Il barocco leccese: gli uomini ed i monumenti
In un precedente articolo su questo blog abbiamo già analizzato le origini storiche del barocco leccese, elencando alcuni eventi e circostanze che ne favorirono la nascita e lo sviluppo, dalla presenza spagnola nel Regno di Napoli alla fine della minaccia portata dall’ Impero Ottomano fino al Concilio di Trento ed alla vasta disponibilità della pregiata pietra leccese; ognuna di queste circostanze ha avuto un peso significativo nello sviluppo delle architetture che hanno ridefinito il panorama della città leccese dalla metà del Cinquecento a quella del Settecento, ma accanto alle circostanze favorevoli ed agli eventi storici, il barocco leccese deve la sua fortuna anche alla visione, alla perseveranza ed all’ impegno di alcuni personaggi storici del capoluogo salentino, quali il vescovo Luigi Pappacoda o gli architetti Giuseppe Zimbalo e Giuseppe Cino.
Luigi Pappacoda nel Giugno del 1639 fu chiamato a reggere la diocesi di Lecce e ne rimase vescovo fino alla sua morte, avvenuta nel 1670. Tenne due sinodi diocesani nella città nel 1647 e nel 1663 e nel 1658 approvò l'elezione dei santi Oronzo, Fortunato e Giusto a patroni di Lecce, restaurandone l’ antico culto. Nel 1659 pose la prima pietra per la costruzione della nuova cattedrale e commissionò numerose altre opere all'architetto e scultore Giuseppe Zimbalo. Alla sua morte fu sepolto nel Duomo di Lecce, nel sepolcro presso l'altare di S. Oronzo.
Come abbiamo visto alla figura del vescovo Luigi Pappacoda è legata quella dello scultore ed architetto Giuseppe Zimbalo, detto “lo Zingarello” (il soprannome altro non è se non l'italianizzazione del termine dialettale "Zimbarieddhu" ovvero il piccolo Zimbalo, probabilmente per distinguerlo dal padre Sigismondo, anch’ egli artista della pietra) fu l' architetto più famoso e imitato del barocco leccese. Nel capoluogo salentino l' artista realizzò la facciata inferiore del Convento dei Celestini, il Duomo, la colonna di Sant' Oronzo e la Chiesa del Rosario.
Per quanto riguarda l’ architetto e scultore Giuseppe Cino, egli lavorò nel capoluogo salentino a partire dalla metà del Seicento, continuando la ricerca stilistica di Giuseppe Zimbalo, di cui ad esempio terminò l’ edificazione del Palazzo dei Celestini. Al Cino si devono anche la costruzione della splendida Chiesa di Santa Chiara, la Chiesa delle Alcantarine e la chiesa del Carmine, sulle quali lavorò fino alla sua morte. Progettò anche il Seminario su commissione di Antonio Pignatelli, all'epoca nuovo vescovo di Lecce.
La Basilica di Santa Croce, insieme all'attiguo ex Convento dei Celestini, costituisce la più elevata manifestazione del barocco leccese. Nell' area dell'attuale basilica era già stato costruito, nel XIV secolo, un monastero, ma fu solo dopo la metà del XVI secolo che si decise di trasformare l' area in una zona interamente monumentale e per avere lo spazio necessario furono requisite tutte le proprietà degli ebrei del luogo, cacciati dalla città nell’ anno 1510. I lavori per la costruzione della basilica si prolungarono per oltre due secoli e videro coinvolti i più importanti architetti leccesi del tempo. La prima fase della costruzione durò dal 1549 al 1582 e vide la costruzione della zona inferiore della facciata, mentre la cupola venne completata nel 1590. La successiva fase dei lavori, a partire dal 1606, durante la quale vennero aggiunti alla facciata i tre portali decorati, è marcata dall'impegno di Francesco Antonio Zimbalo, poi al completamento definitivo dell'opera lavorarono successivamente Cesare Penna e Giuseppe Zimbalo.
Molto simile è la storia del Duomo: una prima cattedrale della Diocesi di Lecce infatti venne costruita nel 1144 dal vescovo Formoso; nel 1230, per volere del vescovo Roberto Voltorico, la cattedrale venne rinnovata e ricostruita in stile romanico. Successivamente, nel 1659, il vescovo Luigi Pappacoda diede a Giuseppe Zimbalo il compito di ricostruire la chiesa in stile barocco. La costruzione finì nel 1670. Il Campanile del Duomo venne costruito tra il 1661 e il 1682, sempre da Giuseppe Zimbalo; venne edificato in sostituzione di quello normanno, voluto da Goffredo d' Altavilla, crollato agli inizi del Seicento, ed ha un'altezza di 70 metri; dalla sua sommità è possibile ammirare il mare Adriatico e nei giorni particolarmente limpidi anche le montagne dell' Albania.
Sempre nella Piazza del Duomo si affaccia il Palazzo del Seminario costruito dall’ architetto Giuseppe Cino tra il 1694 e il 1709, su commissione del vescovo Michele Pignatelli. Nell'atrio si può ammirare un pozzo decorato, sempre opera del Cino, mentre all'interno del palazzo è presente una cappella del 1696. Al primo piano del palazzo troviamo anche il "Museo diocesano" e la "Biblioteca Innocenziana", così chiamata dal nome assunto dal Papa Innocenzo XII, che era stato vescovo della città. La biblioteca contiene oltre diecimila volumi, anche di epoca quattrocentesca e cinquecentesca.
La Chiesa di Santa Chiara si trova nel centro storico di Lecce, in piazza Vittorio Emanuele II. La sua prima fondazione, voluta dal vescovo Tommaso Ammirato, risale al 1429; venne in seguito quasi completamente ristrutturata tra il 1687 e il 1691. La realizzazione della chiesa, rimasta priva del fastigio superiore, è anch’ essa opera dell'architetto Giuseppe Cino.
La Chiesa di Sant' Irene dei Teatini si trova nel centro storico di Lecce ed è intitolata a Sant' Irene da Lecce, protettrice della città fino al 1656. Fu edificata a partire dal 1591 su progetto del teatino Francesco Grimaldi e fu ultimata nel 1639, anno della consacrazione ad opera del vescovo di Brindisi. La Chiesa di Sant’ Irene è stata anche al centro di importanti vicende storiche non religiose: nel 1797 venne visitata da re Ferdinando IV di Napoli, mentre nell'ottobre del 1860 ospitò le operazioni di plebiscito per decidere il sì di Lecce ad entrare nel Regno d'Italia. Nel 1866 l'annesso Convento dei Teatini venne soppresso, ma la chiesa rimase comunque aperta al culto.
Vi sono ovviamente tanti esempi dello stile barocco leccese anche in altri comuni della penisola salentina, come ad esempio il Duomo di Gallipoli o la Chiesa Madre di Casarano.
Il barocco leccese: storia ed origini
Lecce
Biancamente dorato
è il cielo dove
sui cornicioni corrono
angeli dalle dolci mammelle,
guerrieri saraceni e asini dotti
con le ricche gorgiere.
Un frenetico gioco
dell'anima che ha paura
del tempo,
moltiplica figure,
si difende
da un cielo troppo chiaro.
Un’aria d’oro
mite e senza fretta
s’intrattiene in quel regno
d’ingranaggi inservibili fra cui
il seme della noia
schiude i suoi fiori arcignamente arguti
e come per scommessa
un carnevale di pietra
simula in mille guise l'infinito.
(da Dopo la luna, 1956)
Vittorio Bodini è stato un affermato poeta e traduttore pugliese, nacque a Bari ma trascorse la sua infanzia nel capoluogo salentino, tradusse in italiano diversi scrittori spagnoli fra cui Federico Garcia Lorca e Miguel de Cervantes. Nella sua poesia “Lecce” troviamo una splendida ed emozionante descrizione del barocco leccese e partiamo proprio da qui per parlare di questo stile architettonico che in due secoli, tra il il 1550 ed il 1730, cambiò per sempre il volto della città e la rese il gioiello che è oggi, capace di attirare visitatori ormai da tutto il mondo.
Partiamo dalle parole di un affermato traduttore di opere spagnole per una ragione precisa, il legame tra la Spagna e l’ Italia non è casuale se parliamo del barocco leccese, questo stile infatti è molto influenzato dal plateresco spagnolo, uno stile artistico, fiorito in Spagna nel XV e nel XVI secolo, caratterizzato da molti ornamenti e composto partendo dall’ imitazione dei lavori di argenteria (in spagnolo “plata”), da cui appunto proviene il nome di plateresco. Pochi decenni dopo la presenza spagnola nel Regno di Napoli contribuisce in maniera decisiva allo sdoganamento di questo gusto per i dettagli e le decorazioni e quindi alla nascita del barocco leccese. Ci sono anche altre ragioni storiche alla base di questa primavera barocca nel Tacco d’ Italia, come ad esempio l’ esito della Battaglia di Lepanto del 1571, che indebolisce notevolmente le armate dell’ Impero Ottomano, rendendo il Sud dell’ Italia meno esposto alle scorribande dei pirati ed alle invasioni del nemico. Infine la Controriforma, ovvero un’ insieme di misure di rinnovamento spirituale, teologico e liturgico con le quali la Chiesa cattolica riformò le proprie istituzioni dopo il Concilio di Trento. A seguito di questi provvedimenti furono molte le chiese riadattate a livello architettonico per essere più funzionali alle nuove liturgie post-tridentine, molti edifici di costruzione medievale furono "rinnovati", mediante abbellimenti con stucchi, marmi e decorazioni varie, che fecero assumere a queste l'aspetto di chiese barocche. Ma il barocco ebbe particolare fortuna in Salento anche grazie alla qualità della pietra locale impiegata: la pietra leccese, di cui abbiamo già parlato in questo blog, ovvero un calcare tenero e compatto dai toni caldi e dorati adatto alla lavorazione con lo scalpellino.
Il barocco leccese risulta subito riconoscibile anche agli spettatori meno esperti, per via delle sue sgargianti decorazioni che caratterizzano i rivestimenti degli edifici: esuberanze appunto barocche, motivi floreali, figure umane ed animali mitologici, fregi e stemmi. Tutta questa ricchezza di elementi decorativi agricoli e floreali è una metafora della "grazia di Dio" e della bellezza del creato. Tra i frutti più ricorrenti si incontrano la pigna, simbolo di fertilità e di abbondanza, la mela, simbolo della tentazione ma anche della redenzione, la melagrana, simbolo della Resurrezione, la vite, attributo del Cristo.
Questo nuovo stile che dapprima aveva interessato solo gli edifici sacri e nobili, si diffuse poi anche nell’ architettura civile e dunque i suoi i motivi floreali, le figure, gli animali mitologici, i fregi e gli stemmi trionfarono anche sulle facciate, sui balconi e sui portali degli edifici privati.
Fino ad allora Lecce era stata una città fortificata, quasi austera, raccolta attorno alla mole severa del Castello di Carlo V, ma in dopo meno di due secoli si trasformò notevolmente, diventando quel “… carnevale di pietra, che simula in mille guise l’ infinito” raccontata da Bodini nei suoi bellissimi versi. Nel prossimo articolo di questo blog vedremo di analizzare nel dettaglio ognuno degli edifici frutto di questa mirabile rivoluzione architettonica.
Le masserie nel Salento
In tutta l’ Europa mediterranea, come anche in molte zone del Nord e del Sud America ed anche altrove nel mondo, vi sono dei grandi fabbricati rurali, conosciuti con vari nomi: hacienda, ranch, fattoria, baglio, la masia catalana o appunto la masseria, tipica del Sud Italia, di cui ci occuperemo in questo articolo.
Questi edifici avevano delle caratteristiche comuni: grandi spazi, la presenza di cortili interni, molto spesso adibiti a frutteto ed anche utilizzati come aia per il pollame, stalle e grossi spazi adibiti alla conservazione o alla produzione di cibo. Ovviamente non potevano mancare pozzi e cisterne e spesso vi erano strumenti e tecnologie via via più avanzate, come ad esempio i frantoi che erano in dotazione di molti di questi edifici nel Sud Italia. Pozzi e frantoi poi erano spesso messi a disposizione anche degli abitanti estranei alla masseria, che perciò diventava il più importante centro d’ incontro e socialità di tutte le zone limitrofe.
Dal XIV secolo in poi, dopo le prime importazioni in Europa di tabacco e con la sempre maggiore diffusione dei vari usi di questa pianta, su tutto il continente accanto alle masserie si diffusero ovviamente anche i tabacchifici, generalmente più piccoli nelle dimensioni e più elementari nella struttura, ma anch’ essi sopravvissuti all’ industrializzazione della produzione di tabacco e rinati come pregiate unità abitative. A Castrignano del Capo ad esempio si può ammirare l’ Antico Tabacchificio locale, risalente al XIX secolo, dalla posizione invidiabile, a metà strada tra il centro abitato e la splendida località balneare de “le Felloniche”, e dall’ architettura elegante ed in piena armonia con la campagna circostante, chiaro esempio di antico centro di produzione agricola destinato a diventare unità abitativa di valore assoluto.
Il fatto che più o meno in tutto il mondo si possono trovare edifici di questo tipo è dovuto alla loro origine comune, cioè le grandi proprietà terriere, conosciute da noi come “latifondi”, che per molti secoli sono state l’ unico modello di produzione agricola in tutto il mondo. Il grande proprietario, che spesso viveva nei pochi centri abitati esistenti all’ epoca, lontano dalle coltivazioni, concedeva ai contadini (nel nostro caso detti “massari”) la possibilità di vivere in questi edifici, che fungevano da centro finale di produzione e conservazione dei prodotti agricoli. A volte invece il proprietario abitava la masseria insieme ai contadini ed in questo caso l’ architettura dell’ edificio rifletteva la differenza di status dei suoi abitanti, con la famiglia proprietaria che abitava nei piani elevati o negli edifici centrali ed i contadini relegati ai piani inferiori o nelle strutture periferiche.
Dove le vicende storiche ed i conflitti che si sono susseguiti lo richiedevano, le masserie venivano fortificate e diventavano anche baluardi contro l’ invasione straniera; in Salento ad esempio, dopo l’ invasione turca del 1480, Re Carlo V decise di rafforzare la difesa del territorio, predisponendo la costruzione o la ristrutturazione di edifici già esistenti, dotandoli di torrioni per l’ avvistamento dei nemici e recinzioni fortificate. Nella penisola salentina dunque ve ne sono diverse, la Masseria Torre Casciani, la Masseria Melcarne e la Masseria Torcito, circondata da una ricchissima vegetazione e molto amata dalla cittadinanza locale per la possibilità di farvi escursioni e scampagnate, solo per citarne alcune.
Una nota a parte meritano le masserie in qualche modo collegate alla Chiesa Romana o ad antiche famiglie nobiliari ad essa legate, che erano affidate e venivano gestite dagli ordini monastici o cavallereschi, in queste ovviamente era sempre presente una piccola Cappella per attendere le quotidiane funzioni religiose che scandivano la giornata. Presso il Comune di Surbo sopravvive al degrado la splendida Masseria Schiavelle, di cui si può ancora ammirare la severa architettura a metà tra il residenziale ed il complesso militare.
Il modello di produzione basato sul latifondo è stato l’ unico conosciuto in tutto il mondo fino quasi al XX secolo, quando una progressiva democratizzazione della produzione agricola e quindi anche della società che vi ruotava attorno, insieme all’ evoluzione della produzione, della conservazione e della commercializzazione dei prodotti agricoli, ha spezzato e diviso i latifondi rendendo le masserie e le altre architetture simili ad esse obsolete ed inutili per la produzione agricola su larga scala; da questo momento il destino di queste strutture è cambiato, in alcuni casi esse sono state condannate ad una lenta rovina, all’ abbandono o alla riconversione in anonimi capannoni, ma per fortuna molto più spesso esse sono diventate abitazioni, via via considerate sempre più lussuose, e via via sempre più apprezzate e richieste. La trasformazione è stata spesso agevole, in quanto le masserie già dalla loro origine furono realizzate tenendo conto di un certo gusto estetico ed architettonico, grazie alla maestria di artigiani e muratori che lavoravano la pietra, il carparo o il tufo. Si trattava molto spesso di edifici realizzati in un’ottica di funzionalità, per rendere meno dura la vita tra i campi e quindi per alleggerire la fatica dei coloni, offrire soluzioni pratiche e garantire la massima fruibilità degli ambienti, rispettando un certo equilibrio tra uomo e natura, tra il manufatto e il territorio, ma a queste esigenze di equilibrio e funzionalità il gusto estetico dei maestri dell’ epoca aggiungeva sempre qualcosa, come ad esempio della facciate la cui solennità può ricordare una Chiesa più che una comune abitazione. Molti esempi di tale preziosa architettura si possono osservare in giro per le campagne del Salento, vi segnaliamo ad esempio la Masseria Santa Barbara, che vi consigliamo di ammirare in occasione della vostra prossima visita presso la cittadina di Otranto.
L’ eredità dell’ eclettismo architettonico in Salento: i palazzi moreschi
In architettura viene definita “eclettismo” una corrente che mira alla mescolanza dei migliori stilemi presenti nei diversi movimenti architettonici. Il movimento nacque in Inghilterra nel 1700, poi nel secolo successivo si diffuse ampiamente nel resto d’ Europa, giungendo infine anche nel Sud Italia. Nella sua fase iniziale l’ eclettismo architettonico europeo attingeva le proprie idee da epoche storiche diverse, con la nascita quindi dell’ architettura neogreca, seguita da quella neorinascimentale e poi da quella neobarocca, ma con il passare degli anni gli interpreti dell’ eclettismo cercarono la loro ispirazione non altrove nel tempo ma nello spazio, nelle architetture di luoghi lontani ed esotici, ecco quindi l’ architettura neomoresca e quella neoegizia, ma non mancarono anche influenze cinesi ed indiane.
Quello che guarderemo più da vicino è lo stile neomoresco, che ha lasciato delle splendide tracce nella penisola salentina, ma che arrivò in Occidente in primis in Francia, a seguito della spedizione di Napoleone in Egitto del 1798, e si sviluppò in seguito in Inghilterra e in altri paesi europei, anche per via del colonialismo in Oriente. Tra gli elementi più distintivi dell'architettura moresca notiamo la presenza di cupole circolari, generalmente sormontate da una guglia appuntita, l'uso di colori vivaci e una quantità elevata di motivi decorativi intricati.
Uno dei più fulgidi esempi di questo stile in Salento è senza dubbio Villa Sticchi a Santa Cesarea Terme, una splendida costruzione incastonata in uno degli angoli più belli dell’ intera costa sud dell’ Adriatico, maestosa ed immediatamente riconoscibile anche da molto lontano, per ragioni funzionali oltre che estetiche: l’ imponente pagoda centrale infatti, che ne rende così inconfondibile il profilo, al tempo fu progettata anche per riflettere la luce del sole e diventare un faro per le navi in navigazione a largo delle coste. Questa residenza privata può essere considerata una vera e propria icona del territorio locale, fu terminata nell’ anno 1894 sull’ ambizioso progetto dell’ Ingegnere Giuseppe Ruggeri, che firmò molte altre residenze moresche sulle due coste salentine, tra cui quella che occupò come propria residenza a Leuca, ovvero villa La Meridiana, a pianta ottagonale ed anch’ essa dall’ esterno inconfondibile per via delle sue vivaci fasce parallele rosse e gialle.
Un altro caso molto interessante è quello delle “Ville eclettiche delle Cenate”, che prendono il loro nome dalla località in cui sono state costruite, le Cenate appunto. Queste ville signorili furono progettate e costruite tra la fine del secolo XIX e l’inizio del successivo, in pieno “periodo eclettista” e le possiamo ammirare sulle strade che da Nardò conducono alle marine di Santa Maria al Bagno e Santa Caterina. Camminando o pedalando in bicicletta per queste strade di campagna all’improvviso, in mezzo ai caratteristici olivi, appaiono queste preziose ville barocche, in stile liberty oppure anche qui in stile neomoresco, come nel caso delle bellissime Villa Saetta (ora De Michele) e Villa Cristina dei Personè (ora De Benedittis).
Questa voglia di sperimentare ed arricchire il paesaggio locale con motivi e forme esotiche non si limitò alla costa ma prese piede anche presso la città di Lecce, solo che mentre per le residenze estive ci si poteva sbizzarrire molto nelle decorazioni, soprattutto con i colori, in città l’eclettismo assumeva toni meno pronunciati. A Lecce comunque si trovano alcuni esemplari di ville ottocentesche frutto dell’ eclettismo architettonico del periodo, quasi tutte lungo i viali creati a fine Ottocento al posto delle mura cinquecentesche appena demolite. Interessante per la varietà dei caratteri architettonici è Villa Bray, in stile neomoresco, con una scritta in caratteri arabi sotto il cornicione, decorata con fasce gialle e rosse orizzontali: al primo piano le finestre hanno archi a ferro di cavallo, al secondo gli archi sono bizantini, sulla cancellata a sesto acuto. Anche Villa Indraccolo presenta decorazioni di gusto orientale. Un altro esempio di eclettismo declinato secondo il gusto locale è Villa Himera, i cui fregi sono intagliati nella pietra leccese.
Le sentinelle del Salento: la storia delle torri costiere
La costa del Salento offre sempre uno spettacolo panoramico notevole, che la si percorra salendo, verso il Nord della regione dalla parte orientale o verso la città di Taranto dalla parte ionica occidentale, oppure che la si discenda verso il Capo di Leuca, la bellezza degli scorci è sempre meritevole ed è difficile resistere alla voglia di sostare per godersi la vista del mare, le albe dorate o i tramonti infuocati.
Chi ha famigliarità con questi splendidi paesaggi avrà notato che vi sono spesso delle torrette in pietra, oppure i resti di queste, a puntellare questi scorci, come se fossero state messe lì per ragioni estetiche, quasi per fare da contrappunto verticale sulla terraferma all’ orizzonte fisso del mare. Rappresentano quasi delle pietre miliari nell’ economia del paesaggio, costituiscono anche un patrimonio affettivo per la popolazione locale che vi associa le Marine circostanti, tanto che alcune di queste torrette nel tempo sono diventate parte della toponomastica salentina, anche se ufficialmente come “località”, spesso queste torrette indicano dei luoghi a sé, per un abitante della zona recarsi a Porto Miggiano è diverso che recarsi a Santa Cesarea Terme, nonostante Porto Miggiano sia appunto una “località” del Comune di Santa Cesarea Terme.
Ma cosa sappiamo di queste torri? Quando furono costruite e per quale motivo? È interessante rispondere a queste domande perché le risposte ci raccontano molto della storia del Salento e più in generale di tutto il Sud Italia. La costruzione di torri costiere ha una ragione essenzialmente militare, sono sempre state in primis degli avamposti di avvistamento e difesa dalle incursioni di eserciti nemici o “pirati”, quelle di cui restano tracce sul territorio o nei documenti storici risalgono tutte all’ epoca medievale, anche se è probabile che ne fossero state costruite alcune anche in epoche precedenti, di queste però non è rimasta alcuna traccia, quelle che restano visibili ai nostri giorni risalgono o agli anni del XI secolo oppure, nella maggior parte dei casi, agli anni tra il XVI ed il XVII secolo, gli anni in cui su tutto il Sud Italia regnava Don Pedro Álvarez de Toledo y Zúñiga in qualità di Vicerè del Regno di Napoli, per conto di Carlo V d’ Asburgo.
Le prime torri costiere nel Sud Italia furono costruite dunque nel XI secolo per difendere i territori dalle scorribande piratesche, ma a causa dei continui cambiamenti politici che non consentivano mai un’ amministrazione stabile del territorio, un vero e proprio sistema di difesa integrato e funzionante su tutta la costa non fu mai terminato e le poche torri costruite finirono per diventare proprietà delle famiglie locali, che le usavano per difendere e sorvegliare esclusivamente i loro possedimenti. Le cose cambiarono a metà del XV secolo, quando le scorribande sul territorio italiano dei pirati e soprattutto degli invasori ottomani divennero sempre più frequenti, risale infatti all’ anno 1480 la presa di Otranto da parte degli invasori ottomani, che nel raggiungere la cittadina salentina non trovarono praticamente nessuna resistenza, soprattutto poterono sbarcare sul territorio salentino senza venire avvistati e dunque senza che nessuno avvertisse i cittadini di Otranto.
Proprio in seguito al tragico evento, Don Pedro de Toledo, diventato Vicerè del Regno di Napoli nel 1532, decise di implementare e far funzionare il sistema delle torrette di controllo, che dovevano essere abbastanza da poter sorvegliare tutta la costa del Sud Italia e poiché il principale pericolo era il sempre più potente Impero Ottomano e dunque proveniva da Est, fu proprio il Salento, per la sua posizione geografica esposta, ad essere al centro di questo sistema di sorveglianza. Questo tipo d’ impresa, ovvero la costruzione di oltre 300 torri costiere, per i canoni del tempo non fu affatto banale, anche per una questione di costi, perciò spesso le torri vennero costruite con un sistema di “appalto” piuttosto innovativo per il tempo, ovvero la costruzione era affidata ad un privato che in cambio dell’ opera poteva fregiarsi del titolo militare di “Capitano di torre”. Non mancarono gli imprevisti, ad esempio in alcuni casi questi privati, nonostante l’ indicazione precisa del Vicerè di utilizzare acqua dolce per la lavorazione e la posa dei materiali, utilizzavano l’ acqua salata del mare per risparmiare sui costi, ma le torri costruite con l’ acqua salata soffrivano l’ erosione e crollavano in pochissimo tempo. Nonostante tali imprevisti il lavoro fu lentamente portato a termine ed il Regno di Napoli soffrì l’ avanzata ottomana con sempre meno danni, finché la decisiva battaglia di Lepanto del 1571 non scongiurò per sempre il pericolo ottomano per le nostre coste.
Il Parco naturale regionale di Porto Selvaggio
A dieci chilometri di distanza dal Comune Nardò ed a poco meno di venti dal Comune di Gallipoli c’ è una tappa obbligatoria per chi si trova a visitare il Salento: un’ oasi naturale che comprende la cala di Porto Selvaggio, la Palude del Capitano e la Torre dall’ Alto, un'area naturale protetta per legge regionale dal 2006 ed inserita nel 2007 nell'elenco dei "100 luoghi da salvare" del Fondo Ambiente Italiano (FAI).
Un appuntamento obbligatorio dicevamo, per gli amanti delle località balneari, dello sport e della natura in generale. Vi si arriva guidando pochi minuti dal Comune di Nardò e dopo aver parcheggiato in una delle soste adibite, si percorrono poche centinaia di metri a piedi e ci si trova di fronte ad uno spettacolo naturale da stropicciarsi gli occhi, una lunga discesa immersa nella natura conduce infatti ad una piccola spiaggia di ghiaia e ciottoli con un mare cristallino, le cui acque sono particolarmente rinfrescanti e tonificanti, anche per via di una corrente di acqua dolce e fredda che arriva direttamente nella baia. La spiaggia è circondata da una larga pineta, i cui alberi furono piantati negli anni ‘50 per bonificare il terreno circostante in larga parte paludoso.
All’ interno di questo parco naturale, che non si limita all’ area della spiaggia, ma comprende oltre quattrocento ettari di terreno, di cui oltre duecentosessanta di pineta, ci sono vari itinerari e diverse possibilità di rilassarsi o fare sport; vi sono infatti le scogliere circostanti, un po’ più impervie della “zona pineta”, ma che comunque consentono la balneazione, vi sono poi anche i numerosi sentieri all’ interno della pineta, fruibili per passeggiate o picnic e che sono anche un appuntamento imperdibile per gli amanti del trekking e della mountain bike. A proposito di trekking, tra gli scorci più notevoli del parco, tornando verso Gallipoli, potrete risalire lungo la pineta ed ammirare la Torre di Santa Maria dall’Alto, un’antica torre d’avvistamento, posta a 50 metri sul livello del mare, su uno sperone roccioso a strapiombo sulla spiaggia, da cui si gode di una vista mozzafiato sull’intero parco naturale. La torre venne eretta nella seconda metà del XVI e faceva parte di un elaborato sistema di torrette difensive dislocate su tutta la costa salentina, comunicava verso Nord con Torre Uluzzo e verso Sud con Torre Santa Caterina. Questo sistema di torrette rappresenta un patrimonio storico del territorio salentino, ma in un certo senso è anche un patrimonio affettivo per la popolazione locale, in quanto ognuna di queste torrette scandisce il paesaggio della costa salentina in maniera unica, ne parleremo in maniera più approfondita con un altro articolo su questo blog.
A proposito di storia, il Parco Naturale di Porto Selvaggio, oltre al tesoro paesaggistico ed alle possibilità di attività sportive di vario genere, offre anche opportunità imperdibili per gli appassionati di archeologia: all’interno del parco sono stati individuati otto diversi siti archeologici in grotta, segno di presenze prima da parte di gruppi di Neandertal e successivamente di Sapiens, ed il territorio del Comune di Nardò è il centro di uno straordinario “distretto della preistoria” , con una stratificazione storica che va dalle frequentazioni neandertaliane e sapiens a quelle lasciate da Messapi e poi in seguito dai Romani, fino all’ architettura barocca del Centro storico dello stesso Comune. Il Museo della Preistoria di Nardò, situato nell’ex convento di Sant’Antonio da Padova, conserva gran parte dei reperti provenienti dalle ricerche archeologiche condotte nella zona.
Questa meravigliosa oasi naturale è situata sul lato della costa salentina che si affaccia verso occidente e dunque chi vi si trova all’ ora del tramonto vedrà il sole affondare lentamente nel mare, vi consigliamo dunque di concludere la vostra giornata a Porto Selvaggio con un aperitivo in uno dei numerosi bar o chioschi tra l’ oasi naturale e Gallipoli, concluderete così una giornata di mare semplicemente perfetta.
La Pietra leccese
“A Lecce anche le abitazioni più povere sono di gusto. In nessun’altra città ho visto tante porte, finestre, logge, pilastri, balaustre tutte di pietra. La pietra qui si lavora con facilità.”
(George Berkeley)
George Berkeley, celebre teologo e filosofo considerato, assieme a John Locke e David Hume, il padre dell’ empirismo, scrisse delle splendide parole sulla Puglia ed in particolare su Lecce che egli, nel suo “Diario di viaggio in Italia” (1717), definì senza mezzi termini “la città più bella d’ Italia”. Il filosofo ne apprezzò le architetture di chiese, conventi e palazzi nobiliari, come anche il paesaggio circostante ed inoltre espresse lodi convinte sul popolo che abitava la città, di cui scrisse “persone civili ed educate, sembra che abbiano ereditato l’amabilità degli antichi greci che in passato hanno abitato queste parti dell’Italia”, ma come mostra la citazione in apertura di questo articolo, al suo sguardo da empirista sensibile non sfuggì che parte della bellezza delle architetture locali, al di là della maestria degli artigiani che le costruivano, era dovuta anche alla qualità della pietra impiegata nella costruzione, la famosa “pietra leccese”.
La pietra leccese, chiamata in dialetto “leccisu”, è di origine calcarea, fa parte del gruppo delle calcareniti marnose e la sua formazione è stata individuata dai tecnici nel Periodo Miocenico, ovvero circa 20 milioni di anni fa. Tra le sue proprietà c’è la presenza, nella formazione stessa, di frammenti di conchiglie, piccoli fossili che ne arricchiscono geologicamente la struttura, ma anche di argille, quarzi e minerali che la fortificano e la rendono ancora più unica. È di colore giallo paglierino, ma le particolarità della sua composizione la arricchiscono di infinite sfumature che la rendono ancora più intrigante e spettacolare.
Oltre a caratterizzarla a livello visivo, la natura stessa della pietra la rende assai sensibile all'azione degli agenti atmosferici naturali, quali l'umidità o la stagnazione di acqua ed anche agli agenti di origine umana quali lo smog. Per renderla più resistente, i maestri scultori dell'epoca barocca usavano trattare la roccia con del latte, il lattosio infatti, penetrando all'interno della pietra grazie alla porosità di questa, la dotava di uno strato protettivo impermeabile, senza alterarne le qualità estetiche. Questo trattamento ne rendeva anche più semplice la lavorazione. Oggi il trattamento a base di lattosio non è del tutto scomparso, ma è affiancato da altri trattamenti più tecnologici e moderni. Va detto che l’ usura del tempo a volte arricchisce la pietra leccese, aggiungendo alla sua bellezza naturale una ulteriore gamma cromatica molto affascinante e calda, con colori che vanno dal beige all’ambrato e perfino, in certi casi, a profonde sfumature rosate. La facilità di lavorazione della pietra leccese, nota da tempo come evidenzia sempre la citazione con cui si apre questo articolo, è una caratteristica che ha sicuramente contribuito al successo locale ed in seguito mondiale di questo materiale pregiato.
La pietra leccese viene estratta per lo più nelle cave a cielo aperto presenti soprattutto nei comuni di Lecce, Corigliano, Melpignano, Cursi e Maglie, a una profondità che può arrivare fino a 50 metri; la durezza della pietra varia a seconda della profondità del punto di estrazione e mentre quella estratta a livelli più superficiali viene utilizzata soprattutto per realizzare sculture e decorazioni, dai banchi profondi, più duri, si estrae il materiale da impiegare nell'edilizia, per farne piani di calpestio e viene utilizzata anche come pietra refrattaria per i caminetti.
La pietra leccese fa parte dell’ anima del Barocco Leccese, lo stile architettonico nato nel capoluogo salentino tra la fine del XVI secolo e la prima metà del XVIII secolo, riconoscibile per le sue splendide decorazioni che caratterizzano i rivestimenti degli edifici. Lo stile, influenzato dal plateresco spagnolo, deve la propria nascita all'opera di architetti locali come Giuseppe Zimbalo (1617-1710) e Giuseppe Cino (1644-1722). I frutti di questo stile peculiare da conoscere assolutamente sono il Palazzo dei Celestini, la chiesa di Santa Croce, la Chiesa di Santa Chiara, la Chiesa di Santa Irene e il Duomo, ne riparleremo più approfonditamente su questo blog. La pietra leccese ha conosciuto una grande fortuna durante l’epoca barocca, ma essa veniva apprezzata già in epoca classica e pre-classica.
Fra gli scultori che hanno usato ed usano tutt’ oggi la pietra leccese, segnaliamo il lavoro di Stefano Garrisi, Renzo Buttazzo, Antonio Margarito ed Andrea Serra.
Archeologia del Salento: l’entroterra
Basta individuare il Salento su una qualsiasi mappa per osservarne la centralità geografica all’ interno del Mare Mediterraneo, universalmente riconosciuto come la culla di tutta la civiltà Occidentale; osservando la posizione della penisola salentina si coglie immediatamente come questa sia stata, nel corso dei secoli, un passaggio quasi obbligato per il movimento da est ad ovest che ha caratterizzato la storia dei popoli antichi già nelle fasi precedenti alle epoche greca e romana. Partendo da questa considerazione è facile capire come il territorio salentino sia stato nel corso dei tempi prima un approdo e poi una casa per numerosi popoli nel corso della loro avventura storica, ma cosa hanno lasciato i nostri avventurosi predecessori a testimonianza della loro vita e della lotta per la conquista della propria identità? C’ è ancora tanto da vedere e per comodità e facilità di lettura ve lo racconteremo in due post diversi su questo blog: questo, dedicato all’ archeologia salentina dell’ entroterra ed il prossimo che sarà dedicato all’ archeologia della costa salentina.
Il primo appuntamento è su quella che viene definita geograficamente la “soglia messapica”, ovvero la splendida cittadina di Ostuni, considerata il limite a Nord della penisola salentina. Il locale Museo di Civiltà Preclassiche ospita i resti di Delia, anche detta “la Donna di Ostuni”, una ominide i cui resti furono scoperti nell'ottobre del 1991 dal paletnologo Donato Coppola, in una grotta presso il locale parco archeologico. I resti risalgono a circa 24.000 anni fa, ma l 'importanza di Delia è data dal fatto che insieme ad essa, o meglio nel suo grembo, sono stati rinvenuti anche i resti di un feto in fase terminale, e quindi Delia risulta ancora oggi la più antica madre di cui la storia ha conoscenza diretta.
Il viaggio continua ancora “al femminile” con le Veneri di Parabita, due statuette di epoca preistorica, rinvenute nel 1965 dal team del prof. Giuseppe Piscopo presso la locale Grotta delle Veneri, che rappresentano due donne in gravidanza che si abbracciano il ventre: questo tipo di opere d'arte vengono chiamate veneri paleolitiche. Le statuette sono scolpite in osso di cavallo e hanno un'età di 12.000-14.000 anni. Sono conservate presso il MARTA (Museo Archeologico Nazionale di Taranto).
Risalendo il filo della storia salentina è necessario affrontare il periodo messapico. I Messapi furono una popolazione che nell’ epoca classica occupò buona parte della penisola salentina dal loro arrivo, datato intorno al 700 a.C. fino alla conquista romana di tutto il territorio salentino che avvenne intorno al 260 a.C. La loro origine è incerta, ma le ipotesi più plausibili li considerano un’ unione tra il popolo degli illiri e quello cretese, incontratisi sul territorio salentino nel corso delle loro esplorazioni verso l’ Ovest. A proposito dei Messapi, se si vuole conoscere di più della loro storia, è indispensabile una passeggiata presso il “Parco dei Guerrieri”, sito riportato alla luce nel 1981 dopo i lavori a cura dell’Università del Salento, in collaborazione con l’Ecole Francaise di Roma. Il parco oggi si presenta come un area archeologica all'aperto di circa 20 ettari, distribuita su un'area ancora più estesa che va dall'abitato di Vaste fino alle Serre di Poggiardo, delle alture naturali su cui nacquero i primi insediamenti dei Messapi in Salento. I recenti scavi hanno riportato alla luce i resti di quella che doveva essere una delle città più importanti della Messapia; si è recuperato il percorso delle antiche mura, le fondamenta della città e quindi delle capanne che ivi sorgevano e di cui si può osservare una fedele riproduzione proprio presso il Parco. Sono anche state riportate alla luce innumerevoli tombe ancora intatte, con tutto il corredo funerario ed i resti di un tempio pagano.
I Romani arrivano nel 260 a.C. come abbiamo visto, ed a fiorire questa volta è la città di Lecce, con il nome latino di Lupiae, passando da semplice stazione militare a vero e proprio “municipium” conoscendo un periodo di assoluto splendore che coincide con quello dell 'Imperatore Marco Aurelio, periodo in cui venne arricchita con la costruzione di un teatro e di un anfiteatro e collegata al Porto Adriano (oggi San Cataldo).
Nel Medioevo il centro nevralgico del territorio salentino si sposta ad Otranto, che rimane tale fino alla breve conquista ottomana avvenuta nel 1480 e subito finita l’ anno seguente. Nonostante la brevità dell’ occupazione turca, l’ evento rimane centrale nell’ identità della cittadina idruntina, a dimostrarlo restano le impressionanti reliquie dei Martiri Otrantini, che si possono ancora oggi vedere presso la locale Basilica dell’ Annunziata.
Il mercato immobiliare durante e dopo la pandemia
La pandemia causata dal COVID 19 ha già cambiato le nostre vite in modo inimmaginabile fino ad un anno fa e nonostante gli sforzi collettivi per implementare al più presto la vaccinazione di massa, la malattia è ancora con noi e non sappiamo quanto a lungo e come i suoi strascichi continueranno ad influenzare la nostra società. Analizzare l’ impatto di questo evento di portata storica all’ interno dell’ universo dei mercati ed in particolare di quello immobiliare non è ovviamente un esercizio semplice, ma essendo passato già quasi un anno dalle prime tragiche morti in Europa e dalle prime misure contenitive prese dai governi, iniziamo ad avere dei dati abbastanza consistenti per sviluppare delle analisi credibili, concentrandoci soprattutto sul mercato immobiliare residenziale.
Per la stesura di queste previsioni abbiamo usato i dati di Istat, Nomisma, Scenari Immobiliari, MerctaoImmobiliare.info e Corriere della Sera.
La tendenza generale del mercato
La frenata ovviamente c’ è stata, ma meno drammatica di quanto previsto, si nota infatti una diminuzione generale del prezzo delle case, ma una diminuzione limitata, con il mercato del nuovo in controtendenza come evidenzia l’ indice Ipab (Indice prezzo abitazioni) dell’ Istat, che segnala aumenti dei listini per i primi tre trimestri dell’ anno. Analizzando invece il numero delle transazioni, emerge nel 2020 un calo del 14% rispetto all’ anno precedente, un numero sensibile ma non drammatico, se si considerano i due mesi di lockdown in cui non si potevano né visitare le abitazioni né ovviamente concludere le transazioni, basti pensare che nel 2012, considerato un anno tragico per il mercato del mattone, ma senza la tragedia della pandemia, la riduzione fu del 24%. Secondo i centri studi Nomisma e Scenari Immobiliari, dopo una lenta ripresa durante l’ estate del 2020, per via dell’ arrivo della seconda ondata di contagi anche nel 2021 questa lieve flessione continuerà e potremo parlare di una vera e propria ripresa solo nel 2022 e 2023, ma questo scenario positivo è legato a doppio filo alla speranza di un rimbalzo del quadro economico generale ed alla buona riuscita del piano vaccinazioni nazionale.
Effetto smart working
Come fa notare il Corriere della Sera in un’ analisi del suo inserto economico del Gennaio 2021, il vero game changer del mercato immobiliare residenziale potrebbe essere il cosiddetto smart working: il lavoro da casa è una novità per l’ Italia e presenta notevoli vantaggi sicuramente per i lavoratori, ma anche per le imprese che potrebbero abbattere i loro costi di gestione, è facile prevedere dunque che accanto a molti lavoratori che torneranno “in presenza” una volta che la pandemia sarà alle spalle, ce ne saranno altri per cui non si tornerà più indietro e che continueranno a lavorare dalla propria abitazione, avvantaggiati anche dall’ imminente arrivo in Italia delle connessioni 5G. Cosa significa tutto questo per il mercato immobiliare? In primis un progressivo spostamento dalla città alla periferia, dai grandi centri urbani alle località situate nell’ entroterra o nelle località turistiche, molte seconde case diventeranno abitazioni principali. Da qui derivano anche le previsioni che vedono il mercato immobiliare delle grandi città italiane ancora in difficoltà, fatta eccezione per Milano, città dal mercato generalmente più dinamico e che nel 2024 ospiterà le Olimpiadi Invernali. Sempre per effetto dello smart working crescerà la domanda di abitazioni ampie e confortevoli, con spazi da adibire esclusivamente al lavoro da casa e con una forte richiesta di abitazioni dotate di spazi esterni. Un buon esempio di questa tendenza sono i dati che MercatoImmobiliare.info fornisce sul suo sito a proposito della situazione immobiliare nella provincia di Lecce, in quanto in Salento il numero di transazioni ed il valore degli immobili segue in linea di massima i valori del resto del territorio nazionale, ma ponendo la lente d’ ingrandimento sulla dinamica dei prezzi e sulle quotazioni immobiliari divise per tipologia di abitazione, emerge chiaramente che la tipologia che ha registrato il maggior apprezzamento percentuale è costituita da casali e masserie, le cui quotazioni mostrano un incremento di circa il 5% negli ultimi 3 mesi, seguite a ruota da villette ed abitazioni indipendenti, in crescita ma con incrementi minori. Un aumento di tale portata raggiunto durante un periodo di pandemia sta a significare che le celebri masserie pugliesi, ormai da tempo protagoniste anche nei rotocalchi mondani e nelle guide al lusso ed al benessere, non sono viste più solo come fiabesche location cerimoniali o lussuose mete turistiche, ma come veri e propri asset patrimoniali su cui costruire il futuro della propria famiglia.
Occhio all’ Ecobonus
Mentre le nuove abitazioni verranno pensate per venire incontro a questa nuova esigenza degli acquirenti di avere delle abitazioni che siano anche confortevoli ambienti di lavoro, è prevedibile scommettere anche un forte aumento d’ interesse per tutti gli immobili usati, vecchi o al momento in disuso, per cui sono programmati lavori e ristrutturazioni agevolati dal bonus al 110% (argomento che tratteremo presto in maniera più approfondita, con un articolo dedicato su questo blog).
Agevolazioni finanziarie per grandi, medie e piccole imprese
PIA TURISMO 2015
Cosa prevedono i programmi di Agevolazione?
Finalmente grazie all’avviso del bollettino ufficiale della Regione Puglia, le grandi, medie e piccole imprese possono fare domanda attraverso la procedura on-line “PIA TURISMO” messa a disposizione all’indirizzo www.sistemapuglia.it per usufruire di dotazioni finanziarie messe a disposizione per progetti di riqualificazione di beni immobili.
Definiamo meglio chi sono i soggetti beneficiari:
• Imprese di grandi dimensioni in regime di contabilità ordinaria i quali in data della presentazione della domanda, abbiano approvato almeno due bilanci;
• Imprese di medie dimensioni in regime di contabilità ordinaria i quali in data della presentazione della domanda, abbiano approvato almeno due bilanci;
• Imprese di piccole dimensioni in regime di contabilità ordinaria i quali all’avvio della richiesta abbiano approvato almeno tre bilanci di esercizio dai quali si distingua un fatturato medio non inferiore a 1 milione di euro;
Oltre alle agevolazioni, sono ammesse iniziative come i programmi di investimento per le realizzazioni di:
1. Attività turistico -alberghiere, grazie al recupero fisico ed efficiente di strutture non completate, iniziate in modo legittimo, destinate ad attività turistico – alberghiere;
2. Ampliamento, ammodernamento e ristrutturazione di strutture turistico – alberghiere al fine di elevare gli standard di qualità e/o della classificazione;
3. Realizzazione di strutture turistico – alberghiere con capacità non inferiore a n.7 camere da consolidare, restaurare e/o risanare eventuali immobili di carattere artistico e storico, che al momento della presentazione dell’istanza, sia stata frapposta la Dichiarazione dell’interesse culturale;
4. Consolidamento, risanamento e restauro di fabbricati rurali, masserie, trulli, torri, fortificazioni al fine di tramutarle in strutture alberghiere aventi capacità ricettiva non inferiore a n.7 camere;
5. Intervenire su impianti e strutture per migliorare la qualità dell’immobile, tale che possa favorire la destagionalizzazione turistica in ambito territoriale.
Le spese ammesse per chi sceglie il programma di agevolazione:
I materiali e le spese per i risanamenti e le costruzioni devono essere utilizzati per le finalità del programma oggetto della richiesta di agevolazioni. Le spese ammissibili sono:
1. Acquisto del suolo aziendale e sue sistemazioni entro il limite del 10% dell’investimento in attivi materiali;
2. Opere murarie e assimilabili;
3. Macchinari, impianti e attrezzature varie nuovi di fabbrica;
4. Acquisto di brevetti, licenze, know-how e conoscenze tecniche non brevettate, nuove tecnologie di prodotti e processi produttivi, per la parte in cui sono utilizzati per l’attività svolta nell’unità produttiva interessata dal programma, fino ad un importo massimo pari al 40% dell’investimento complessivo.
Inoltre, sono ammesse spese per:
• L’acquisizione di servizi di consulenza per l’innovazione delle imprese e per migliorare il posizionamento competitivo dei sistemi produttivi locali che riguardino l’ambiente, la responsabilità ed etica, l’internazionalizzazione d’impresa e l’e-business;
• La partecipazione a fiere.













