aragonese (XV-XVI secolo). Ferdinando I d'Aragona ordinò la ricostruzione del castello dopo che Gallipoli fu coinvolta nelle guerre tra Angioini e Aragonesi. I lavori di ristrutturazione e ampliamento proseguirono sotto il regno di Carlo V, che adottò nuove tecniche militari per migliorare la difesa della città contro le incursioni turche.

Struttura e Difese
Il Castello di Gallipoli presenta una struttura quadrangolare con quattro torrioni angolari e una torre poligonale. La sua posizione strategica sull'acqua lo rendeva particolarmente difficile da attaccare.
• Torrioni Angolari: I quattro torrioni cilindrici agli angoli del castello erano dotati di feritoie e cannoniere per la difesa contro gli attacchi di artiglieria.
• Torre Poligonale: La torre poligonale, nota come Torre del Rivellino, fu aggiunta durante il periodo aragonese e rappresenta una delle principali caratteristiche architettoniche del castello.
• Fossato e Ponte Levatoio: Il castello era circondato da un fossato, che lo separava dalla terraferma, e l'ingresso principale era protetto da un ponte levatoio.

Elementi Architettonici
L'architettura del castello combina elementi difensivi con decorazioni che riflettono le varie epoche storiche.
• Murature Possenti: Le spesse mura in pietra calcarea locale erano progettate per resistere agli attacchi di artiglieria.
• Decorazioni Araldiche: Sulle mura e all'interno del castello si trovano stemmi e simboli araldici che celebrano la potenza delle famiglie nobiliari e dei sovrani che hanno governato Gallipoli.
• Cortile Interno: Il cortile centrale del castello era circondato da vari edifici che ospitavano le truppe, le cucine, i magazzini e le stalle.

 

Il Castello di Copertino
Il Castello di Copertino è uno dei più importanti e meglio conservati castelli del Salento, situato nella città di Copertino, in provincia di Lecce. La sua storia riflette le vicende politiche e militari della regione, mentre la sua architettura rappresenta un esempio significativo di fortificazione rinascimentale.
Le origini del castello risalgono al periodo normanno, tra il XI e il XII secolo. Inizialmente, esisteva una torre normanna, probabilmente costruita su preesistenze bizantine. Questa torre fu il nucleo attorno al quale si sviluppò successivamente il castello.
Durante la dominazione angioina (XIII-XIV secolo), il castello fu ampliato e fortificato ulteriormente. Con l'avvento degli Aragonesi nel XV secolo, il castello subì significative trasformazioni. Alfonso di Aragona, in particolare, ordinò importanti lavori di ampliamento per adattare la struttura alle nuove esigenze difensive imposte dall'introduzione delle armi da fuoco.
La configurazione attuale del castello si deve in gran parte al periodo rinascimentale. Nel XVI secolo, il castello fu ampliato e trasformato dalla famiglia Castriota-Scanderbeg, discendenti dell'eroe albanese Giorgio Castriota Scanderbeg. L'architetto Evangelista Menga fu incaricato di ristrutturare il castello, conferendogli l'aspetto imponente e fortificato che ancora oggi possiamo ammirare.

Struttura e Difese
Il Castello di Copertino ha una pianta quadrangolare, con bastioni agli angoli e un ampio fossato che lo circonda.
• Bastioni Angolari: I quattro bastioni angolari a forma di lancia (detti "a puntone") sono caratteristici delle fortificazioni rinascimentali e servivano a migliorare la difesa contro le armi da fuoco.
• Fossato e Ponte Levatoio: Il fossato circonda completamente il castello e, in origine, era riempito d'acqua. L'ingresso principale è accessibile tramite un ponte levatoio, che poteva essere sollevato in caso di attacco.
• Cortile Interno: All'interno del castello si trova un ampio cortile centrale, attorno al quale sono disposti vari edifici residenziali e militari.

Elementi Architettonici
L'architettura del castello combina elementi difensivi con caratteristiche estetiche tipiche del Rinascimento.
• Portale d'Ingresso: Il portale principale è decorato con motivi rinascimentali e presenta un arco a tutto sesto.
• Balconi e Logge: Alcuni balconi e logge interne sono ornati con eleganti decorazioni in pietra, riflettendo il gusto rinascimentale per l'estetica e la simmetria.
• Stanze e Saloni: All'interno, il castello ospita numerose stanze e saloni, alcuni dei quali affrescati e decorati con stemmi araldici e motivi floreali.

Torre Normanna
La torre normanna, risalente al periodo originario del castello, è ancora visibile e rappresenta il cuore antico della struttura. Questa torre fu integrata nelle successive modifiche architettoniche, diventando un simbolo della continuità storica del castello.

 

Il Castello di Acaya
Il Castello di Acaya è un notevole esempio di architettura militare rinascimentale situato nell'omonimo borgo di Acaya, nel Salento, in provincia di Lecce. La fortezza ha una lunga storia che riflette le trasformazioni politiche e militari della regione e rappresenta uno dei meglio conservati castelli del Salento.
Le origini del castello risalgono al XIII secolo, quando fu edificata una torre di avvistamento durante la dominazione normanno-sveva. Tuttavia, l'attuale configurazione del castello si deve principalmente ai lavori di ampliamento e fortificazione effettuati tra il XV e il XVI secolo.
Durante la dominazione aragonese, il castello subì importanti lavori di fortificazione. In particolare, l'architetto Gian Giacomo dell'Acaya, figlio di Alfonso dell'Acaya, fu incaricato di trasformare la torre in una fortezza rinascimentale moderna.
Nel XVI secolo, sotto Carlo V, il castello fu ulteriormente potenziato per difendere il territorio dagli attacchi ottomani. Gian Giacomo dell'Acaya progettò un sistema di bastioni e mura che rendessero la fortezza inespugnabile secondo i canoni dell'architettura militare rinascimentale.

Struttura e Difese
Il Castello di Acaya presenta una pianta quadrangolare con bastioni angolari e un ampio fossato che lo circonda, riflettendo le più avanzate tecniche di fortificazione del Rinascimento.
• Bastioni Angolari: I quattro bastioni angolari, con forma a punta di lancia, sono progettati per resistere agli attacchi delle armi da fuoco e per offrire un ampio campo di tiro ai difensori. Questi bastioni sono dotati di cannoniere e feritoie.
• Fossato e Ponte Levatoio: Il castello è circondato da un fossato, originariamente riempito d'acqua, che costituiva una prima linea di difesa contro gli assalti. L'accesso principale al castello avveniva tramite un ponte levatoio, che poteva essere sollevato per impedire l'ingresso ai nemici.
• Cortile Interno: Al centro del castello si trova un ampio cortile, attorno al quale sono disposti vari edifici residenziali e di servizio, tra cui le caserme, le cucine e i magazzini.

Elementi Architettonici
L'architettura del castello combina elementi difensivi con caratteristiche estetiche tipiche del Rinascimento.
• Portale d'Ingresso: Il portale principale è decorato con motivi rinascimentali e presenta un arco a tutto sesto con stemmi araldici e decorazioni scultoree.
• Balconi e Logge: Alcuni balconi e logge interne sono ornati con eleganti decorazioni in pietra, riflettendo il gusto rinascimentale per l'estetica e la simmetria.
• Stanze e Saloni: All'interno del castello, si trovano numerose stanze e saloni, alcuni dei quali affrescati e decorati con stemmi araldici e motivi floreali.

 

Il Castello di Carlo V
Il Castello di Carlo V a Lecce è una delle principali fortezze della città, simbolo del potere militare e politico nel Salento durante il periodo rinascimentale. Questo castello rappresenta un'importante testimonianza della storia e dell'architettura militare del XVI secolo.
Le origini del castello risalgono al Medioevo, con una prima struttura fortificata costruita dai Normanni nel XII secolo. Tuttavia, l'attuale configurazione del castello è frutto di una completa ristrutturazione e ampliamento voluti dall'imperatore Carlo V nel XVI secolo per migliorare le difese contro le incursioni turche.
Durante la dominazione aragonese, il castello subì vari interventi di fortificazione. La trasformazione più significativa avvenne sotto il regno di Carlo V e il suo viceré, Don Pedro da Toledo, nel 1539. L'architetto militare Gian Giacomo dell'Acaya fu incaricato di progettare il nuovo castello, che doveva essere una struttura imponente e moderna secondo i canoni dell'architettura militare rinascimentale.

Struttura e Difese
Il Castello di Carlo V ha una pianta trapezoidale con quattro bastioni angolari che conferiscono alla struttura un aspetto massiccio e imponente.
• Bastioni Angolari: I quattro bastioni angolari, chiamati San Giacomo, Santa Croce, Sant'Antonio e Sant'Antonio Abate, sono progettati per resistere agli attacchi delle armi da fuoco. I bastioni sono dotati di cannoniere e feritoie per il posizionamento dell'artiglieria.
• Fossato e Ponte Levatoio: Il castello era originariamente circondato da un fossato, che aumentava le difese contro gli assalti. Il ponte levatoio permetteva l'accesso al castello e poteva essere sollevato in caso di attacco.
• Cortile Interno: Il cortile interno è ampio e circondato da edifici che ospitavano le truppe, le cucine, i magazzini e altre strutture necessarie alla vita della guarnigione.

Elementi Architettonici
L'architettura del castello combina elementi difensivi con caratteristiche estetiche tipiche del Rinascimento.
• Portale d'Ingresso: Il portale principale, decorato con motivi rinascimentali e stemmi araldici, rappresenta l'ingresso monumentale al castello.
• Balconi e Logge: Alcuni balconi e logge interne sono ornati con eleganti decorazioni in pietra, riflettendo il gusto rinascimentale per l'estetica e la simmetria.
• Stanze e Saloni: All'interno del castello, si trovano numerose stanze e saloni, alcuni dei quali affrescati e decorati con stemmi araldici e motivi floreali.

Torre Quadrata
All'interno del castello si trova una torre quadrata che rappresenta una delle strutture originarie del castello medievale. Questa torre è stata integrata nelle successive modifiche architettoniche, diventando un simbolo della continuità storica del castello.

Uso contemporaneo dei castelli
I castelli ospitano frequentemente mostre d'arte temporanee, che spaziano dall'arte contemporanea a esposizioni storiche.
Vengono utilizzati anche come location per vari festival ed eventi culturali, come quelli dedicati alla promozione della lettura e della letteratura, con presentazioni di libri, incontri con autori e laboratori per bambini e adulti.
Durante l'estate ospitano concerti di musica classica, jazz e pop, oltre a rappresentazioni teatrali e spettacoli di danza.
I castelli sono sedi di conferenze e seminari su vari temi culturali, storici e scientifici, coadiuvati da varie attività didattiche, che li rendono importanti centri educativi, con iniziative rivolte a scuole e famiglie:
Non manca inoltre l’utilizzo di tecnologie multimediali per arricchire l'esperienza dei visitatori, mediante mostre interattive e visite virtuali.
Vengono organizzate collaborazioni culturali, ovvero scambi di mostre e progetti con musei e gallerie d'arte a livello nazionale e internazionale, e progetti comunitari, come Iniziative che coinvolgono la comunità locale, promuovendo la partecipazione attiva e la valorizzazione del patrimonio culturale.

Conclusioni
I castelli del Salento rappresentano un patrimonio di inestimabile valore, testimonianze vive di un passato ricco di storia e cultura. Ogni castello ha una storia unica da raccontare, fatta di conquiste, trasformazioni e adattamenti alle esigenze dei vari periodi storici. Visitare questi castelli significa non solo ammirare la loro bellezza architettonica, ma anche immergersi in un viaggio nel tempo che permette di riscoprire le radici profonde del Salento.
Se siete appassionati di storia e architettura, o semplicemente desiderate esplorare luoghi affascinanti e carichi di suggestione, i castelli del Salento sono una meta imperdibile. Preparatevi a vivere un'esperienza indimenticabile tra le mura di queste antiche fortezze.


Guida Illuminante: Esplorando il Fascino dei Fari

I fari si ergono imponenti a guardia dei mari, resistendo anche alle peggiori mareggiate, e hanno da sempre catturato l’immaginario collettivo. È incredibilmente suggestivo osservare dal basso un faro arroccato che si affaccia sul mare. Solletica l’idea di visitarlo, arrampicandosi su centinaia di gradini per ammirare, una volta in cima, un panorama mozzafiato che si perde all’orizzonte, dove mare e cielo si fondono.

 

Icone di Design e Architettura

Oggi molti fari sono in disuso e sono diventati patrimonio artistico e culturale da preservare, opere di architettura e di ingegno, alcuni costituiscono dei veri e propri capolavori, in quanto i fari non sono solo utili strumenti di navigazione, ma sono anche spettacolari esempi di design e architettura. Dalle maestose torri di granito dei fari europei alle eleganti strutture di ferro battuto dei fari americani, ciascun faro porta con sé una storia unica e un fascino senza tempo. Ogni dettaglio, dalle scale a chiocciola che si arrampicano verso la cima agli intricati sistemi di ingranaggi che regolano le lampade, è una testimonianza dell'ingegno umano e dell'abilità artigianale.

 

Tesori Storici

Tuttavia, anticamente, la salvezza dei naufraghi e dei villaggi era affidata a loro e ai loro guardiani. In caso di attacchi dal mare, fungevano anche da torri costiere e i guardiani, come sentinelle negli avamposti, erano i primi a poter dare l’allarme. In origine, i fari erano semplici falò o torce tenute accese per segnalare le zone di sbarco.

Ci sono testimonianze che risalgono molto indietro nel tempo a raccontare il mito dei fari. Virginia Woolf, nel suo romanzo del 1927 "Gita al Faro", li descrive così: «Il Faro era allora una torre argentea, nebulosa, con un occhio giallo che si apriva all’improvviso e dolcemente la sera». Omero, nel XIX libro dell’Iliade (VIII secolo a.C.), paragona lo sfavillio dello scudo del grande Achille a «uno di quei fuochi che dalle alture rendono sicura la via ai naviganti».

I fari diventano un vero mito con gli antichi autori. Ovidio, nelle "Eroidi", una raccolta di 21 lettere d’amore o di dolore immaginate come scritte da famose eroine ai loro mariti o amanti.

Quando, nel 1200, i Fenici arrivarono nel Mediterraneo con la necessità di incrementare il commercio marittimo, nacque il bisogno di protrarre i tempi della navigazione anche durante la notte. Così, si improvvisò la costruzione di impalcature a torre lungo le coste, dove venivano posizionate delle ceste con falò, sorvegliate da uomini incaricati di mantenere il fuoco acceso.

I primi due mirabili fari dell'antichità risalgono al 300 a.C. Uno di essi è il Colosso di Rodi, una gigantesca statua di bronzo alta trentadue metri situata all'ingresso del porto di Mandraki. Rappresentava il dio Helios, protettore di Rodi, che recava nella mano destra un faro. Rimase a guardia dell'isola per sessantasette anni, prima di essere distrutto da un terremoto.

Lighthouse at the waterfront, Alexandria, Egypt

Il secondo faro è il Faro di Alessandria, che rimase funzionante fino al IX secolo, prima di essere anch'esso distrutto da terremoti. Fu costruito per aumentare la sicurezza del traffico marittimo, reso pericoloso dai banchi di sabbia all'ingresso del porto di Alessandria. Il faro sorgeva sull'isola di Pharos (Faro), da cui prende il nome. Era costituito da un alto basamento quadrangolare che ospitava le stanze degli addetti e le rampe per il trasporto del combustibile. Sopra il basamento si ergeva una torre ottagonale, seguita da una costruzione cilindrica sovrastata da una statua di Zeus, poi sostituita da quella di Helios. La costruzione del faro permetteva di segnalare la posizione del porto alle navi di giorno, con l'uso di speciali specchi di bronzo lucidato che riflettevano la luce del sole, e di notte, con l'accensione di fuochi. Si stima che la torre fosse alta 134 metri e visibile a 48 km di distanza. Vista la sua utilità, si cominciarono a costruire fari in molti altri luoghi del Mediterraneo.

Successivamente, anche i Romani diffusero in tutte le loro conquiste imperiali la costruzione di torri di pietra con il fuoco in cima. Queste torri furono adottate anche dalle quattro Signorie delle Repubbliche marinare in Italia, situate vicino ai porti. Dopo il crollo dell'Impero Romano, i campanili dei monasteri costruiti in cima alle rocche assunsero questa funzione, soprattutto nel nord Europa. Durante il Rinascimento e l'epoca barocca, nacquero in Francia e in Inghilterra, all'ingresso della Manica, fari meravigliosi simili a castelli, situati in mezzo al mare ma poco funzionali.

Tra la fine del 1700 e il 1800, i fari assunsero la connotazione che conosciamo oggi. Il Faro di New York, donato dalla Francia agli Stati Uniti e conosciuto come la famosa Statua della Libertà, fu il primo faro degli Stati Uniti, gestito dal servizio fari americano, e rimase in funzione fino al 1902. Fu anche il primo faro ad essere elettrificato, alla fine del 1800.

Prima dell'avvento del petrolio e poi dell'elettricità, le sostanze usate per alimentare i fuochi dei fari erano svariate: legna, carbone, candele di spermaceti (la materia grassa che si trova all’interno del cranio dei capodogli e che brucia senza fare fumo), olio di balena e di oliva, a seconda delle latitudini.

Si può dire che, in tutto il mondo, non esistono due fari uguali. Ognuno possiede le sue peculiari caratteristiche. Il loro aspetto esteriore serve a identificarli da lontano durante il giorno, mentre di notte la loro luce invia segnali distintivi: luce – eclissi, eclissi – luce, con una frequenza specifica che permette di riconoscere la struttura nel buio. Nei portolani, i manuali che si portano a bordo e che indicano tutte le informazioni sulle coste e i loro pericoli, ogni faro è descritto con la sua particolare luce.

 

Le sentinelle del Salento

Nella penisola italiana, con una costa di circa 7458 km, ci sono fari bellissimi con storie affascinanti, molti dei quali sono diventati mete turistiche molto ricercate.

La regione che in assoluto vanta le location più ricche di fascino, nonché quelle più ricercate dai turisti è la Puglia, con il Faro di Punta Palascìa a Otranto e quello di San Cataldo a Lecce, considerati i due tra i più belli d’Italia; e quelli di Santa Maria di Leuca e dell’isola di Sant’Andrea a Gallipoli, rinomati per la loro altezza, che fanno tutti parte del Salento.

 

Il faro di Punta Palascìa

Il faro di Punta Palascìa è sicuramente il più rinomato, non solo a livello nazionale ma anche internazionale: è uno dei 5 fari del Mediterraneo tutelati dalla Commissione Europea.

Costruito nel 1867 sui resti di una precedente torre di avvistamento, è alto 32 metri e si erge su un promontorio roccioso, a strapiombo sul mare, nel punto più ad Est d’Italia, meglio noto come Capo d’Otranto.

Talvolta, se si è fortunati, si riescono anche a scorgere in lontananza le montagne dell’Albania, che rendono il panorama, di per sé mozzafiato, ancora più magico.

Il faro, gestito dalla Marina Militare Italiana e adibito a stazione metereologica, restò in funzione fino agli anni ’70 del 1900, dopodiché venne abbandonato. A partire dagli anni 2000 fu sottoposto ad un intervento di recupero; dal 2005 è tornato a rischiarare, con la sua luce, l’oscurità delle notti idruntine.

Al suo interno, una scala a chiocciola composta da 150 scalini conduce fino in cima, dove è custodito il gioiello del faro: la sua lanterna. Quest’ultima proviene direttamente da Parigi e reca la firma di Augustine-Henry Lepaute, allievo prediletto del celebre ingegnere francese Gustave Eiffel.

Costruita nel 1884, emette un segnale luminoso visibile fino a 18 miglia nautiche e sino agli anni ’60 ad alimentarla era il petrolio; adesso invece, una cellula solare.

Ai piedi del faro, una struttura che, per anni, ha fatto da dimora a coloro ai quali era affidata la custodia del luogo, i guardiani.

A poca distanza è stato inoltre allestito il Museo Multimediale del Mare, all’interno del quale è possibile scoprire la flora e la fauna tipiche del territorio.

 

Il Faro di San Cataldo

Ciò che invece rende unico e inestimabile il faro di San Cataldo è il luogo che lo ospita: un’insenatura a dici chilometri dalla città di Lecce, che conserva i resti di un antico molo voluto dall’imperatore Adriano nel II secolo d.C e che, proprio per questo, prendeva il nome di “Porto Adriano”, al tempo in cui la città di Lecce era una colonia romana denominata ' Lupiae '.

Il suo nome attuale secondo la leggenda deriva da un monaco irlandese che tornando da Gerusalemme naufragò in quest'area e si salvò miracolosamente. Il faro è costituito da una torre di forma ottagonale alta poco più di 23 metri a da una struttura in muratura che in origine era destinata ad alloggio dei fanalisti e magazzino, oggi sede dell’ufficio marittimo locale. Il suo fascio luminoso è visibile fino a 5 miglia.

La costruzione di un faro a San Cataldo fu proposta nel 1863 dal Consiglio Provinciale di terra d'Otranto al Ministero dei Lavori Pubblici. Il primo progetto fu presentato nel 1865, e in attesa della costruzione del faro, attivato nel 1897, fu installato un fanale provvisorio sopra un fabbricato comunale.

 

Il Faro di Santa Maria di Leuca

Anche il secondo faro più alto d’Europa è forma ottagonale, e si tratta dell’imponente faro di Santa Maria di Leuca, che con i suoi 47 metri di altezza si innalza sulla sommità di Punta Meliso, a pochi passi dalla Basilica “de Finibus Terrae”.

A progettarlo fu l’ingegnere Achille Rossi nel 1864, lì dove in precedenza sorgeva un’antica torre saracena.

La sua lanterna, in funzione dal 1866, presenta un diametro di 3m, è formata da 16 lenti, di cui 6 libere e 10 oscurate. Queste lenti proiettano fasci di luce bianca visibili fino a 50 km di distanza a cui si alternano fasci di luce rossa che segnalano ai naviganti le pericolose secche del mare di Ugento.

All’interno della struttura ci sono 4 alloggi di cui 3 sono utilizzati dai fanalisti ed uno è adibito a camera di ispezione, sala motori e sala radiofaro.

Per raggiungere la sommità del faro occorre percorrere una scala a chiocciola, composta da 254 scalini. Ma una volta lasciatosi alle spalle anche l’ultimo gradino, la vista che ci si trova davanti fa dimenticare qualsiasi fatica: il blu del mare che abbraccia l’azzurro del cielo, e se si è un po’ fortunati, le coste dell’isola di Corfù e le montagne dell’Albania che spuntano all’orizzonte.

 

Il Faro di Sant’Andrea

Altrettanto incantevole è il paesaggio che fa da sfondo al faro sull’isola di Sant’Andrea, paradiso naturale incontaminato di circa cinquanta ettari distante da Gallipoli solo pochi chilometri.

Alto 46 metri e acceso per la prima volta nel 1866, il faro è rimasto in stato di abbandono per molti anni; recentemente ristrutturato, dal 2005 ha ripreso ad illuminare le acque ioniche con la sua lanterna, in grado di raggiungere una distanza di 20 miglia.

A infrangere il silenzio che regna sull’isola, oggi completamente disabitata, solo il rumore delle onde del mare.

Lo stesso mare che ogni notte assiste al risveglio di questi giganti buoni, pronti a vegliare, ciascuno dalla propria postazione, sulla vita di quanti si trovano, per un motivo o per un altro, a solcare le sue acque.

 

Alto circa 46 metri, il faro dell’Isola di Sant’Andrea è tra i più alti d’Europa, sebbene la scarsa altitudine dell’isola, che non supera i 3 metri sopra il livello del mare, possa trarre in inganno. Nota sin dai tempi del Regno di Napoli con il nome messapico di Achtotus, ovvero terra arida, l’isola venne intitolata a Sant’Andrea nel 1591, per via di una cappella bizantina dedicata al santo.

Ai piedi del faro, un brulicante universo vive indisturbato, senza l’ingombrante presenza umana. I circa cinquanta ettari di terra dell’isola, parte del Parco Naturale Regionale Isola di Sant’Andrea e Litorale di Punta Pizzo, ospitano colonie di conigli selvatici e l’elegante gabbiano corso, che ha scelto l’isola come unico sito di nidificazione in Italia, uno scenario arido e scoglioso, ma rinfrescato dalla presenza di giunchi e dalla salicornia. Lontana circa un miglio dalla terraferma, l’isola ha un ecosistema completamente diverso e unico, che le permette di offrire un riparo a cicogne e aironi durante le migrazioni e popolarsi di gamberi e altri molluschi nei tanti laghetti che s’infiltrano spontaneamente tra le rocce.

Una meravigliosa oasi naturale, riconosciuta quale habitat naturale di importanza comunitaria e individuata come area naturale protetta da una legge regionale della Puglia del 1997, qualificata di particolare interesse storico e artistico dal Ministero per i beni e le attività culturali.

Abbandonato ai flutti e alle mareggiate fino al 2005, il faro è stato ristrutturato ma oggi nessun guardiano lo abita. La lanterna di Gallipoli è automatica e l’isola stessa non è accessibile né disponibile per ormeggi e sbarchi non preventivamente concordati con la Capitaneria di Porto.

 

Conclusioni

In conclusione, i fari non sono solo monumenti storici o semplici strumenti di navigazione; sono simboli di perseveranza umana, bellezza architettonica e connessione con il mare.

Attraverso la loro presenza imponente e le loro storie affascinanti, i fari continuano a incantare e ispirare coloro che li visitano, offrendo un'opportunità unica di scoprire l'incanto del mondo marittimo.

 


La Via Francigena nel Salento: scopriamo gli itinerari tra storia, natura e architettura

Storicamente per Via Francigena, o meglio Vie Francigene, si intende un fascio di Vie che collegavano i territori dominati dai Franchi (le attuali Francia e Germania) a Roma in epoca medievale. Oggi si parla di Vie Francigene anche per indicare quegli itinerari culturali verso Roma, destinati al pellegrinaggio moderno e al turismo sostenibile.

Il detto “tutte le strade portano a Roma” può ironicamente dare un’idea di quante siano le Vie Francigene a livello teorico. La storia di questo cammino trae le sue origini dal Medioevo, quando i pellegrini dovevano raggiungere una delle peregrinationes majores, per arrivare a Gerusalemme, Santiago o Compostela. Il viaggio dei pellegrini, infatti, partiva dal Sud Italia per guadagnare il nord Europa o al contrario, iniziava a Roma per giungere in Puglia, dove si imbarcavano per la Terra Santa. In effetti i pellegrini nel medioevo partivano dalla propria casa e percorrevano non solo la rete ‘stradale’ dell’epoca, ma anche tutti quei sentieri e selciati che meno li esponessero al rischio di assalto o incidenti ma che nel contempo passassero per luoghi dove era possibile ricevere ospitalità e cibo.

La Via Francigena in Salento si estende lungo il tacco dello stivale per circa 120 km: un viaggio nella cultura di questo lembo di terra che vanta innumerevoli tappe imperdibili, tra le città principali come Lecce e Otranto, la città millenaria che guarda ad Oriente, ammirando affascinanti opere architettoniche, passando per borghi e campagne, dove non mancano antichissime testimonianze delle tappe di pellegrinaggio.

 

Alto Salento, le origini del percorso

Il percorso inizia dalla città, o meglio dal porto di Brindisi, e uno degli elementi simbolo sono le Due Colonne dell’Appia, arrivo per chi doveva partire per la Terra Santa, o partenza per chi doveva andare a Roma. Per lungo tempo le colonne sono state ritenute terminali della Via Appia, ma la collocazione delle colonne nel rialzo prospiciente il porto di Brindisi, e la relazione con la visuale con l'imboccatura dello stesso, dimostrano che furono innalzate con un intento celebrativo, forse a supporto di due statue bronzee.

Altra tappa obbligatoria per chi passava da Brindisi, è la Chiesa di San Giovanni al Sepolcro, antichissima, di età normanna (XI secolo), costruita su più strati di storia della città. Si tratta di una piccola rievocazione del Santo Sepolcro a Gerusalemme, con pianta circolare a indicare la circolarità della vita e della spiritualità che si eleva verso l’alto, accompagnata da cicli di affreschi e capitelli intagliati.

Continuando il cammino, a ridosso di Torchiarolo, troviamo Valesio, un’antica città prima Messapica, poi Romana, poi Bizantina, rimasta in vita sino all’anno 1000 d.C. circa come villaggio medievale, poi disabitato, letteralmente attraversato dalla via Traiana-Calabra. Si tratta di una città importantissima nell’antichità, dove devono ancora essere effettuati molti scavi, ma nella quale sono state trovate sinora moltissime monete provenienti da svariate parti del Mediterraeo, e questo ci fa capire che questo luogo era fulcro di scambi, commerci e passaggio di genti provenienti da molte località diverse, che ha ancora moltissimo da raccontare.

Nel tratto di strada che da Valesio ci conduce verso Surbo, ci imbattiamo in un bene storico-architettonico di grande pregio, che dal 2012 viene gestito in modo diretto dal FAI (Fondo Ambiente Italiano), ovvero l’Abbazia di Santa Maria a Cerrate. Risalente all'XI secolo, anche se in base agli scavi archeologici vi furono degli insediamenti precedenti, durante il XII secolo era anche centro di produzione (soprattutto di cereali), ed era abitata dai monaci bizantini che scappavano dalle persecuzioni turche a Bisanzio. La località fu un importante polo religioso e culturale. l’Abbazia viene ampliata fino a divenire uno dei più importanti centri monastici dell’Italia meridionale: nel 1531, quando passa sotto il controllo dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli, il complesso comprende, oltre alla chiesa, stalle, alloggi per i contadini, un pozzo, un mulino, due frantoi ipogei. Il saccheggio dei pirati turchi nel 1711 fa precipitare l’intero centro in uno stato di completo abbandono che prosegue nel corso del XIX secolo. Oggi, dopo un complesso intervento di restauro, l'Abbazia è nuovamente visitabile e rappresenta uno splendido esempio di architettura romanica pugliese impreziosita da importanti affreschi che ne fanno un unicum nel mondo bizantino.

Nelle campagne di Lecce, al confine con il comune di Surbo, è presente un’altra importantissima tappa della via Francigena Salentina, ovvero la Chiesa di Santa Maria d’Aurìo. Risalente al XII secolo, è la testimonianza architettonica più antica del casale medievale di Aurìo, scomparso tra il XV e il XVI secolo. La chiesa era un altro luogo che si attraversava prima di arrivare a Lecce, e oltre ad essere piena di croci, segno distintivo e caratterizzante del passaggio dei pellegrini, ha anche una serie di imbarcazioni incise sulla sua facciata, e questo è segno che i pellegrini si preparavano al viaggio per andare in terra santa e dovevano attraversare l’Adriatico. La stragrande maggioranza di questi viandanti, soprattutto quelli che venivano dal nord Europa, non aveva mai visto il mare, e l’esperienza della navigazione per loro era terrorizzante, perché capitava che a causa del mare mosso e delle tempeste le navi naufragassero e i pellegrini morissero annegati. Il disegno della nave veniva inciso quasi come un ex-voto, per assicurarsi che la chiesa proteggesse il loro viaggio. Nel caso in cui fossero riusciti ad arrivare dall’oriente in Salento, dopo aver attraversato il mare in tempesta, l’incisione diventava un ex-voto per grazia ricevuta.

 

Da Lecce verso il basso Salento

All’ingresso di Lecce ci accoglie l’ex Monastero degli Olivetani, e l’antico monastero, più che un luogo appartato, era un sito strategico, scelto nel secolo XII da Tancredi d'Altavilla, ultimo conte normanno di Lecce, per edificare un sontuoso complesso religioso, destinandolo all’Ordine dei Benedettini. L’abbazia suscitò sin dall’inizio stupore per la sua magnificenza e la chiesa, dedicata ai SS.Niccolò e Cataldo, raggiunse ”il più alto livello” tra le architetture medioevali in Terra d’Otranto. Nel 1494 sopraggiunsero gli Olivetani (Benedettini di Monte Oliveto), che sostituirono la preesistente comunità, ormai in estinzione. Mentre la chiesa fu conservata ed arricchita, il convento fu ricostruito in forme maestose.

La via Francigena attraversa Lecce, dove in pieno centro storico si trova la Chiesa di San Nicolò dei Greci. Si tratta di una chiesa salentina realizzata al di sopra di un’antica chiesetta risalente al IX secolo, della quale è ancora esistente l’antica cripta e la parte absidale. Nella cripta sono ancora presenti i dipinti antichi. La chiesetta era chiamata “Chiesa di San Giovanni del malato” e a un certo punto era stata abbandonata. Nella parte posteriore della chiesa c’è una cisterna, che raccoglieva le acque di una falda del fiume Idume, il fiume di Lecce.

Procedendo per la città fortificata di Acaya, e attraversando la campagna di Melendugno, si arriva nella zona della Grecìa Salentina, e una delle località più frequentate dai viaggiatori era quella di Carpignano Salentino, dove spicca la barocca Chiesa Parrocchiale del '500, la quale custodisce la Cripta di Santa Cristina scavata nel tufo tra l'VIII e il IX secolo. La Cripta è l’unico luogo di quest’epoca di cui si conoscono il committente e l’affrescatore, in quanto i loro nomi sono citati nelle numerose scritte in lingua greca che ricoprono le mura della cripta. Gli affreschi alle pareti, che hanno più di mille anni, si sono conservati molto bene e la cripta è l’unico caso in tutto il mediterraneo in cui abbiamo una così grande ricchezza di dati. Questo tipo di affreschi continua a ricordarci come al tempo, per chi attraversava la via francigena, il punto di riferimento principale fosse Costantinopoli, dove si parlava greco.

 

Si prosegue tra antiche masserie e una lussureggiante pineta fino ad attraversare il borgo di Cànnole, dove troviamo il Villaggio di Torcìto, che è stato inzialmente un villaggio, poi nel XII secolo è diventato una Masseria, alla quale nel corso degli anni sono state aggiunte ulteriori strutture, come la torre colombaia e la Chiesa dedicata a San Vito. La Masseria di Torcìto è circondata da una vegetazione lussureggiante, che la accompagna nei secoli, e che oggi ha dato vita al Parco Naturale di Torcìto, molto apprezzato dai cultori del trekking.

Arriviamo poi al settecentesco Santuario di Monte Vergine a Palmariggi, il quale custodisce una preziosa cripta del periodo bizantino, nel cui lato orientale si ergeva un altare contenente un affresco della Madonna a mezzo busto con in braccio il Bambino Gesù.

Segue Giurdignano con il suo "Giardino Megalitico", una zona ricchissima di dolmen e di menhir, e ricordiamo in particolare il Menhir San Paolo, altra tappa del percorso francigeno, dove all’interno dello sperone roccioso è stata scavata una cripta, probabilmente di epoca bizantina, all’interno della quale è visibile un affresco che rappresenta la taranta, un ragno velenoso che mordeva le donne, le cosiddette tarantate, di cui San Paolo è protettore.

Nel comune più piccolo di tutto il Salento, Giuggianello, sempre tra dolmen e menhir, si trova l’antichissima Masseria Quattro Macine, insediamento bizantino risalente al VII secolo, negli anni attaccato dai turchi, riedificato, utilizzato come stazione di posta, tabacchificio, masseria.

 

Ci inoltriamo successivamente nel canalone della Valle dell’Idro, e passiamo per la Grotta di Sant’Angelo, chiesa-cripta in parte distrutta, dove sono ancora evidenti, alcune tracce degli affreschi che decoravano le pareti della grotta, rappresentanti figure sacre, persone in tuniche, i visi di due donne, e santi. Nonostante gli affreschi oggi siano poco identificabili, la grotta di Sant’Angelo è indubbiamente una delle più suggestive ed interessanti di tutta la valle dell’Idro.

Ci dirigiamo poi al centro di Otranto con la splendida Cattedrale di S.Maria Annunziata, edificata sui resti di un villaggio messapico, di una domus romana e di un tempio paleocristiano, fu fondata nel 1068. È una sintesi di diversi stili architettonici comprendendo elementi bizantini, paleocristiani e romanici. Gli affreschi del XIII secolo vennero quasi tutti distrutti dall’invasione turca del 1480. Rimane intatto invece il preziosissimo pavimento a mosaico, eseguito tra il 1163 e il 1165, di grande impatto scenico per l'ampia decorazione che rappresenta scene dall'Antico Testamento, cicli cavallereschi, bestiari medievali. Le immagini, disposte lungo lo sviluppo dell'Albero della vita, ripercorrono l'esperienza umana dal peccato originale alla salvezza. Molto particolare dal punto di vista architettonico la cripta, che risale all'XI secolo ed è una miniatura della celebre Cisterna di Teodosio o della Moschea di Cordova. Possiede tre absidi semicircolari e si caratterizza per le quarantotto campate intervallate da oltre settanta tra colonne, semicolonne e pilastri. La singolarità è nella diversità degli elementi di sostegno, provenienti da edifici antichi e altomedievali, dal vario repertorio figurativo. Di grande pregio gli affreschi superstiti che abbracciano un arco cronologico dal Medioevo al Cinquecento.

Non meno importante è la Chiesa di San Pietro, sempre a Otranto, è uno degli edifici medievali del Mezzogiorno più rappresentativi della tradizione costruttiva bizantina e rimane la più alta e viva espressione dell'arte bizantina in Puglia. L'edificio sacro rappresentò, probabilmente, la prima basilica della città, eletta metropoli nel 968 e alle dirette dipendenze della sede patriarcale di Costantinopoli. La sua datazione è stata per lungo tempo oggetto di dibattito tra gli studiosi, ma dall'analisi della struttura, degli affreschi e delle iscrizioni in lingua greca, sembra riconducibile al IX-X secolo. Nelle tre absidi sul fondo si dispongono gli splendidi affreschi in stile bizantino databili al X-XI secolo

 

Oltrepassata Cocumola, dove svetta il Menhir della Croce in Via Savoia 26, si cammina tra pinete e uliveti fino a Vignacastrisi.

E’ la volta poi di Andrano, nelle cui campagne troviamo la Cripta dell’Attàrico; si ritine che dal secolo VIII al X la grotta abbia ospitato monaci basiliani, e sono ancora presenti due affreschi. Inizialmente come rifugio, e successivamente come eremo spirituale, i monaci nel frattempo si spostarono nella vicina abbazia di Santa Maria del Mito, centro di cultura e Masseria totalmente autosufficiente, situata tra il feudo di Tricase e quello di Andrano.

 

La meta finale

Il percorso della via Francigena Salentina si è quasi concluso, e a circa 1 Km da Santa Maria di Leuca, nei pressi dell’odierna Masseria Coppola, sulla SS 275, l’ultima sosta era rappresentata dall’antica Cappella dei Lazzari, ove venivano curate malattie. Costruita nel XIV sec. dai Granduchi di Toscana per i naviganti fiorentini, che frequentavano numerosi lo scalo di Leuca, purtroppo non esiste più.

L’ultima tappa, e senza dubbio la più significativa, è a Santa Maria di Leuca, presso la Basilica – Santuario S. Maria de Finibus Terrae, che affonda le sue radici ai primordi del cristianesimo. Esso sorge là dove c’era stato il tempio dedicato alla dea Minerva del quale, entrando in Chiesa, sulla destra, si conserva un cimelio: l’ara o una parte di essa, su cui venivano offerti i sacrifici alla dea. La tradizione narra che l’apostolo Pietro nel 43 d.C. sbarcò in Puglia per fare ritorno a Roma dopo il suo viaggio in Oriente. In questa occasione, il tempio fu dedicato al Salvatore e convertito in un santuario cristiano. Fu proprio qui, infatti, che San Pietro cominciò la sua opera di conversione, partendo proprio dalla popolazione salentina per poi proseguire per tutto l’Occidente. La testimonianza del passaggio dell’apostolo è la Croce Pietrina collocata di fronte al Santuario. Solo in un secondo momento fu consacrato a Santa Maria di Leuca. Proprio a causa della sua ambitissima posizione, il santuario fu purtroppo preso di mira numerose volte nel corso del tempo, in particolare dai Turchi e dai Saraceni, come attacco indiretto alla religione cristiana. Fu distrutto ben cinque volte, l’ultima delle quali nel 1720. Le numerose ricostruzioni conferirono ovviamente al Santuario un aspetto differente da quello originale, ma i fedeli vollero mantenere la struttura delle mura perimetrali.

 

Conclusioni

Il percorso che abbiamo seguito ci porta indietro nel tempo di migliaia di anni, e ci permette di comprendere e scoprire le origini più antiche delle bellezze architettoniche che costellano il percorso della via Francigena Salentina, a partire da piccoli scrigni, come le cripte, sino ad arrivare a immensi tesori, come le abbazie e le masserie.

Sono luoghi che ancora oggi fanno parte del nostro presente, e che arricchiranno il nostro futuro.


L'Incanto dei Giardini nel Cuore del Salento: Tra Storia, Bellezza e Natura

Introduzione:

Il Salento non è solamente conosciuto per le sue bellezze naturali, culturali e architettoniche, ma anche per i suoi incantevoli giardini. Da secoli, questi spazi verdi sono stati parte integrante del tessuto sociale e architettonico della regione, riflettendo la bellezza, la storia e la passione dei suoi abitanti. In questo articolo, esploreremo la definizione del giardino e l'importanza dei giardini nel Salento, dalle abitazioni dei centri storici ai sontuosi palazzi nobiliari, dai giardini pensili alle moderne interpretazioni paesaggistiche.

 

Definizione di Giardino:

Il giardino, nell'immaginario collettivo, evoca un luogo di bellezza, tranquillità e rinascita. Ma è molto di più di un semplice spazio verde. È un'opera d'arte in continua evoluzione, un rifugio per la mente e lo spirito, un habitat per la flora e la fauna, e talvolta persino un'estensione dell'identità di coloro che lo creano e lo curano. Nel Salento, i giardini assumono forme e significati diversi, ma tutti condividono un legame profondo con la storia e la cultura della regione.

 

Giardini nei Centri Storici:

I centri storici del Salento sono spesso caratterizzati da strette strade lastricate e antiche dimore che si affacciano su cortili segreti e giardini appartati. Questi giardini, piccoli tesori nascosti, rappresentano un'oasi di tranquillità nel cuore della vivace vita urbana. Con le loro piante rigogliose, fontane e panchine in pietra, offrono un rifugio dal caldo sole estivo e un luogo di incontro per famiglie e amici. Spesso vi trovano posto alberi di agrumi, che in primavera con i loro fiori creano un profumo inebriante, e numerose piante grasse, resistenti alle assolate giornate estive.

 

Giardini dei Palazzi Nobiliari:

I palazzi nobiliari del Salento, testimonianze del passato glorioso della regione, sono spesso circondati da sontuosi giardini all'italiana. Questi giardini, progettati con precisione matematica e arricchiti da statue, pergolati e fontane, erano concepiti come sfondo ideale per la vita aristocratica. Oggi, alcuni di questi giardini sono rimasti di proprietà privata, e arricchiti con piscine e altri elementi contemporanei, molti altri, invece, sono aperti al pubblico, permettendo ai visitatori di immergersi nella grandezza del passato e nella bellezza senza tempo della natura.

 

Giardino Pensile:

Soprattutto nei centri storici del Salento, dove la disponibilità di spazi verdi è più limitata, i giardini pensili sono diventati una soluzione per ottimizzare lo spazio verde in un ambiente urbano densamente popolato. Sospesi tra le mura delle antiche città, questa tipologia di giardini, dalle antichissime origini (590 a.C. circa),  creano un ambiente unico e suggestivo per chiunque abbia il privilegio di visitarli. Ne offre un esempio il Palazzo Ducale di Presicce, che sul terrazzo vanta la presenza di un giardino pensile all’italiana di circa 10 are, arricchito da una fontana e da un belvedere, ora sempre aperto al pubblico, in quanto proprietà del Comune di Presicce – Acquarica.

 

Giardini delle Ville:

Le ville storiche del Salento, luoghi di villeggiatura e svago, sono spesso circondate da ampi giardini paesaggistici, dove l'arte del giardinaggio si fonde armoniosamente con la bellezza naturale del paesaggio circostante. Qui, tra alberi secolari, aiuole fiorite e vialetti ombrosi, si possono trovare angoli di serenità e contemplazione, lontani dal trambusto della vita moderna. Uno degli esempi più ricchi è quello che ritroviamo nelle maestose ville di Santa Maria di Leuca, realizzate tutte nella seconda metà dell’800. Queste dimore sono per la maggior parte ancora di proprietà privata, ma da qualche anno viene dedicata una giornata per la visita al pubblico dei loro parchi e giardini.

 

Giardino Moderno nel Salento:

Nel Salento contemporaneo, l'arte del giardinaggio si evolve continuamente per rispondere alle esigenze e alle sfide del mondo moderno. Giardini sostenibili, parchi urbani e spazi verdi multifunzionali stanno emergendo come nuove forme di espressione paesaggistica, offrendo non solo bellezza estetica, ma anche benefici ambientali e sociali per le comunità locali.

 

Orto Botanico "La Cutura":

Infine, non si può parlare dei giardini nel Salento senza menzionare l'Orto Botanico "La Cutura", un gioiello nascosto situato nella campagna di Giuggianello, citato tra i dieci giardini più belli d’Italia. Fondato nel 1986, questo orto botanico ha come nucleo originario un’antica masseria del 1700 e i suoi terreni, e oggi ospita una straordinaria collezione di piante esotiche e endemiche provenienti da tutto il mondo, fondendosi in modo meraviglioso con l’architettura preesistente, creando un ambiente unico di scoperta e meraviglia per gli appassionati di botanica di tutte le età.

 

Conclusioni:

I giardini nel Salento sono molto più di semplici spazi verdi; sono testimonianze viventi della storia, della cultura e della bellezza senza tempo della regione. Dalle antiche dimore dei centri storici ai sontuosi palazzi nobiliari, dai giardini pensili alle moderne interpretazioni paesaggistiche, questi luoghi incantati continuano a ispirare e a incantare residenti e visitatori, offrendo un assaggio della ricchezza e della diversità del patrimonio naturale e culturale del Salento.


Esplorando la magia della Notte della Taranta a Melpignano, nel cuore della Grecìa Salentina

Nel cuore della splendida regione italiana del Salento, c'è un evento che incanta e affascina: la Notte della Taranta a Melpignano. Questo affascinante spettacolo musicale celebra la ricca cultura e tradizione della Grecia Salentina, una zona in Puglia dove persiste una forte influenza della cultura greca.

 

Radici Profonde

La Grecia Salentina è un'area linguistica e culturale situata nella parte meridionale della Puglia, dove le tradizioni greche hanno radici profonde. Qui, il dialetto greco-salentino, conosciuto come griko, è ancora parlato da molti abitanti. La regione è famosa per la sua ricca eredità culturale, che si riflette nella musica, nella danza e nelle feste tradizionali.

La “Grecìa Salentina” è formata da nove comuni: Calimera, Castrignano dei Greci, Corigliano d’Otranto, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatia e Zollino.

Sternatia è il paese dove l’antico linguaggio dialettale di origine greca, il “griko”, è ad oggi maggiormente conosciuto e parlato tra gli abitanti.

Nel centro storico, possiamo trovare numerose case a corte, portali bugnati e la residenza baronale di Palazzo Granafei. Il prezioso palazzo monumentale è stato realizzato durante la prima parte del Settecento, sebbene gli affreschi all’interno siano successivi e datati 1775. Al suo interno custodisce un frantoio ipogeo cinquecentesco.

La vicina Soleto è stata, prima ancora che una città greca, un importante centro della civiltà messapica, come testimoniato da numerose tombe e dal ritrovamento delle antiche mura di recinzione. Con l’avvento dell’Impero d’Oriente, fu anche una sede vescovile. Molto bello il centro storico, che conserva ancora oggi la sua struttura di impronta medievale con vie parallele e perpendicolari molto strette tra loro, con portali barocchi e case nobiliari del Rinascimento. Il monumento più importante di tutta Soleto è la cosiddetta Guglia di Raimondello. Si tratta di un grande campanile, ma senza campana ed eretto esclusivamente per scopi ornamentali, esempio di arte gotica nel Salento.

Da Soleto possiamo raggiungere facilmente Zollino, dove possiamo ammirare soprattutto le costruzioni architettoniche religiose.

Raggiungiamo quindi il centro abitato di Martano, uno dei più grandi borghi d’influenza greca in quest’area.

Il suo territorio fu però già abitato tantissimo tempo prima come testimoniano i menhir preistorici di Santu Totaru e del Teofilo. Fu nel periodo medievale che arrivò l’influenza greca essendo abitata da coloni dell’Impero Romano d’Oriente e il rito greco si conservò fino a tutto il Seicento.

Il dialetto e le tradizioni “grike”, invece, sopravvivono ancora oggi. Il centro storico di Martano mostra alcune parti dell’antica cinta muraria, e alcuni palazzi storici nobiliari realizzati tra il Cinquecento ed il Settecento tra cui l’esempio più bello è probabilmente quello di Palazzo Moschettini, dotato di un grande portale finemente decorato e di una lunga balconata egualmente pregiata.

Da Martano ci spostiamo a Martignano. Le origini di questo centro potrebbero esse stesse risalire al periodo greco, in uno degli importanti snodi che Lecce portavano a Otranto e Nardò. I monumenti più importanti che conserva sono la Chiesa Parrocchiale, la Torre dell’Orologio e la Torre Campanaria, tutti accomunati in un’unica struttura.

Raggiungiamo quindi Calimera, paese in cui l’origine greca è insita già direttamente nel suo nome proprio. “Calimera” infatti significa “buona giornata” in greco. Suggestiva la storia della Chiesetta di San Vito che sorge appena fuori dal centro abitato, tra le campagne. Questa piccola chiesa aperta solo il giorno di Pasquetta presenta all’interno un grande masso con un foro nel mezzo. La tradizione voleva che le persone passassero attraverso il foro per propiziarsi fertilità secondo un antichissimo rito pagano. La chiesa fu costruita attorno al masso proprio per “cristianizzare” anch’esso ed evitare così che i riti pagani continuassero a perpetuarsi. Tuttavia la tradizione si è conservata fino ad oggi ed ogni Pasquetta molti abitanti di Calimera la raggiungono per passare attraverso il masso.

Castrignano dei Greci. Anche qui, l’origine è evidente nel nome stesso del paese, che si pensa quindi fondato direttamente da popolazione proveniente dall’Impero Romano d’Oriente e fu certamente abitato dai bizantini tra il VI e il IX secolo.

Di contro, le costruzioni del tempo non sono più presenti e i monumenti più importanti restano l’ottocentesca Chiesa Parrocchiale della Madonna SS. Annunziata e il cinquecentesco Castello dei Gualtieri, adattato come residenza baronale su una costruzione preesistente più antica.

Corigliano d’Otranto, anch’esso greco dal VI al IX secolo. Il suo antico castello del 1465 (Castello dei Monti) resistette al terribile attacco turco del 1480, così da essere ancora oggi un vanto non solo architettonico, ma anche puramente storico. L’impatto visivo è davvero maestoso, da richiamare alla mente il classico concetto di “castello medievale”: quattro torrioni per ciascun angolo, attorniato da un grande fossato cui si accedeva un tempo per ponte levatoio.

Poco lontano da Castrignano sorge Melpignano, oggi famosissimo per via della famosissima Notte della Taranta. Anche questo borgo fu abitato da greci e il rito greco si conservò fino al Cinquecento.

Nel centro storico è da vedere la bella Piazza San Giorgio, dove convogliano la chiesetta parrocchiale, portici rinascimentali a tutto sesto e la Torre dell’Orologio costruita all’inizio del Novecento. Importante anche la Chiesa della Vergine del Carmelo, con un’imponente facciata realizzata a metà del Seicento e arricchita da particolari barocchi da Giuseppe Zimbalo. Infine, vale la pena fare un salto al Palazzo Marchesale seicentesco.

 

La Notte della Taranta: Un'Esperienza Unica

Al centro di questa cultura vibrante c'è la Notte della Taranta, un evento che celebra la musica tradizionale del Salento, in particolare il tarantismo, un antico rituale di guarigione attraverso la musica e la danza. L'evento culmina con un grande concerto nella pittoresca cittadina di Melpignano, dove musicisti provenienti da tutto il mondo si uniscono per suonare la pizzica, un genere musicale tradizionale salentino.

 

L'atmosfera Magica di Melpignano

Melpignano offre lo scenario perfetto per questa festa straordinaria. Durante la Notte della Taranta, le strade si animano con colori, suoni e profumi, mentre i visitatori si immergono completamente nell'atmosfera magica e coinvolgente.

 

Un'Esperienza Indimenticabile

Partecipare alla Notte della Taranta è un'esperienza indimenticabile per chiunque ami la musica, la danza e la cultura. I visitatori possono godersi non solo il concerto principale, ma anche una serie di eventi collaterali, come le lezioni di pizzica e gli spettacoli di artisti locali. È un'opportunità unica per immergersi nella cultura e nella tradizione del Salento, mentre si crea un'esperienza di condivisione e celebrazione con persone provenienti da tutto il mondo.

 

Conclusioni

La Notte della Taranta a Melpignano è molto più di un semplice concerto; è un viaggio attraverso la storia, la musica e la cultura del Salento. Questo evento magico cattura l'essenza della Grecia Salentina, offrendo ai visitatori un'esperienza autentica e indimenticabile. Se siete in cerca di avventure culturali e musicali, non c'è posto migliore dove essere che qui, nel cuore della Puglia, durante la Notte della Taranta.


I migliori percorsi nel Salento: trekking, passeggiate, bici, moto o altro Itinerari per il trekking

Il recente successo del Salento come meta turistica si deve principalmente allo splendore della sua costa ed alla bellezza del capoluogo Lecce, ma c’ è tanto altro da scoprire: tesori archeologici, naturalistici, paesaggistici ed enogastronomici sono diffusi capillarmente in tutta la penisola salentina. Un ottimo modo per scoprirli tutti è quello di mettersi lo zaino in spalla e partire all’ avventura, lungo itinerari da percorrere a piedi, in bici, in moto o in auto, che sono un percorso a tappe tra i piaceri della natura, del cibo, della cultura e della storia locale. Vediamone alcuni in questo e nei prossimi post sul nostro blog.

 

In un precedente articolo su questo blog avevamo già analizzato nel dettaglio il percorso Otranto – Santa Maria di Leuca, da percorrere in macchina facendo numerose soste per godere degli splendidi paesaggi, degli ottimi cibi e di tutto il patrimonio culturale di cui si può godere in Salento. Oggi vedremo cosa possono fare in zona gli appassionati di trekking.

Fare trekking nel Salento infatti è possibile e i percorsi da fare sono tanti ed interessanti sia dal punto di vista paesaggistico che da quello culturale, ovviamente non parliamo di pendenze o dislivelli a cui sono abituati gli appassionati di trekking che frequentano la montagna, ma parliamo di percorsi e camminate capaci di durare giornate intere e che permettono di unire la passione per l’ attività fisica con la possibilità di trascorrere anche qualche ora in spiaggia.

 

Il primo itinerario che consigliamo è quello di Porto Selvaggio: partiamo da Santa Caterina con una suggestiva salita fino a Torre dell'Alto, con la prima sosta alla grotta di Capelvenere; arrivati alla torre procediamo scendendo lungo le scalette in pietra che attraversano la pineta, fino a giungere alla piccola baia di Porto Selvaggio, qui è inevitabile un’ altra sosta per fare un bagno nelle acque cristalline della baia, prima di procedere ancora lungo la scogliera, fino a giungere nei pressi della grotta del Cavallo e la Baia di Uluzzo con la sua torre. Il percorso è lungo intorno ai 7 chilometri e non è troppo difficile, quindi se avete ancora energie sufficienti potete proseguire con una visita al comune di Nardò oppure con un suggestivo aperitivo al tramonto in uno de numerosi locali della zona.

 

La seconda proposta è un percorso di trekking lungo circa 13 chilometri, che inizia dal Porto di Otranto per giungere a Punta Palascia e da qui fare ritorno passando per la cava di bauxite dismessa.

Dal Porto di Otranto troviamo subito dei sentieri costieri, facilmente percorribili, da cui saremo subito in vista della Torre del Serpe, che raggiungiamo dopo una breve salita. Aggiriamo la torre e seguiamo il percorso verso la Baia dell’ Orte. Arriviamo nel cuore della baia, dove la costa degrada nel suo punto più basso e la natura si presenta ancora selvaggia e incontaminata. Godendo del contrasto tra le rocce nude e le macchie vegetative proseguiamo verso Punta Palascia. Da questo punto e fino all’arrivo al faro di punta Palascia il paesaggio toglie il fiato e nelle giornate limpide con vento da Nord si possono ammirare le montagne dell’Albania. Una volta al faro siamo geograficamente nel punto più ad Oriente d’Italia. Il luogo è anche conosciuto come Capo d’Otranto. Il vecchio faro, eretto nel 1897, recentemente è stato ristrutturato ed è diventato una meta ambita per turisti. Da qui si può infatti godere di un panorama spettacolare, con il faro che spicca in mezzo alle rocce e sovrasta l’infinita distesa cristallina del mare, nel punto in cui si incontrano mar Ionio e mar Adriatico. Una volta raggiunto il faro, per tornare a Otranto, si può raggiungere la strada provinciale che unisce Otranto a Santa Cesarea Terme. Percorriamo un sentiero a lato della strada e ritornando verso Otranto ci fermiamo presso la bellissima ex cava di bauxite.

 

 

Proseguendo ancora in direzione Nord giungiamo ad un incrocio con la strada SP358. Attraversiamo l’incrocio e percorriamo una stradina in discesa che in breve raggiunge la periferia di Otranto, Santa Maria dei Martiri. Proseguiamo scendendo fino ad un ponte in pietra da cui a destra si raggiunge la piccola cappella di Santa Maria del Passo, nei pressi del porto, dove termina il nostro percorso.

 

La terza escursione che consigliamo vi porterà alla scoperta dei Laghi Alimini e della Baia dei Turchi. L’itinerario si svolge tra le stradine e i sentieri dei Laghi Alimini, un sito naturale di alto interesse naturalistico per il territorio pugliese. I due laghi fungono da grande oasi per tantissime specie vegetali e animali. Il percorso ad anello prosegue verso la leggendaria Baia dei Turchi, dove secondo la tradizione gli ottomani sbarcarono per assediare la città di Otranto nel XV secolo. Questo percorso è lungo intorno ai 10 km, ma a differenza degli altri due non presenta alcuna pendenza, neppure minima, è perciò molto più rilassante e vi consigliamo di integrarlo con una visita ai numerosi agriturismi della zona, oppure con una passeggiata a cavallo nelle campagne circostanti o ancora, se la stagione lo consente, con un bagno in una delle numerose splendide cale che s’ incontrano in tutta la spiaggia adiacente ai due laghi.

 

Escursioni un po’ più brevi, meno sportive e più rilassanti, si possono eseguire nell’ entroterra, come ad esempio visitando il Parco Naturale La Mandra di Calimera. Ai bordi della strada che costeggia il parco si può ammirare uno splendido ed enorme esemplare di carrubo, la pineta che si estende per 90.000 mq è interamente visitabile ed all'interno sono stati realizzati dei percorsi e delle aree pic-nic con tavoli e panche. Dalle parti di Tricase invece si può visitare il locale bosco ed ammirare la celebre Quercia Vallonea, un magnifico esemplare di quercia che ha certamente più di 800 anni.

 


I migliori percorsi nel Salento: trekking, passeggiate, bici, moto o altro Primo itinerario: litoranea Otranto – Santa Maria di Leuca

Il recente successo del Salento come meta turistica si deve principalmente allo splendore della sua costa ed alla bellezza del capoluogo Lecce, ma c’ è tanto altro da scoprire: tesori archeologici, naturalistici, paesaggistici ed enogastronomici sono diffusi capillarmente in tutta la penisola salentina. Un ottimo modo per scoprirli tutti è quello di mettersi lo zaino in spalla e partire all’ avventura, lungo itinerari, da percorrere a piedi, in bici, in moto o in auto, che sono un percorso a tappe tra i piaceri della natura, del cibo, della cultura e della storia locale, vediamone alcuni in questo e nei prossimi post sul nostro blog.

 

Iniziamo il nostro viaggio in auto o in moto, sulla magnifica litoranea Otranto – Santa Maria di Leuca, senza dubbio uno dei più affascinanti tour del Salento, nonché una delle strade panoramiche più belle d'Italia. Mentre si costeggia l'Adriatico i gioielli della costa salentina si succedono uno dietro l'altro: da una parte le falesie a picco sul mare, le antiche torri di difesa, le grotte e le insenature, dall’ altra parte gli olivi secolari, i tipici muretti di pietra a secco, tanti piccoli municipi ricchi di storia e bellezze artistiche, con i loro bar affacciati sui centri storici, in cui fermarsi per rinfrescarsi con un pasticciotto ed un caffè in ghiaccio.

Si parte da Otranto, dopo aver visitato il centro cittadino e passeggiato sui bastioni, si prosegue verso Sud ed inoltrandosi nella vegetazione si può ammirare uno spettacolo inconsueto: un laghetto verde smeraldo in una cavità del terreno rosso intenso, circondato dal verde della vegetazione palustre, il risultato di una cava di bauxite dismessa in cui la natura ha creato magicamente un nuovo ecosistema. Pochi chilometri e ci attende un altro spettacolo, il Faro di Punta Palascia, il luogo più ad Est di tutta Italia, da cui si può ammirare un panorama da togliere il fiato. Continuando a guidare tenendoci sempre il mare sulla sinistra, continuiamo ad ammirare gli scorci sempre nuovi che la scogliera e la vegetazione creano ad ogni curva. Pochi chilometri ancora ed arriviamo a Porto Badisco, dove possiamo ammirare la baia (uno dei possibili primi approdi di Enea in Italia) e, se la stagione lo permette, concederci un imperdibile pranzo a base dei freschissimi ricci di mare. Dopo questa gustosa pausa pranzo si riparte, attraversiamo la graziosa Santa Cesarea Terme, che come suggerisce il nome, è anche un rinomato centro termale. Subito a ridosso di Santa Cesarea, troviamo la bellezza di Porto Miggiano, una caletta rocciosa con fondale sabbioso, posizionata in un'insenatura a picco sul mare, protetta da un’ antica torre di avvistamento, si tratta di una tra le più spettacolari spiagge della Puglia, riparata dai venti; il gioco naturale delle luci, dei colori e il mare turchese, la rendono il luogo ideale per fare snorkeling. Seguiamo ancora la strada e troviamo la suggestiva grotta Zinzulusa, creata in epoche preistoriche dall'erosione marina, è uno spettacolo di stalattiti e stalagmiti che si specchiano nell'acqua turchese all'interno di una maestosa cavità. Continuiamo attraversando Castro e da qui raggiungiamo la marina di Marittima, dove è presente un’altra bellissima insenatura, quella dell’ Acquaviva, così chiamata per via delle sorgenti di acqua fredda che sgorgano dalla roccia. Subito dopo c’è la marina di Andrano, con le imperdibili località balneari, quali la Grotta Verde, dopo ancora c’è la splendida Tricase Porto, luogo di villeggiatura fra i più suggestivi ed eleganti di tutta la costiera orientale pugliese.

Qui possiamo scegliere se continuare a costeggiare il mare o se concederci una deviazione verso l’ interno del territorio, dove ci sono tanti  comuni che sicuramente vale la pena di visitare, come ad esempio Specchia, immersa tra gli ulivi secolari, e recentemente inserita fra i borghi più belli d'Italia. Tra graziose viuzze e scalinate spiccano il cinquecentesco palazzo Risolo e la cattedrale del XV secolo in Piazza del Popolo; poco distanti il Palazzo Baronale, la Chiesa Bizantina di Santa Eufemia e quella dei Francescani Neri, ornata da pregevoli affreschi. Vale la pena concedersi anche una visita agli antichi frantoi ipogei del paese, restaurati e aperti al pubblico, dove spesso e volentieri si possono anche fare meritevoli degustazioni di prodotti locali.

Se invece abbiamo scelto di continuare lungo la costa, da Marina Serra partono gli ultimi chilometri di litoranea, fino alla fine della terra, nel mezzo il ponte del Ciolo, che domina un’insenatura fra le più amate e fotografate di tutta la costa salentina.

Il tempo di un ultimo sguardo all'incantevole costa del Salento e siamo arrivati a Santa Maria di Leuca: di fronte a noi non resta che il blu del mare.

Visitiamo il Santuario sul promontorio, l'altissimo faro, la cascata dell'acquedotto e le ville in stile eclettico, costruite dai nobili locali in una gara di lusso ed eccentricità. Il tempo di cenare e possiamo goderci la nottata sul movimentato lungomare.


Le masserie nel Salento

In tutta l’ Europa mediterranea, come anche in molte zone del Nord e del Sud America ed anche altrove nel mondo, vi sono dei grandi fabbricati rurali, conosciuti con vari nomi: hacienda, ranch, fattoria, baglio, la masia catalana o appunto la masseria, tipica del Sud Italia, di cui ci occuperemo in questo articolo.

 

Questi edifici avevano delle caratteristiche comuni: grandi spazi, la presenza di cortili interni, molto spesso adibiti a frutteto ed anche utilizzati come aia per il pollame, stalle e grossi spazi adibiti alla conservazione o alla produzione di cibo. Ovviamente non potevano mancare pozzi e cisterne e spesso vi erano strumenti e tecnologie via via più avanzate, come ad esempio i frantoi che erano in dotazione di molti di questi edifici nel Sud Italia. Pozzi e frantoi poi erano spesso messi a disposizione anche degli abitanti estranei alla masseria, che perciò diventava il più importante centro d’ incontro e socialità di tutte le zone limitrofe.

 

Dal XIV secolo in poi, dopo le prime importazioni in Europa di tabacco e con la sempre maggiore diffusione dei vari usi di questa pianta, su tutto il continente accanto alle masserie si diffusero ovviamente anche i tabacchifici, generalmente più piccoli nelle dimensioni e più elementari nella struttura, ma anch’ essi sopravvissuti all’ industrializzazione della produzione di tabacco e rinati come pregiate unità abitative. A Castrignano del Capo ad esempio si può ammirare l’ Antico Tabacchificio locale, risalente al XIX secolo, dalla posizione invidiabile, a metà strada tra il centro abitato e la splendida località balneare de “le Felloniche”, e dall’ architettura elegante ed in piena armonia con la campagna circostante, chiaro esempio di antico centro di produzione agricola destinato a diventare unità abitativa di valore assoluto.

 

Il fatto che più o meno in tutto il mondo si possono trovare edifici di questo tipo è dovuto alla loro origine comune, cioè le grandi proprietà terriere, conosciute da noi come “latifondi”, che per molti secoli sono state l’ unico modello di produzione agricola in tutto il mondo. Il grande proprietario, che spesso viveva nei pochi centri abitati esistenti all’ epoca, lontano dalle coltivazioni, concedeva ai contadini (nel nostro caso detti “massari”) la possibilità di vivere in questi edifici, che fungevano da centro finale di produzione e conservazione dei prodotti agricoli. A volte invece il proprietario abitava la masseria insieme ai contadini ed in questo caso l’ architettura dell’ edificio rifletteva la differenza di status dei suoi abitanti, con la famiglia proprietaria che abitava nei piani elevati o negli edifici centrali ed i contadini relegati ai piani inferiori o nelle strutture periferiche.

 

Dove le vicende storiche ed i conflitti che si sono susseguiti lo richiedevano, le masserie venivano fortificate e diventavano anche baluardi contro l’ invasione straniera; in Salento ad esempio, dopo l’ invasione turca del 1480, Re Carlo V decise di rafforzare la difesa del territorio, predisponendo la costruzione o la ristrutturazione di edifici già esistenti, dotandoli di torrioni per l’ avvistamento dei nemici e recinzioni fortificate. Nella penisola salentina dunque ve ne sono diverse, la Masseria Torre Casciani, la Masseria Melcarne e la Masseria Torcito, circondata da una ricchissima vegetazione e molto amata dalla cittadinanza locale per la possibilità di farvi escursioni e scampagnate, solo per citarne alcune.

 

Una nota a parte meritano le masserie in qualche modo collegate alla Chiesa Romana o ad antiche famiglie nobiliari ad essa legate, che erano affidate e venivano gestite dagli ordini monastici o cavallereschi, in queste ovviamente era sempre presente una piccola Cappella per attendere le quotidiane funzioni religiose che scandivano la giornata. Presso il Comune di Surbo sopravvive al degrado la splendida Masseria Schiavelle, di cui si può ancora ammirare la severa architettura a metà tra il residenziale ed il complesso militare.

 

Il modello di produzione basato sul latifondo è stato l’ unico conosciuto in tutto il mondo fino quasi al XX secolo, quando una progressiva democratizzazione della produzione agricola e quindi anche della società che vi ruotava attorno, insieme all’ evoluzione della produzione, della conservazione e della commercializzazione dei prodotti agricoli, ha spezzato e diviso i latifondi rendendo le masserie e le altre architetture simili ad esse obsolete ed inutili per la produzione agricola su larga scala; da questo momento il destino di queste strutture è cambiato, in alcuni casi esse sono state condannate ad una lenta rovina, all’ abbandono o alla riconversione in anonimi capannoni, ma per fortuna molto più spesso esse sono diventate abitazioni, via via considerate sempre più lussuose, e via via sempre più apprezzate e richieste. La trasformazione è stata spesso agevole, in quanto le masserie già dalla loro origine furono realizzate tenendo conto di un certo gusto estetico ed architettonico, grazie alla maestria di artigiani e muratori che lavoravano la pietra, il carparo o il tufo. Si trattava molto spesso di edifici realizzati in un’ottica di funzionalità, per rendere meno dura la vita tra i campi e quindi per alleggerire la fatica dei coloni, offrire soluzioni pratiche e garantire la massima fruibilità degli ambienti, rispettando un certo equilibrio tra uomo e natura, tra il manufatto e il territorio, ma a queste esigenze di equilibrio e funzionalità il gusto estetico dei maestri dell’ epoca aggiungeva sempre qualcosa, come ad esempio della facciate la cui solennità può ricordare una Chiesa più che una comune abitazione. Molti esempi di tale preziosa architettura si possono osservare in giro per le campagne del Salento, vi segnaliamo ad esempio la Masseria Santa Barbara, che vi consigliamo di ammirare in occasione della vostra prossima visita presso la cittadina di Otranto.

 


L’ eredità dell’ eclettismo architettonico in Salento: i palazzi moreschi

In architettura viene definita “eclettismo” una corrente che mira alla mescolanza dei migliori stilemi presenti nei diversi movimenti architettonici. Il movimento nacque in Inghilterra nel 1700, poi nel secolo successivo si diffuse ampiamente nel resto d’ Europa, giungendo infine anche nel Sud Italia. Nella sua fase iniziale l’ eclettismo architettonico europeo attingeva le proprie idee da epoche storiche diverse, con la nascita quindi dell’ architettura neogreca, seguita da quella neorinascimentale e poi da quella neobarocca, ma con il passare degli anni gli interpreti dell’ eclettismo cercarono la loro ispirazione non altrove nel tempo ma nello spazio, nelle architetture di luoghi lontani ed esotici, ecco quindi l’ architettura neomoresca e quella neoegizia, ma non mancarono anche influenze cinesi ed indiane.

Quello che guarderemo più da vicino è lo stile neomoresco, che ha lasciato delle splendide tracce nella penisola salentina, ma che arrivò in Occidente in primis in Francia, a seguito della spedizione di Napoleone in Egitto del 1798, e si sviluppò in seguito in Inghilterra e in altri paesi europei, anche per via del colonialismo in Oriente. Tra gli elementi più distintivi dell'architettura moresca notiamo la presenza di cupole circolari, generalmente sormontate da una guglia appuntita, l'uso di colori vivaci e una quantità elevata di motivi decorativi intricati.

Uno dei più fulgidi esempi di questo stile in Salento è senza dubbio Villa Sticchi a Santa Cesarea Terme, una splendida costruzione incastonata in uno degli angoli più belli dell’ intera costa sud dell’ Adriatico, maestosa ed immediatamente riconoscibile anche da molto lontano, per ragioni funzionali oltre che estetiche: l’ imponente pagoda centrale infatti, che ne rende così inconfondibile il profilo, al tempo fu progettata anche per riflettere la luce del sole e diventare un faro per le navi in navigazione a largo delle coste.  Questa residenza privata può essere considerata una vera e propria icona del territorio locale, fu terminata nell’ anno 1894 sull’ ambizioso progetto dell’ Ingegnere Giuseppe Ruggeri, che firmò molte altre residenze moresche sulle due coste salentine, tra cui quella che occupò come propria residenza a Leuca, ovvero villa La Meridiana, a pianta ottagonale ed anch’ essa dall’ esterno inconfondibile per via delle sue vivaci fasce parallele rosse e gialle.

Un altro caso molto interessante è quello delle “Ville eclettiche delle Cenate”, che prendono il loro nome dalla località in cui sono state costruite, le Cenate appunto. Queste ville signorili furono progettate e costruite tra la fine del secolo XIX e l’inizio del successivo, in pieno “periodo eclettista” e le possiamo ammirare sulle strade che da Nardò conducono alle marine di Santa Maria al Bagno e Santa Caterina. Camminando o pedalando in bicicletta per queste strade di campagna all’improvviso, in mezzo ai caratteristici olivi, appaiono queste preziose ville barocche, in stile liberty oppure anche qui in stile neomoresco, come nel caso delle bellissime Villa Saetta (ora De Michele) e Villa Cristina dei Personè (ora De Benedittis).

Questa voglia di sperimentare ed arricchire il paesaggio locale con motivi e forme esotiche non si limitò alla costa ma prese piede anche presso la città di Lecce, solo che mentre per le residenze estive ci si poteva sbizzarrire molto nelle decorazioni, soprattutto con i colori, in città l’eclettismo assumeva toni meno pronunciati. A Lecce comunque si trovano alcuni esemplari di ville ottocentesche frutto dell’ eclettismo architettonico del periodo, quasi tutte lungo i viali creati a fine Ottocento al posto delle mura cinquecentesche appena demolite.  Interessante per la varietà dei caratteri architettonici è Villa Bray, in stile neomoresco, con una scritta in caratteri arabi sotto il cornicione, decorata con fasce gialle e rosse orizzontali: al primo piano le finestre hanno archi a ferro di cavallo, al secondo gli archi sono bizantini, sulla cancellata a sesto acuto. Anche Villa Indraccolo presenta decorazioni di gusto orientale. Un altro esempio di eclettismo declinato secondo il gusto locale è Villa Himera, i cui fregi sono intagliati nella pietra leccese.