Il Carnevale in Salento: Storia, Maschere e Tradizioni tra Sacro e Profano
Il Carnevale è una delle feste più sentite in Salento, una celebrazione ricca di storia, tradizioni e personaggi simbolici che raccontano il legame profondo tra cultura popolare e territorio. Dalle sfilate allegoriche ai riti di passaggio legati alla Quaresima, il Carnevale salentino è un mix di allegria, satira e tradizione, con maschere uniche. Ma non solo: questa festa si intreccia anche con l’architettura e il paesaggio salentino, creando un connubio affascinante tra la teatralità barocca e l’anima della comunità locale.
Le Origini del Carnevale Salentino
Le radici del Carnevale in Salento affondano nelle antiche celebrazioni pagane legate ai cicli della natura e alla fertilità. Durante l’epoca romana, i Saturnali concedevano ai cittadini giorni di festa e sovvertimento delle regole sociali, una tradizione che, con l’avvento del Cristianesimo, si è trasformata nel Carnevale, periodo di abbondanza prima della penitenza quaresimale.
Nel corso del tempo, il Carnevale ha assunto sfumature uniche nel territorio salentino, sviluppando personaggi iconici e rituali che ancora oggi sopravvivono nelle feste popolari di numerosi borghi e città.
Le Maschere Tipiche del Carnevale Salentino
Il Purgianella: La Maschera di Castrignano del Capo
Il Purgianella è la maschera, figlia del personaggio classico di Pulcinella, che rappresenta il Carnevale di Castrignano del Capo (LE), nonché l’identità storica degli abitanti locali.
Indossa dei calzoni lunghi e un ampio camicione bianco stretto alla vita per trattenere al di sotto dei coriandoli, un tempo sostituiti dalla crusca, simbolo di fertilità e abbondanza. Della stessa valenza semiotica sono i limoni che i purgianelli portano gelosamente con sé.
La vera caratteristica della maschera è il suo incantevole copricapo a cono, costruito con le canne e addobbato con pennacchi e centinaia di nastrini di carta colorata, creando una variopinta criniera al vento che ricorda l’apertura alare dei pavoni, gesto tipico di corteggiamento. Alla sua estremità, il copricapo ha tre pumi portafortuna, richiamo ancora dell’amore.
A completare l’abito sono gli scialli sulle spalle, di diversa fantasia ma sempre molto curati, e una mascherina nera in volto. Talvolta presentano bandane al collo o fazzoletti alla vita.
Il Purgianella va a “caccia” delle dolci fanciulle, attirandole con l’agrume e inondandole di coriandoli o, in passato, di crusca. Più che corteggiate, le ragazze venivano spaventate, da qui il detto locale: «ci vide lu Purgianella cu sse chiude e cu sse ’nserra» ("Chi vede il Purgianella si chiude e si barrica dentro").
Lu Paolinu: La Morte de lu Paulinu
A Martignano e nella Grecìa Salentina, il Carnevale si chiude con "La Morte de lu Paulinu" (La Morte di Paolino), un rito che rappresenta il passaggio dalla baldoria alla penitenza
quaresimale. Lu Paulinu "Cazzasassi" (Paolino Schiacciasassi) è il fantoccio che impersona il Carnevale stesso, celebrato con un corteo funebre teatrale in cui attori locali inscenano una tragicomica commedia. Il corteo attraversa le strade del paese accompagnato da una banda musicale sconquassata e si ferma davanti alle case più in vista e nei negozi, che offrono cibo e vino.
A mezzogiorno si svolge il tradizionale "consulu", un banchetto pubblico gratuito in Piazza della Repubblica, a base di trippa, patate e vino, in onore della vedova inconsolabile Nina Sconza e di tutti coloro che partecipano al lutto di Paulinu. La serata si conclude con il rogo del fantoccio e la collocazione della "Quaremma", simbolo dell’inizio del periodo di penitenza.
La Caremma: Il Simbolo della Quaresima

Caremma è uno dei personaggi più simbolici e affascinanti del Carnevale salentino, incarnando un legame profondo con le tradizioni religiose e popolari della regione. Questa figura, una vecchia vestita di nero con un fuso in mano, rappresenta la Quaresima, quel periodo di digiuno e penitenza che segue il Carnevale, segnando il passaggio dall'esuberanza delle feste alla sobrietà dei 40 giorni di preparazione alla Pasqua.
Il suo aspetto è volutamente austero e severo, per rispecchiare il significato di sacrificio e rinuncia che la Quaresima porta con sé. Caremma non è solo una figura di transizione, ma anche un simbolo di una ritualità antica, che segna la fine di un ciclo di abbondanza e libertà, per dare spazio a un tempo di riflessione e austerità. Nella tradizione popolare salentina, Caremma fungeva anche da "calendario vivente" per il periodo quaresimale. Con un fuso in mano, strappava una penna o una parte di un simbolo ogni settimana che passava, un gesto che segnava il tempo e ricordava a chi la osservava il percorso di purificazione e attesa che stava per affrontare. Ogni settimana di privazione veniva "archiviata" in questo modo, conferendo a Caremma una funzione quasi educativa, che insegnava la pazienza e la disciplina.
La figura di Caremma, dunque, è più di una semplice maschera carnevalesca: essa incarna un equilibrio tra il profano e il sacro, tra la festa e il momento di riflessione, un simbolo della dualità che attraversa il Carnevale salentino, dove il divertimento e la gioia lasciano spazio alla serenità del digiuno e della penitenza, segnando un passaggio imprescindibile verso la Pasqua. La sua presenza nelle celebrazioni carnascialesche diventa un monito di come, anche nei momenti di festa, ci sia un ciclo da rispettare, una tradizione da onorare, che porta con sé un significato profondo e di grande valore simbolico per la comunità.
Le Tradizioni e i Riti del Carnevale Salentino
Oltre alle maschere, il Carnevale salentino è caratterizzato da riti e usanze che riflettono l'identità culturale del territorio:
- I Carri Allegorici: Città come Gallipoli, Galatina e Corsano ospitano sfilate di carri realizzati artigianalmente, spesso con figure satiriche ispirate all’attualità.
- Le Serenate Carnevalesche: In alcuni paesi, il Carnevale è accompagnato da canti popolari e danze tradizionali, in particolare la pizzica.
- Il Rogo del Fantoccio: In molte località salentine, il Carnevale si conclude con il rogo di un pupazzo di paglia, che simboleggia l’addio alla festa e l’ingresso nella Quaresima.
Il Legame tra il Carnevale e l’Architettura Salentina
L’architettura del Salento è strettamente connessa allo spirito carnevalesco, soprattutto nelle città barocche come Lecce e Nardò. Il Barocco leccese, con le sue decorazioni elaborate, gli eccessi scenografici e la teatralità delle sue facciate, rispecchia lo spirito esuberante del Carnevale, in cui tutto diventa spettacolo e messa in scena.
Le piazze storiche, cuore della vita comunitaria, si trasformano in palcoscenici a cielo aperto durante il Carnevale, dove maschere, attori e spettatori si mescolano in un gioco collettivo di festa e riflessione.
Le masserie salentine, un tempo centri della vita contadina, hanno ospitato per secoli festeggiamenti più intimi e rituali legati ai cicli agricoli, facendo del Carnevale un momento di passaggio tra l’inverno e la primavera.
Conclusione
Il Carnevale in Salento non è solo una festa, ma un rituale collettivo che racconta la storia, la cultura e le trasformazioni del territorio. Attraverso figure come Caremma, Paolinu e Purgianella, questa tradizione continua a vivere, intrecciando satira, spiritualità e divertimento. Se vuoi immergerti nell’autentica atmosfera del Salento, il Carnevale è il momento perfetto per scoprire le sue maschere, le sue usanze e il fascino della sua architettura senza tempo.
Frutti d’Oro e Pietra Bianca: Gli Agrumi nell’Estetica e nella Storia del Salento
Un dono divino: il mito greco degli agrumi
Secondo la mitologia greca, quando Giunone si unì in matrimonio con Giove, gli donò in dote alcuni alberelli che producevano splendidi frutti d’oro, arance e limoni, simboli eterni di amore e fertilità. Questo significato simbolico perdura ancora oggi, come dimostra la tradizione di utilizzare i fiori di zagara nei bouquet nuziali.
Giove considerò quei doni così preziosi da custodirli gelosamente in un magnifico giardino, situato in una regione remota del mondo conosciuto all'epoca, ai piedi del Monte Atlante. Per proteggere queste piante leggendarie, incaricò le Esperidi, giovani fanciulle dal canto melodioso, assistite nella loro missione dal drago Ladone.
Nonostante queste precauzioni, Giove non riuscì a impedirne il furto. Durante la sua undicesima fatica, Ercole riuscì a impossessarsi degli alberi dopo un’estenuante lotta che vide soccombere Ladone. Da quel momento, gli agrumi divennero accessibili anche agli esseri umani, mantenendo comunque il loro legame con la divinità attraverso il termine greco esperidio, utilizzato in botanica per indicare il frutto degli agrumi.
Dall'Asia al Mediterraneo: il lungo viaggio degli agrumi
La coltivazione degli agrumi iniziò nella loro regione di origine, l’Asia orientale, intorno al 2400 a.C. Il loro percorso verso il Mediterraneo fu lento e progressivo, passando attraverso l’India e il Medio Oriente. Tuttavia, sembra che i Romani conoscessero solo il cedro e il limone, come testimoniato da affreschi e mosaici dell’epoca. Fu solo intorno al VII secolo che gli Arabi introdussero in Sicilia l’arancio amaro, conosciuto anche come melangolo.
Sebbene molte fonti autorevoli attribuiscano agli Arabi anche l’introduzione dell’arancio dolce, non esistono prove storiche o letterarie a sostegno di questa tesi. Di conseguenza, diversi studiosi ritengono che i Portoghesi siano stati responsabili della sua diffusione, coincidente con l’inizio della loro espansione coloniale nel 1415. Una testimonianza a sostegno di questa ipotesi si trova nel diario della prima missione orientale di Vasco de Gama, in cui viene descritto l’incontro con arance dolci: "sonvi melancie assai, ma tutte dolci...". È probabile che i Portoghesi abbiano scoperto questi frutti in Oriente e li abbiano introdotti in Europa. Ulteriore conferma è il fatto che l’arancio dolce sia stato chiamato Portogallo, un nome che persiste in diversi dialetti meridionali, come quelli calabresi e salentini (portagallu).
Gli agrumi nel Salento: diffusione e importanza 
Gli agrumi, come arance, limoni e cedri, non sono originari del Salento. Furono introdotti nell'area mediterranea grazie agli scambi commerciali con l'Oriente, probabilmente dai Fenici e successivamente dagli Arabi. Durante il Medioevo e il Rinascimento, queste colture si diffusero nel Salento, grazie al clima mite e al terreno fertile che favoriscono la loro crescita rigogliosa.
I giardini di agrumi divennero parte integrante della cultura agricola locale, e ancora oggi è possibile trovare aranceti e limoneti che adornano le campagne salentine, specie nelle zone più umide e riparate dai venti.
Il simbolismo degli agrumi: tra religione e leggende
Nel corso dei secoli, gli agrumi hanno acquisito un ruolo importante non solo dal punto di vista economico, ma anche simbolico.
Anticamente, e soprattutto nel periodo Medievale, l’arancia è simbolo d’amore: da donare, ricevere, scambiare. In ambito cristiano, insieme al cedro e al limone, l’arancia simboleggiava la santissima Trinità: i tre agrumi, distinti nella forma, sono unici nella sostanza. Limoni e aranci venivano piantati nel giardino di casa come nei portici delle chiese, simboleggiando gli antenati e le anime nei corpi mortali. Secondo una diffusa leggenda, che si ricollega al passaggio di San Francesco in Salento, anche a Lecce, nell’oratorio accanto alla chiesa e convento francescano, il serafico padre piantò un albero d’arancio. Accadde pure che un giorno san Francesco, non riuscendo a sfamare i suoi compagni, chiese la carità a un devoto il quale, profondamente mortificato per non aver nulla da offrirgli, chiuse la porta. Per nulla turbato, san Francesco bussò una seconda volta, ma ottenne la stessa risposta. Riprovò una terza volta e l’uomo, a disagio per non poter accontentare il questuante, gli disse che in casa non aveva neppure un briciolo di pane. Anzi, proprio in quell’anno, pure l’unico albero di arancio che possedeva in giardino non aveva dato frutto. San Francesco chiese di essere accompagnato vicino a quell’albero e fu immenso lo stupore del padrone di casa quando vide che la sterile pianta era cresciuta rigogliosamente e aveva un grande carico di frutti meravigliosi.
Agrumi e arte nel Barocco Salentino
Durante il periodo barocco, il Salento visse un'epoca di grande fermento artistico e culturale, e gli agrumi venivano considerati simboli di purezza, abbondanza e prosperità. Spesso venivano scambiati come doni preziosi o utilizzati in eventi religiosi e cerimonie.
Gli agrumi venivano anche impiegati in ambito medico e cosmetico, grazie alle loro proprietà benefiche. I commercianti locali esportavano questi frutti verso altri territori, contribuendo a consolidare l'immagine del Salento come terra ricca di risorse naturali.
La cultura degli agrumi è visibile anche nell'arte e nell'architettura del Salento. Durante il periodo barocco, gli artisti e gli architetti locali iniziarono a utilizzare decorazioni ispirate agli agrumi nelle loro opere. Facciate di chiese e palazzi, affreschi e dettagli scultorei spesso includono motivi che richiamano i frutti d'oro, simbolo di luce divina e perfezione.
Un esempio significativo è la Chiesa di Santa Croce a Lecce, capolavoro del barocco leccese. Le intricate decorazioni della facciata includono motivi floreali e naturali che richiamano la fertilità della terra salentina, tra cui spiccano dettagli che potrebbero essere ispirati agli agrumi.
Anche nei giardini storici delle ville nobiliari, gli agrumi giocano un ruolo estetico e simbolico. Gli "agrumeti recintati", chiamati "giardini segreti", erano spazi protetti dove gli aristocratici coltivavano agrumi non solo per il loro valore alimentare, ma anche per il piacere estetico e olfattivo.
Agrumi e magia popolare: le macàre e le fatture
Ancora oggi in Salento si può sentire parlare di macàre e macarìe, e specialmente nella zona della Grecìa salentina, da Soleto a Sternatia a Zollino. Storie, saghe, canti, filastrocche: sulle macàre (o “figlie della notte” come le chiamò poeticamente Petronio) c’è un’ampia letteratura, che parla di streghe e delle loro scorribande. La loro specializzazione sono le macarìe, le fatture.
La più semplice e diffusa è quella per ritrovare l’amore perduto, e la protagonista principale è proprio un’arancia. Era necessario procurarsi una ciocca di capelli dell’amato (o dell’amata) e un’arancia (simbolo del mondo). Con la cera di una candela accesa, bisognava praticare un foro al centro del frutto e inserirvi la ciocca di capelli. A questo punto, si doveva avvolgere l’arancia con uno spago e, dopo avervi fatto un nodo ben stretto, appenderla a un bastone di legno. Infine, bisognava conficcare aghi o spilli nella buccia, pronunciando a ogni puntura gli opportuni scongiuri e le rituali formule magiche. Dopodiché, l’arancia andava custodita sotto il materasso: sarebbe diventata un potente talismano, capace di far tornare in poco tempo l’amato (o l’amata), legandolo a chi aveva eseguito il rito… proprio come lo spago stretto attorno all’arancia.
Il gioco dei "puni": quando le arance diventavano passatempo
Una buca al centro, altre cinque intorno. Ci si posizionava a 4-5 metri di distanza e si lanciava un’arancia “rizza” (amara, il melangolo). Se l’arancia si fermava in una delle buche laterali, si vinceva la propria puntata; invece, chi riusciva a farla entrare in quella centrale prendeva l’intero montepremi.
Questo è l’antichissimo gioco dei “puni”, il cui nome, nelle isole linguistiche dei vecchi di Terra d’Otranto, significa “buco” o “buca”.
A Montesardo, nel Leccese, si è giocato ai puni fino a pochi anni fa, finché i vecchi giocatori non sono venuti meno. Le partite si svolgevano nei pomeriggi primaverili ed estivi, nelle belle giornate, e il campo da gioco improvvisato si trovava all’ombra della Cappella della Madonna Immacolata. Partecipavano giocatori provenienti da tutti i paesi vicini.
Oggi, nella vicina Corsano, l’Associazione “Idee a Sud-Est” organizza da nove anni il Campionato dei Puni, che quest’anno è stato aperto anche alle donne. Un gioco antico, recuperato e destinato a essere tramandato alle nuove generazioni.
Gli agrumi oggi: un'eredità ancora viva
Oggi, il legame tra il Salento e gli agrumi continua a essere forte. Molte aziende agricole locali hanno riscoperto le varietà antiche di agrumi, coltivandole con metodi biologici e sostenibili. Prodotti come marmellate, liquori (come il limoncello) e oli essenziali vengono esportati in tutto il mondo, portando un pezzo di Salento sulle tavole internazionali. In Salento, il clima mite rende questa terra ideale per la coltivazione degli agrumi. Questi alberi sono tra i più comuni nei giardini urbani e nelle aree rurali, ma è soprattutto ad Alezio e nell’interland gallipolino che la loro coltura ha raggiunto un alto livello di specializzazione. Qui, si coltivano diverse varietà di arancio dolce con maturazioni scalari, in modo da soddisfare le esigenze provinciali per un lungo periodo dell’anno. Oltre alle varietà più comuni, come l’Arancio Biondo Comune, il Sanguinello e il Tarocco, si trovano cultivar meno conosciute e numerose varietà di mandarini, limoni e agrumi rari.
Conclusione: un legame tra natura, storia e cultura
Il Salento e gli agrumi condividono una storia ricca e affascinante, che unisce natura, tradizione e arte. Questo legame non è solo una testimonianza del passato, ma anche una fonte di ispirazione per il presente e il futuro. Passeggiare tra gli agrumeti salentini o ammirare i dettagli artistici che celebrano questi frutti è un modo per scoprire l'anima profonda di questa terra unica e generosa
Halloween e le Antiche Tradizioni del Salento
Halloween è una festa che trae origine dalle tradizioni celtiche, ma alcune delle sue usanze si sono radicate nel Sud Italia durante la lunga dominazione normanna. Cosa lega Halloween al Salento? Sebbene questa ricorrenza dalle atmosfere spaventose nasca dalle lontane tradizioni dei Celti, non tutti sanno che nel Salento e nel Sud Italia esistono rituali simili, influenzati anche dal periodo normanno e da antiche tradizioni cristiane intrecciate con riti pagani.
Per i Celti, infatti, la notte del 31 ottobre segnava la fine dell'anno e il momento in cui Samhain, Signore della Morte e dell’Inverno, radunava le anime dei defunti, che per un breve tempo si univano al mondo dei vivi. Per evitare che spiriti malvagi potessero entrare nei corpi dei viventi, gli abitanti dei villaggi spegnevano i fuochi nelle loro case, riaccendendoli poi al calar della notte per bruciare offerte e compiere incantesimi protettivi. Per tre giorni, i Celti indossavano pelli di animali per scacciare gli spiriti indesiderati, una pratica che ha influenzato l’usanza moderna dei travestimenti.
Anche gli antenati del Salento e del Sud Italia partecipavano a rituali in onore dei defunti dal 31 ottobre al 2 novembre. In alcune zone del Sud Italia, ancora oggi si preparano doni e dolci per i bambini, raccontando loro che sono stati lasciati dai parenti defunti; in altre si apparecchia la tavola per una cena a cui si crede partecipino le anime dei cari scomparsi. In altri luoghi, si accendono falò di rami di ginestra nelle piazze, e gli avanzi delle cene vengono lasciati all’aperto per i defunti. 
Anche l’uso della zucca svuotata e illuminata, simbolo di Halloween, è una pratica che ha radici italiane. Ma perché oggi questa tradizione è maggiormente legata all’America? La risposta è semplice: gli Stati Uniti sono popolati in buona parte da discendenti di europei, e la forte emigrazione dal Sud Italia nei secoli scorsi ha portato molte di queste usanze oltreoceano. Tradizioni come il “dolcetto o scherzetto” sono legate al Sud Italia, e probabilmente si sono consolidate in America perché gli immigrati, trovandosi in una società protestante, sentivano il bisogno di mantenere vive le loro antiche tradizioni
cattoliche e pagane.
Il Salento ha una tradizione antica di celebrazioni legate ai defunti che, in certi borghi, ricordano molto i riti di Halloween.
In borghi come Miggiano, Supersano e Presicce era comune preparare banchetti per le anime, come segno di ospitalità. Le persone lasciavano fuori dalle porte o sui tavoli dolci tipici come il grano cotto e i biscotti ossa dei morti per accogliere i propri cari defunti. Anche i bambini ricevevano dolci in dono.
Oggi in alcuni borghi, come Zollino, le tradizioni per la Notte dei Morti sono ancora molto sentite. Le famiglie preparano tavole imbandite in casa con candele accese, cibo e bevande per dare il benvenuto ai defunti. Questa pratica non solo ricorda i cari scomparsi, ma simboleggia anche l’accoglienza delle loro anime. Sempre in questo periodo, una processione si dirige verso il cimitero del paese, dove si accendono candele per illuminare il cammino delle anime.
A Martano, un’altra tradizione viva è quella degli altari domestici in memoria dei defunti, accompagnata da momenti di riflessione e pasti in famiglia con piatti tipici come il grano bollito e i fichi secchi. Le luci e le candele decorative, che adornano le case e le strade, richiamano le moderne zucche illuminate di Halloween.
A Specchia, uno dei borghi più antichi e suggestivi del Salento, le donne preparano ancora i pupurati, biscotti speziati da offrire ai bambini come simbolo della continuità tra le generazioni. Anticamente, qui si accendevano falò per allontanare gli spiriti maligni e proteggere i raccolti, un modo per onorare i defunti e mantenere un legame con il mondo spirituale.
Le tradizioni salentine legate ai morti si intrecciano in modo unico con i festeggiamenti che oggi associamo a Halloween. Sebbene la festa di Halloween abbia avuto una diversa evoluzione altrove, in Salento le celebrazioni del 1° e 2 novembre continuano a tramandare rituali che uniscono il mondo dei vivi a quello dei defunti, in una notte vissuta come un momento di riflessione, rispetto e memoria.
Uno dei luoghi più adatti a ospitare leggende di streghe e spiriti misteriosi in Salento è l’area tra Giuggianello, Giurdignano e Minervino di Lecce, dove si trovano antichi "monumenti naturali" che il tempo non ha cancellato e che vivono ancora nella memoria collettiva.
Questo territorio, paragonato alla famosa Stonehenge per la presenza di dolmen, menhir e pietre sacre, è carico di suggestioni e racconti che ruotano attorno a ninfe, anziane streghe e folletti noti come "scazzamurieddhi." Le campagne locali, con un patrimonio inestimabile, sono state fonte d’ispirazione per storie fantastiche e fiabe tramandate da generazioni.
I Massi della Vecchia, ad esempio, erano la dimora di una strega, detta "la striara," che al calar del sole lanciava incantesimi contro chi osava profanare quel luogo sacro. Chiunque la fissasse era costretto a saltare senza sosta, come narra una vecchia nenia: “Zzumpa pisara cu la camisa te notte…” (“Salta strega con la camicia da notte”), cui risponde la vittima, “se scappu de stu chiaccu nu nci essu chiui de notte...” (se scappo da questo guaio non esco più di notte").
In un’altra versione della leggenda, aiutata da un orco o dal marito, la strega trasformava in pietra chi non sapeva rispondere alle sue domande. Molti caddero nella sua trappola attratti dalla promessa di una gallina dalle uova d’oro, così oggi la zona è disseminata di rocce.
In questa stessa area si racconta di una sfida tra giovani e fate. Un tempo i contadini proibivano ai loro figli di recarsi tra i grandi massi, raccontando che lì apparivano le "fate," creature bellissime ma pericolose.
Anche a Uggiano circolano storie di streghe che, durante il sabba, si riunivano intorno a un "noce del mulino a vento." Si dice che una locandiera del paese, durante una notte di luna piena, lasciò il marito per unirsi a loro. Quando l’uomo si accorse che cibo e vino scarseggiavano, conoscendo il segreto della moglie, si recò al luogo dell'incontro ma sbagliò formula e venne sollevato in aria a testa in giù. La moglie lo salvò pronunciando una formula che lo fece cadere, ma da allora quell’albero è rimasto "segreto" per evitare sfortune. Si dice che si trovi vicino a un antico frantoio ipogeo, ma nessuno è mai riuscito a indicare con precisione la posizione
A Soleto, invece, si racconta che la Guglia degli Orsini del Balzo, una torre affascinante e decorata con figure mostruose, fu costruita in una sola notte da Matteo Tafuri, celebre filosofo ed esoterista. Per l'impresa, si narra, evocò streghe e spiriti, ma all'alba, alcuni di loro, sorpresi dal canto del gallo, rimasero pietrificati nella torre.
Pochi forse sanno che anche a Tricase la cosiddetta Chiesa Nuova (o Chiesa dei Diavoli), fu opera del Maligno, il quale la eresse in una sola notatta, dopo aver stretto un patto con il cosiddetto
"Principe Vecchio", che la tradizione popolare identificava in messer Jacopo Francesco Arborio Gattinara, marchese di San Martino, personaggio realmente esistito. Secondo la leggenda i fatti si svolsero in questo modo: intorno alla fine del XVII secolo messer Jacopo decise di favorire i numerosi contadini che lavoravano e vivevano nelle campagne (e volevano scacciare le Malobre, ossia gli spiriti maligni), costruendo fuori Tricase, sulla via verso il mare, una nuova chiesa, storicamente ultimata nel 1685, a pianta ottagonale, e dedicata alla Madonna doi Costantinopoli. A tale scopo - attraverso il fatato "Libro del Comando" - pensò bene di evocare il Diavolo in persona, peraltro con il segreto intento di prendersi beffe di lui. La sfida proposta dal nobile di Tricase fu accolta dal Diavolo, a condizione però che, nella stessa chiesa, a offesa e scherno di Dio, il Principe vecchio avesse poi offerto l'ostia consacrata ad un caprone, simbolo di Satana. Per tale impegno, in aggiunta, il Signore delle tenebre avrebbe lasciato nella Chiesa Nuova un forziere pieno di monete d'oro. Sancito il patto, ed eretta la chiesa, la mattina del giorno dopo il Diavolo ricordò la promesa al Principe vecchio, il quale negò di avergliela mai fatta. Sentendosi beffato il Diavolo sfogò la sua collera aprendo nei pressi della chiesa un canalone d'acqua (chiamato dai tricasini Canale del Rio) e gettandovi all'interno le campane della chiesa, che ancora oggi, nei giorni di tempesta, sembra facciano sentire, risalenti da sottoterra, i loro cupi rintocchi. E il forziere con le monete d'oro? Il Principe vecchio ebbe modo di trovarlo ed aprirlo, ma dentro pare che vi si trovassero delle insignificanti monete di metall vile o addirittura dei sassi.
Infine, la Grotta delle Striare a Santa Cesarea Terme, situata lungo la scogliera tra il Porto di Castro e Porto Miggiano, è una grotta dall'atmosfera inquietante. La leggenda vuole che le streghe si riunissero lì per danzare e creare pozioni. Chi si avventura nella grotta parla di odori pungenti e di rocce scolpite a forma di mani femminili con unghie affusolate, simili a quelle di una strega, che risaltano soprattutto al tramonto con i vapori sulfurei che sembrano provenire da calderoni incantati.
Halloween, pur avendo radici celtiche, trova nelle usanze salentine e del Sud Italia una sorprendente affinità, mostrando come le credenze sui defunti e i rituali di passaggio siano diffuse e abbiano resistito, in diverse forme, per millenni. Una tradizione che, in queste terre, continua a prosperare, mantenendosi distante dalla commercializzazione e rimanendo fedele a una cultura che celebra questo mondo con rispetto e reverenza.





